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Articoli · 2 Giugno 1979

Villa Maraini: una proposta di comunità terapeutica

Da: LA RIVISTA DI SERVIZIO SOCIALE Anno XIX N. — 2 Giugno 1979 · IT

Istituto per gli studi sui servizi sociali Beniamino Carucci Editore

L’aumento costante e progressivo dei casi di tossicomania giovanile in Italia, con la conseguente proporzionale casistica passata tra le maglie dell’Organizzazione socio-sanitaria, permette di formulare nuove considerazioni sui differenti aspetti del fenomeno, specie per quanto riguarda inquadramento nosologico, e quindi possibilità e prospettive preventive, terapeutiche e riabilitative. Si diffonde, ad es., la convinzione che si assista ad una “malattia nuova” che poco ha a che vedere con le tossicomanie del passato, non foss’altro per il dato epidemiologico, tuttora costante, di una diffusione limitata essenzialmente alla fascia di età fra i 18 e i 25 anni, e quello clinico, di scarsa importanza degli aspetti fisici che passano in second’ordine rispetto a quelli ambientali e sociali, in una parola: “esistenziali”.

Se alcuni anni fa si poteva presumere che la brusca diminuzione di casi di tossicomania fra i trentenni fosse dovuta ad un recente inizio del fenomeno nel nostro Paese, e che quindi occorresse lasciar “crescere” i primi tossicomani per arrivare ad una distribuzione più omogenea tra fasce di età, l’attuale riscontro della stessa distribuzione del fenomeno, quanto ad età, ci fa pensare altrimenti. Sembra infatti che intorno ai 30 anni il numero di giovani “guariti” aumenti criticamente e che questo sia il fatto più rilevante per spiegare l’abbassamento del numero dei tossicomani, oltre a quello provocato da quanti sono morti nel frattempo o hanno trovato una soluzione di compromesso tra le loro esigenze e quelle della società, accettando di diventare “drogati legali”, ad es., alcolizzati o dediti a cocktails di medicinali.

Se a 30 anni molti guariscono, mentre è comune e frustrante esperienza quotidiana la ricaduta di quanti si sono da poco accostati all’eroina, evidentemente la componente di danno fisico indotto dalla droga assume minor valore rispetto alle cause che possono aver indotto il giovane a drogarsi: rimuovendo e superando tali cause, sarà possibile liberarsi anche delle peggiori dipendenze fisiche ed assuefazioni. Dice Olievenstein che a 18 anni non si guarisce di eroina perché si è in “luna di miele” con la droga, di cui si vedono solo i lati positivi e gratificanti. Sarà il trascorrere degli anni a far diminuire, fino ad annientare, gli aspetti “belli” (più si è assuefatti, meno si “sente la roba”, che alla fine servirà a stare non più bene ma solo “non male”) mentre crescono quelli “brutti” (l’acqua alla gola di chi deve “rimediare” sempre in qualche modo la sua dose, gli incarceramenti, i ripetuti ricoveri, la coscienza di essere “vecchio” e malato).

Se dunque il trascorrere del tempo è fattore positivo per la guarigione, è necessario rivedere i nostri concetti di terapia, troppo legati alla disassuefazione fisica e allo svezzamento per non risentire negativamente di un’ottica limitata che rischia di fare il “gioco del tossicomane”, focalizzandosi sul sintomo anziché operare con più ampio respiro sulle cause. Non tanto deve interessarci se oggi il giovane si buca o no, ciò che può essere considerato contingente, quanto di trovare con lo stesso giovane delle soluzioni di vita che gli consentano di non avere bisogno di drogarsi per ritrovare il proprio equilibrio perduto.

