Massimo BARRA Fondatore della Comunità Terapeutica di Villa Maraini e consulente dell’Assessorato ai Servizi Sociali del Comune di Roma
Non ho preparato nessun intervento preconfezionato ma voglio soltanto rendere comuni alcune mie considerazioni che ho fatto dal momento in cui sono arrivato, ascoltando gli interventi che mi hanno preceduto. Io rappresento Villa Marain,. ma partecipo anche come consulente, dell’Assessorato ai Servizi Sociali del Comune di Roma, un Assessorato direttamente coinvolto in questo problema. Il mio ruolo è quello di consulente per le tossicodipendenze e quindi il problema della distribuzione delle siringhe è un problema che mi sono posto e me lo sono posto senza pregiudizi, avendo curato circa 7000 eroinomani in 15 anni di attività e non ho mai avuto il pregiudizio di negare una siringa a chi me la chiedeva; anche perché il fatto di bucarsi o non bucarsi con o senza la siringa è assolutamente ininfluente poiché quando uno ha deciso di bucarsi si buca lo stesso.
Se non ha la siringa, la trova. Se non la trova, la fabbrica. Se stà in galera si fa con la penna Bic, dopo averla affilata al punto tale di potersi bucare la vena con la penna stessa. Non è una novità che il danno da droga sia più un danno da buco che da sostanza; tant’è che ancor oggi sono molti, ma molti di più i morti per epatite che quelli per A.I.D.S., e l’epatite si trasmette nello stesso modo. Quindi il problema non è nuovo, risale ad almeno 15 anni fa e in tutto questo tempo io non mi sono mai convinto che la distribuzione gratuita, pubblicizzata, delle siringhe ai tossicodipendenti sia un mezzo che possa prevenire seriamente questa malattia o la diffusione delle malattie connesse.
Sembrerebbe una contraddizione in termini perché io do’ le siringhe a chi me le chiede però, come consulente dell’Assessore, affermo che non bisogna fare la distribuzione gratuita. Come mai? Perché noi dobbiamo evitare il rischio di parlare ai tossicodipendenti da persone che si ritengono normali, come noi, e che quindi pensano che le vie della logica siano ferree e al di sopra di ogni sospetto. L’ ipotizzare che il tossicodipendente si preoccupi di usare una siringa pulita e gratuita, risponde ad una logica piccolo borghese, come quella, ad esempio, delle persone che attraversano tutta Roma per andare a comprare gli spinaci a piazza Vittorio perché costano di meno; questa non è la logica del tossicodipendente.
Il tossicodipendente non ha logica nel bucarsi, è assatanato dalla droga e non farebbe la strada per arrivare al centro dove vengono distribuite le siringhe gratis; non servirebbe a niente la distribuzione delle siringhe, se non a dare un messaggio che i ben pensanti potrebbero strumentalizzare affermando che lo Stato, distribuendo le siringhe, fa un invito a drogarsi. L’altro giorno ho incontrato un ragazzo che mi ha raccontato che si è bucato con la siringa di una ragazza sieropositiva: gli ho chiesto come mai, non essendo sieropositivo e conoscendo le vie di trasmissione dell’A.I.D.S., lo abbia fatto.
Lui mi ha risposto che era così squallido andarsi a bucare in strada da soli ed ha preferito farlo in compagnia. Vedete che la logica non è una logica razionale ma è irrazionale, è quella stessa logica che sta alla base della scelta della droga e che se ne strafrega delle “campagne serie” di informazione sui rischi e i pericoli della droga. Mettiamoci bene in testa che la prevenzione alla droga non si fa parlando della droga, più si parla della droga e meno si fa prevenzione; parlare di droga scientificamente, in maniera corretta, evidenziando cioè i rischi e i pericoli, sottointende una logica illuministica e razionale, che ci fa sperare che la gente si sensibilizzi in modo da rinunciare a fare cose che gli fanno male; ma l’uomo fa migliaia di cose che fanno male sapendo che sono nocive.
Voi direste ad un masochista; “non fare questo perché fa male”, quando proprio lì sta il bello. Se l’uomo facesse tutto ciò che non fa male non farebbe tante porcate, non farebbe il traffico d’armi, non farebbe la guerra; pensare che un soggetto con i suoi buoni motivi per drogarsi, solo perché investito da un messaggio dell’autorità, e quindi arrogante nelle sue certezze, non lo faccia perché gli fa male è una pia illusione. Allo stesso modo è una pia illusione che il tossicomane si raduni in associazione in quanto, secondo me, è una contraddizione in termini; perché non si vedono le associazioni di tossicomani ed esistono, invece, le associazioni di ex tossicomani?