L’ottica della terapia diventa quella di un “lungo cammino” da percorrere insieme, per favorire in ogni modo e accelerare quel processo di maturazione, cioè di scoperta di alternative, che sembra costituire il fatto fondamentale di tutto il processo terapeutico. Il concetto di alternativa si è sviluppato negli ultimi 10 anni come l’approccio apparentemente più concreto e valido in tema di tossicomania: tale concetto si basa sull’ipotesi che lo stesso uso illecito delle sostanze psicoattive diminuisce d’importanza per il soggetto che riesca a realizzarsi, impegnandosi in attività costruttive scelte volontariamente, basate sulla creatività individuale e portate a termine con impegno.

Per essere valida ed accettabile, ogni alternativa proposta deve essere realistica, significativa, individualizzata e raggiungibile e deve poter aiutare ad acquisire e rafforzare una comprensione di sé ed una consapevolezza del proprio Io e delle esperienze delle quali ci si può riappropriare. Continuare l’uso di droga è anche un modo di reagire alle continue frustrazioni, alle sofferenze, al sentimento della propria inutilità, alla mancanza assoluta di prospettive di riuscire a realizzare in modo concreto ed efficace un cambiamento personale; il tutto, spesso, associato ad un senso di solitudine e d’incomprensione da parte degli altri, ciò che riproduce il circolo vizioso dell’assunzione come unico momento liberatorio di una situazione insopportabile.

Se le cose stanno così, ogni tipo di risposta univoca, ad es., solo ospedaliera o ambulatoriale o farmacologica, rischia di essere solo una perdita di tempo e di denaro, se svincolata dal momento più specificamente riabilitativo, che dovrebbe precedere, e non seguire, quello terapeutico in senso stretto, rendendo addirittura possibile e giustificabile quest’ultimo. Tale riabilitazione consiste nel reinserimento del tossicomane nella società; processo lungo e difficile, che cozza nella reciproca diffidenza di quanti non perdonano al tossicomane di aver “mangiato la mela del bene e del male”, e quindi lo allontanano ad espiazione dei suoi peccati, e di chi, d’altro canto, non ha la forza, e la voglia, di adattarsi alle regole del gioco. L’apparente enorme difficoltà del reinserimento deriva dalla radicale opposizione tra il drogato che ha fatto, volente o no, una scelta di isolamento e di sconfitta autonomia dal contesto sociale, e gli altri che tale scelta respingono, in quanto capace di minare le basi stesse della convivenza sociale.

Nella continua ricerca di un compromesso, è nata da alcuni anni la proposta operativa delle Comunità Terapeutiche, luoghi protetti in cui fosse possibile accelerare tale processo di mutua accettazione tra singolo e collettività, grazie ad una convivenza foriera di reciproca conoscenza e quindi accettazione. Non rientra nei nostri obiettivi una analisi accurata dei diversi tipi di Comunità Terapeutica che si sono abbondantemente sviluppati nel mondo in questi ultimi anni, e rimandiamo per questo al pregevole articolo di Cagossi e altri apparso nel numero 1/79 di questa rivista. Basti considerare che, in assenza di una ricetta precisa, ogni tentativo comunitario ha una sua validità nella misura in cui riesce a “dare” qualcosa ai suoi partecipanti, catalizzandone il comportamento verso schemi difensivi più largamente accettabili.

Se pur con una notevole generalizzazione, tutte le Comunità Terapeutiche possono essere distinte in “chiuse” ed “aperte”.Le prime, generalmente in ambiente lontano dalle città, ospitano a tempo pieno (giorno e notte) i tossicodipendenti decisi a ritrovare la dimensione personale vivendo insieme agli altri. Chi ne entra a far parte rompe con il mondo esterno e s’impegna a sostenere un tenore di vita che, se da un lato è estremamente aggregante ed intenso, dall’altro non consente per un certo periodo, anche lungo, possibilità di verifica all’esterno. Quanto più intensamente la comunità è caratterizzata, tanto più duro sarà il successivo impatto con il mondo “normale”, al termine del soggiorno. Nei tentativi “aperti”, invece, l’ospite torna a casa ogni sera, ed ha quindi continuamente la possibilità di confrontarsi con la realtà in una sorta di “ginnastica” terapeutica irrealizzabile nelle più cristallizzanti comunità chiuse, anche se ciò comporta i rischi di un persistere di occasioni derivanti dal continuare ad essere esposti ai condizionamenti ed alle pressioni del “suo” ambiente.