Un tossicomane non si associa perché ha come compagnia la droga. Nel momento in cui c’è un’ associazione c’è anche la possibilità di superare la frustrazione che l’associarsi comporta; la soglia di accettazione delle frustrazioni da parte del tossicomane è bassissima perché c’è la droga che è più affascinante. Per cui pensare che i tossicomani si possano associare come gli altri soggetti a rischio vuol dire non conoscere i tossicomani, vuol dire farsi delle illusioni; questo non vuol dire, però, che tutta la campagna fatta sull’A.I.D.S. non abbia comportato un atteggiamento più attento da parte dei tossicomani nei confronti, ad esempio, del proprio corpo, nei confronti dell’uso della siringa.
Quindi, sicuramente c’è più attenzione e sicuramente ognuno ha la sua siringa anche se poi c’è l’eccezione che conferma la regola. Abbiamo sentito prima un dato strano, il 65percento dei malati in Italia sono tossicodipendenti, mentre in Gran Bretagna sono solo il 2percento; a prima vista questo dato potrebbe significare che in Italia ci sono più tossicomani che omosessuali rispetto alla Gran Bretagna, questa sarebbe la prima spiegazione che salta agli occhi. Poi c’è un’altro dato: 50 tossicomani su 100 sono sieropositivi; nel nostro Sistema Cittadino Integrato Antidroga (S.C.I.A.) che oggi assiste, e ama, circa 600 tossicodipendenti al giorno, evidentemente noi balliamo in mezzo alla sieropositività; io non voglio neanche sapere chi è sieropositivo e chi non lo è, non c’è nessuna diversità di trattamento se non un’attenzione rivolta a questo dramma, che è un vero dramma perché il sieropositivo non sa quello che gli succederà.
Certe volte conviene sapere cosa succede perché la situazione è meno ansiogena quando si conosce il proprio futuro, ma pensate quanto è brutto il futuro di uno che è sieropositivo e non sa cosa voglia dire ciò; se gli esperti poi gli dicono che ha il 5percento di probabilità di ammalarsi, la situazione non è diversa da quella illustrata nella poesia di Trilussa in cui si criticavano le statistiche facendo l’esempio dei polli. Finché si ragiona in termini di percentualità, bassa o alta che sia, comunque è una situazione ricca di contenuti ansiosi e drammatici; ora di fronte all’ansia pensiamo che l’eroina è un bel sedativo, è un bell’ansiolitico, un bel tranquillante e un bell’antidepressivo. Mentre la persona “normale” di fronte ad una situazione di rischio cerca di evitare tutto ciò che comporta un’aggravamento del rischio, perché fa una scelta razionale, l’assatanato della “roba” ti fa il discorso inverso: tanto è maggiore l’ansia e l’angoscia che vivo tanto più l’eroina acquista un’ulteriore fascino; tanto più non c’è rimedio alla mia situazione tanto meglio vale farsi, perché almeno rifiati.
Quindi, nel momento in cui si parla di A.I.D.S. e droga, il mio invito è quello di cercare sempre di ragionare non con la logica razionale, borghese, dei ben pensanti, ma cercare di mettersi dalla parte di chi è vittima del fenomeno. Molti medici, sul problema dell’epatite, pensavano di convincere il tossicomane a smettere dicendogli che se continuava a drogarsi non c’era più speranza, andava in cirrosi e moriva; questo messaggio come veniva interpretato? Io sto male, non c’è rimedio, l’unico sistema per non deprimermi è farmi un’altra pera. Quello che a noi interessa sono i sieropositivi, i malati di A.I.D.S. sono pochi, e quindi quello che ci interessa di più è sapere quanti dei 100.000 o 120.000 sieropositivi si ammaleranno; ma questo è ancora prematuro.
Certo se i 100 o 120.000 sieropositivi poi si ammalano, anche se entro 5 o 10 anni, ciò diventa una tragedia cosmica, se invece se ne ammala una piccola percentuale la tragedia è molto minore. Per la malattia conclamata mi pare che si aprano degli spazi che debbono essere occupati, in quanto non si possono lasciare alla buona volontà di Madre Teresa di Calcutta, anche se non sarei così scettico sugli interventi fatti da lei; perché poi gli altri chiacchierano e non fanno gli interventi e quindi fra chi chiacchiera e chi fa gli interventi è sempre meglio chi fa l’intervento. Comunque la chiesa distingue sempre l’errore dall’errante, non è che io sia tanto uomo di chiesa ma mi sembra di capire che c’è una differenza fra l’errore e l’errante, la chiesa non accetta l’errore pero sopporta l’errante.
Credo che ci siano gli spazi per fare delle residenze per i malati terminali di A.I.D.S. e per tutti quelli per cui non c’è bisogno che stiano in ospedale, qualcuno si dovrà occupare di questo; c’è spazio per associazioni cattoliche ma anche per associazioni laiche come, ad esempio, la Croce Rossa. E’ stato citato il falso positivo, io consiglierei a tutti, se positivi, di rifare le analisi per evitare che poi escano fuori i miracolati, come riportato dai giornali; così la gente non capisce più niente e pensa davvero che ci siano i miracoli. C’è un ultimo aspetto su cui vorrei aggiungere qualcosa: ed è il problema della malattia e i diritti dell’uomo, sieropositività e diritti dell’uomo.
Mi sembra di poter condividere la carta dei diritti della L.I.L.A. In alcuni Stati vengono adottate politiche molto restrittive, come in Baviera; la Baviera è un’isolotto in Europa in cui ci sono delle normative che sono molto più restrittive anche rispetto agli altri Stati della federazione tedesca. Quindi, certe volte, la sieropositività può diventare un sistema per nascondere o per manifestare in altro modo un razzismo latente. Anche su questo tema della sieropositività, A.I.D.S. e diritti dell’uomo, mi sembra ci sia uno spazio per associazioni, come la Croce Rossa, perché venga assicurato in tutto il mondo il rispetto dei diritti umani, sulla linea della carta dei diritti della L.I.L.A.
Un’ultima annotazione: la sieropositività come elemento di violenza o di minaccia; mi riferisco ai casi in cui il tossicomane sieropositivo si presenta con la siringa minacciando di bucare la vittima se non gli dà i soldi, come già si è verificato. Per altro sembra che l’esposizione occasionale al virus non sia così pericolosa, se è vero che dagli ultimi dati risultano pochissimi gli infetti tra il personale medico e paramedico, ma quando poi uno si trova, per strada, di fronte ad uno che lo minaccia con la siringa, il sapere che ha scarsissime possibilità di diventare sieropositivo non è una grande consolazione.
Il fenomeno della droga sta andando verso una nuova emergenza, come si evince dai segnali provenienti da tutti gli indicatori che evidenziano che quel periodo in cui sembrava risolta l’evoluzione del fenomeno è finito, siamo nuovamente in un’esplosione del fenomeno, il che comporta un esplosione di violenza come mai si è verificato nella nostra città. Se voi leggete i giornali ogni giorno c’è qualcosa di eclatante legato al mondo della droga, cosa che prima non si verificava con tale frequenza.
Ciò richiede uno sforzo ed una reazione, da parte delle istituzioni, maggiore di quello che è avvenuto fino ad oggi; perciò invito queste associazioni, come PARSEC ed IRPEOS, ad unirsi alle altre associazioni che collaborano con lo S.C.I.A., affinché si faccia fronte al risorgere del fenomeno.
L’Italia, nel suo complesso, ha una via terapeutica pubblica/privata (comunità terapeutica/metadone) alla tossicodipendenza che non è seconda a nessun paese del mondo; io mi sento di dire che questa risposta italiana così concentrata nel tempo è stata, comunque, un grande sforzo d’avanguardia a cui tante nazioni, apparentemente più importanti di noi, stanno guardando con un certo interesse. Certamente c’è il problema che a Roma ci sono tanti SAT ed operano, purtroppo, in tanti modi diversi; il che vuol dire che ogni SAT fa quello che gli pare nonostante le normative regionali e nazionali.
Ad esempio, per quanto riguarda la distribuzione del metadone, Roma è un’entità sub comunale perché ciò che è lecito a Montesacro diventa illecito all’EUR e viceversa, nonostante esistano direttive ben precise e chiare del Ministero della Sanità. Per quanto riguarda il mio SAT è quello del S. Camillo ed è quello dello S.C.I.A., che rifiuta di assistere solo i soggetti del suo territorio; rifiutiamo cioè la logica di questo nuovo feudalesimo della salute che impone a ciascuno i propri feudatari, anche se non c’è nessun rapporto di empatia, di fiducia o di scambio.
Questa logica è anche contraria alla legge 685 che garantisce la libera scelta del medico e del luogo di cura. Al SAT del S. Camillo affluiscono circa 480 ragazzi al mese: tutti sono stati testati per l’A.I.D.S. e il 50% sono sieropositivi, tutti vengono seguiti, tutti hanno la loro consulenza specialistica; in questo caso il SAT è la punta di diamante dell’assistenza ai tossicodipendenti. Comunque, nella realtà romana, ci sono dei SAT che non funzionano, che sono gestiti male o che non sanno neanche dare il metadone.