Entrambi i tipi di intervento hanno una loro logica, e sarebbe ingenuo parteggiare per l’uno o per l’altro in assoluto, così come è ingenua, in tema di tossicomania, qualunque generalizzazione sulle possibilità di cura che non tenga conto che ogni soggetto è un caso a sé, unico, irripetibile e continuamente cangiante in funzione del tempo, e che qualunque tentativo che va bene per uno può non essere positivo per un altro o per quello stesso paziente sei mesi dopo. Fermamente convinti di tale relatività, e di fronte al panorama degli interventi già praticati all’estero, nell’estate di tre anni fa decidemmo di fare qualcosa anche noi, propendendo, più per le situazioni di fatto incontrate che per scelta aprioristica, per un intervento di tipo “aperto”. Nacque così quella che, dopo numerose fasi trasformative, è l’attuale Comunità Terapeutica “Villa Maraini” della Croce Rossa Italiana.

Localizzata in una situazione ambientale ideale, in piena città, ma dentro un vasto parco che della città allontana gli aspetti più deteriori, Villa Maraini ha visto passare in 3 anni oltre 100 eroinomani per periodi di soggiorno variabili da 1 mese ad 1 anno, senza che la durata della permanenza fosse prevista da schemi rigidi di trattamento, ma lasciando ampio spazio alla libera scelta dei singoli. Una delle idee chiave della nostra Comunità Terapeutica consiste nella ricerca di alternative di vita basate sulla riscoperta, o scoperta, di proprie possibilità lavorative come mezzo per esprimere la libera creatività individuale. Se il tossicomane è un debole per definizione, non accetterà facilmente le frustrazioni di un comune rapporto di lavoro.

Ecco quindi che in una prima fase di passaggio da una condizione di dipendenza psichica e fisica dalla droga, e di conseguente totale inattività, può giovare un’attività che per essere possibile deve svolgersi in un ambiente protettivo e disponibile in cui manifestare le proprie possibilità operative. Il lavoro, in tal caso, diviene possibilità di espressione e di autovalorizzazione, la prima, forse, da quando il giovane ha imboccato il tunnel della droga. Sottolineiamo il termine “passaggio”, che è già una risposta a quanti, permanentemente e acidamente critici verso chi opera nel campo della tossicomania, ci accusano di aver creato un”oasi” completamente avulsa dal mondo circostante e, in quanto tale, inutile se non dannosa. Dalla dipendenza alla indipendenza il passo è lungo e difficile, specie se l’ambiente è ostile o ignorante. Passare da una dipendenza farmacologica ad una dipendenza da un ambiente protettivo costituisce un grande passo avanti che rende possibile la successiva conquista di una indipendenza totale. L’ambiente in cui ciò avviene è creato dallo stesso soggetto volontariamente sottopostosi alla terapia.

Si tratta di un luogo in continuo divenire, con tutti i problemi che ciò comporta, e non già di un’oasi immutabile, irreale e artificiale. Anche i problemi, spesso violenti, della quotidiana vita in comune svolgono un ruolo terapeutico, accelerando il percorso del “lungo cammino”. A chi chiede di entrare a far parte della Comunità Terapeutica viene richiesto di non portare con sé droga di nessun tipo e di accettare e farsi accettare nel nuovo ambiente di vita. Contrariamente al solito, non è richiesto un preventivo svezzamento: ribaltando il concetto che la tossicomania si cura prima disintossicando e poi reinserendo il soggetto, caratteristica di Villa Maraini è quella di attuare queste fasi parallelamente, nel senso che, fornire un modo di vita alternativo a quello tipico della condizione tossicomanica, significa offrire l’opportunità di vagliare le proprie motivazioni reali a “smettere” ed impostare quindi un programma di disintossicazione fisica.

Così lo svezzamento, inserito nella logica delle “alternative” operative, è vissuto meno pesantemente, come una tappa necessaria e non fine a se stessa, stante che lo stato di benessere e di indipendenza progressivamente maggiori consentono al soggetto di potenziare le proprie capacità ed attività, realizzando una autonomia sempre maggiore, sia come guadagno che come riaffermazione della propria individualità. Lo svezzamento diventa in tal modo un processo attivo, lungamente meditato e desiderato, e non un obbligo coercitivamente subito. Generalmente, tutte le domande di ammissione vengono accolte: rifiutiamo la presunzione della selezione attitudinale da parte dell’”esperto” o della “equipe” nella convinzione che il trascorrere del tempo costituisca il miglior giudice della validità o meno della motivazione.

Si è visto in pratica che la Comunità Terapeutica è frequentata maggiormente dalla fascia più anziana dei tossicomani, quelli cioè che hanno un’età superiore ai 23-25 anni e che quindi, superata da tempo la “luna di miele”, sono più disponibili a modificare i propri atteggiamenti e comportamenti. Ogni nuovo venuto è accolto da un ex tossicomane che gli descrive la situazione, prospettandogli le diverse possibilità che ha all’interno della stessa e contemporaneamente i doveri di non portare “roba” e di partecipare alle attività di routine, rispettando in particolar modo gli orari. Il regolamento interno della Comunità Terapeutica, stilato ed approvato nel corso di una delle riunioni settimanali cui tutti partecipano, prevede attività di routine svolte a turno (pulizia dei locali, spesa, cucina, ecc.) ed attività distribuite secondo la libera disponibilità e capacità individuale (orto, pollaio, artigianato, disegno, pittura, ripetizioni scolastiche, ecc.).

Tutti i lavori vengono svolti insieme, senza distinzioni, da ospiti ed operatori. Così “il lavoro non è fine a se stesso, ma pretesto per stare insieme e fare nel modo più naturale e spontaneo un’azione psicoterapica, seppure in senso lato, ‘selvaggia’ e non ortodossa, cercando di vincere insieme le problematiche individuali che, giorno dopo giorno, vengono a galla e quei fantasmi che hanno portato il ragazzo a drogarsi” (Barra M., Sandri G.). E ancora “il problema di uno diviene quello di tutti, nel senso che viene collettivamente affrontato, così come i problemi collettivi sono individualmente sentiti e ci si impegna concretamente a risolverli.

La coesione interna (non statica o semplicemente routinaria, bensì dialetticamente verificata passo passo) garantisce la sopravvivenza ed il miglioramento di ognuno e quello collettivo, in una continua tensione indispensabile per vivere insieme ed affrontare e risolvere la propria situazione nelle dinamiche di rete del gruppo” (Barca V., Bellizzi A.). Ogni componente la Comunità Terapeutica, sia esso operatore o tossicomane, ha come individuo sue caratteristiche peculiari e potenziabili: la Comunità Terapeutica nel suo insieme ha anche lo scopo di favorire e stimolare una presa di coscienza tale da far comprendere ad ognuno le esigenze ed i punti di vista altrui.

Quando si arriva a realizzare ciò, si verifica una crescita collettiva, attraverso la quale ciascuno riesce a mettere in discussione la propria persona, condizione indispensabile del vivere in comune. Contrariamente ad altre esperienze ergoterapiche, viene dato notevole peso al valore economico del lavoro. Per ogni giornata di presenza in Comunità, al giovane viene corrisposto un piccolo “stipendio”. Oltre a ciò, una parte della produzione della Comunità Terapeutica viene venduta a beneficio dell’artefice che, così, alla fine del mese avrà guadagnato una somma tale da consentirgli una sopravvivenza autonoma.

Questa impostazione trova la sua radice nel convincimento che una delle difficoltà del tossicomane ad integrarsi in un lavoro consiste nella mancanza del rapporto lavoro-guadagno, come fattore che rende possibile ed accettabile il lavoro stesso. Per chi sa che esistono tanti modi per aver soldi, indipendentemente da un lavoro onesto (fare “colletta” per le strade, rubare, vendere droga), il lavoro non ha quell’attrattiva di gratificazione legata al guadagno, che lo rende sopportabile. Riteniamo importante ricostruire, o costruire, tale rapporto, che poi sarà ripetibile in altre esperienze meno protette. Tale impostazione, apparentemente troppo liberale, ci ha procurato numerose critiche di quanti ritengono eccessiva la disponibilità della Comunità nei confronti del tossicomane, che, oltre ad essere curato gratuitamente, viene anche “pagato” dalla Istituzione. Altre accuse, comprensibili, sono quelle di far andare in droga parte dei fondi stanziati.

L’esperienza di tre anni ha dimostrato la non adeguatezza di tali critiche. In effetti, ciò che la Comunità Terapeutica chiede ai suoi ospiti: il lavoro, la puntualità, la presenza costante, la disponibilità ad un intervento terapeutico, è più di quanto dà, tenuto conto che il grado di adattabilità à tali fattori è molto basso nei tossicomani e fonte di continue difficoltà. Se è vero che talvolta i soldi guadagnati finiscono in eroina, giudichiamo anche questo fatto terapeuticamente valido, proprio per la contraddizione insita in chi ha dovuto lavorare alcuni giorni per un solo buco. Il gioco, in tal caso, non vale la candela e chiunque si droga non lo fa certo con soldi guadagnati faticosamente.

Un altro problema relativo alla “paga” del soggetto in terapia discende dalla complessità burocratica dell’Istituzione che si assume tale onere. Nel nostro caso è la Croce Rossa, attualmente riconosciuta Ente Pubblico parastatale, con delle precise regole amministrative che impediscono un’agevole disponibilità di denaro a favore, ad es., di elementi che, da un lato, non possono essere considerati dei dipendenti, e dall’altro, non sarebbe terapeutico inquadrare come dei mantenuti da un pubblico sussidio. In tal senso, l’organismo pubblico trova delle difficoltà operative che qualunque struttura privata non ha.

Il problema si allarga se, oltre a ciò, consideriamo la voce relativa al personale di una Comunità Terapeutica. Sia l’esperienza internazionale che la nostra concordano nel constatare un accentuatissimo ricambio dell’operatore; il che è difficilmente compatibile con una struttura-madre fortemente burocratizzata. In ogni Comunità Terapeutica c’è un nucleo centrale trainante, formato dagli iniziatori e dai leaders dell’iniziativa, ed un alone di personale fluttuante che, dopo un periodo più o meno lungo, non regge lo stress quotidiano ed abbandona. Generalmente, l’abbandono non è espressione di indifferenza ma, anzi, di eccessivo coinvolgimento emotivo, con conseguente “strippo” (cioè fusione) finale.

D’altro canto, in una Comunità Terapeutica, o l’operatore si lascia coinvolgere globalmente, o è destinato ad essere immediatamente emarginato, se non eliminato con vere e proprie violenze psicologiche estremamente esplicite nei loro fini, da parte dei soggetti in trattamento. Il coinvolgimento globale, a sua volta, non è compatibile con il mantenimento di un orario fisso di lavoro, ciò che sembra essere un’altra delle prerogative irrinunciabili di ogni struttura pubblica. Sull’esempio dell’Ospedale Marmottan a Parigi, specializzato per la cura dei tossicodipendenti, a Villa Maraini i 5 operatori fissi sono stati lasciati liberi di stabilire autonomamente i loro turni di lavoro, a seconda delle esigenze del servizio e delle rispettive disponibilità, e a condizione di assicurare una presenza di 36 ore settimanali.

Ogni settimana gli operatori affiggono all’albo l’elenco delle loro presenze per i 7 giorni successivi. L’iniziativa ha ottenuto un brillante successo, tanto che l’assenteismo “per malattia” è stato completamente nullo e tutti hanno lavorato per un numero di ore superiore alle richieste. In tal senso, anche l’operatore stipendiato si è comportato da volontario. Crediamo che tale spirito volontaristico costituisca un punto fermo di ogni impresa che si proponga di “fare” qualcosa nel campo della droga. C’è anche da considerare che, se tutto il personale fosse retribuito, i costi di una Comunità Terapeutica, nel rapporto ideale di 1:1, sarebbero elevatissimi e decisamente antieconomici.

La nostra proposta è quella, positivamente sperimentata, di un nucleo trainante dipendente e di un gruppo di volontari qualificati, in taluni casi, rimborsati anche regolarmente per un impegno particolare a favore dell’Istituzione, con somme mensili a titolo di rimborso spese o, meno ipocritamente, di compenso. La proposta sembra particolarmente valida nel nostro Paese, in cui esistono ormai migliaia di giovani psicologi disoccupati che, con tale formula, potrebbero unire una pur minima gratificazione economica ad un tirocinio professionale e umano sicuramente fruttuoso e irripetibile. Altra forma di doveroso rispetto di un lavoro particolarmente impegnativo sarebbe l’aumento dei giorni di ferie per i dipendenti, sempre sull’esempio francese, che concede 2 mesi l’anno come necessario momento di riflessione all’incalzare quotidiano dei problemi.

Un’ultima proposta operativa, riguardante il personale, è la possibilità di avere a disposizione alcuni “educatori da strada”, completamente liberi di operare nelle piazze e nei ritrovi dei tossicomani, agendo da punto di riferimento in caso di necessità e lavorando in collegamento con una Comunità Terapeutica. Il lavoro potrebbe essere egregiamente svolto anche da studenti di medicina o di psicologia o da volontari opportunamente preparati (ad es., i giovani della Croce Rossa o dello Scautismo). Se esistono i poliziotti da strada che si travestono da drogati a fini di repressione, non si vede perché non debbano esistere dei “lavoratori sociali” che, mantenendo la loro identità, agiscono con un approccio meno formale e burocratico del consueto.

Anche a tal fine, oltre che per il lavoro in comunità, o comunque in qualunque Istituzione antidroga, sembra auspicabile la partecipazione di ex tossicomani; ciò che del resto è richiesto da numerosi piani pubblici d’intervento. L’ex gioca un ruolo rilevante in tutte le Comunità straniere, specie francesi e americane, dove tale presenza è stata addirittura istituzionalizzata, con una conseguente “carriera” dell’ex che cambia istituzione una volta trovato un ingaggio economicamente più vantaggioso. La proposta è sicuramente valida, anche se rischia di rimanere pura teoria ed accademia se i piani regionali che la prevedono, come quello laziale, non indicano contemporaneamente quali possibilità di retribuzione esistono in realtà per un ex che intraprenda tale lavoro.

L’ex potrebbe costituire un valido trait-d’union tra l’operatore che, per quanto disponibile e deistituzionalizzato, a volte non riesce a tradire il suo ruolo, e il tossicomane, verso il quale l’ex si porrebbe come meta da raggiungere e come concreta dimostrazione che la completa guarigione è possibile. Proprio per la sua funzione, il ruolo dell’ex è estremamente complesso, in quanto soggetto ad invidie e bersagli di quanti, non accettando la sua vittoria, faranno di tutto per distruggerlo, rivalutando così se stessi. Per tali motivi, il nostro consiglio è di procedere con estrema cautela su questa strada, evitando soprattutto di nuocere a coloro che, in quanto ex tossicomani, sono pur sempre individui estremamente vulnerabili.

Da tutte le considerazioni sopra esposte, emerge netta la necessità che qualunque intervento in tema di tossicomania sia il più possibile deistituzionalizzato. Una malattia esistenziale non si vince con i registri, le schede, i timbri tondi, gli appuntamenti (magari non rispettati), ma con un serio impegno personale dei singoli componenti la collettività, a ciò catalizzata da operatori e volontari socio-sanitari, umanamente e professionalmente disponibili.

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