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Interviste · 21 Novembre 1979

Quando le leggi si mordono tra loro

Da: Il Tempo — 21 Novembre 1979 · IT

Da: “Il Tempo” di mercoledì 21 novembre 1979

Contributi per un dibattito sulla tossicodipendenza

Il creatore della comunità di Villa Maraini, il dottor Massimo Barra, evidenzia gli screzi tra norme regionali e nazionali – Il dovere morale di un impegno rapido

Mentre si continua a morire d’eroina c’è ancora chi prospetta ricette miracolose per risolvere il problema delle tossicodipendenze. Quel che è più grave è il fatto che, anziché dimensionare il problema in maniera prima globale e poi analitica, c’è chi ne utilizza i termini per le proprie campagne personali di bravura o di posizione. Così c’è chi contesta l’uso del metadone, chi vuole la morfina, chi scopre – buon ultimo che l’eroina è dannosa. Ognuno si dà da fare per mostrare la bontà delle proprie tesi e – questo è il grave – l’inutilità dell’impegno altrui. Così sperimentatori, falsi esperti di statistica, predicatori e venditori di chiacchiere tornano alla ribalta. Ora, mentre contiamo il decesso per droga numero 113 in Italia dall’inizio dell’anno, cerchiamo di proporre spunti di dibattito anziché soliloqui. Del quadro attuale e di cose già accennate parliamo oggi con il dottor Massimo Barra, creatore della comunità terapeutica di Villa Maraini. Si occupa di tossicodipendenze da diversi anni; fu uno dei primi a prestare servizio presso il Centro antidroga comunale. Attualmente è, tra l’altro, il presidente mondiale del settore giovanile della Croce Rossa.

Si parla in queste settimane delle carenze della legge vigente. A volte è stata disattesa, a volte chiaramente male applicata. Qual’è il suo parere?

“Si tratta di applicare la legge nazionale disattesa quando non addirittura contraddetta dalle normative regionali. Un esempio relativo al titolo (art. 90 e seguenti) è che mentre molte regioni non hanno ancora realizzato i centri medici e di assistenza sociale il Lazio ha stabilito che le loro funzioni siano svolte direttamente dall’Assessorato regionale alla sanità (art. 3 legge n. 46 dell’119 1976) contraddicendo così, in maniera clamorosa, la normativa nazionale e privando il tossicodipendente, di quell’appoggio specialistico e specifico di cui ha bisogno.

E’ una contestazione di metodo o personale? Quali sono gli elementi di questo giudizio negativo?

“E’ facile rispondere. In primo luogo basta osservare il resto del mondo dove, ovunque, esistono istituzioni specifiche per le tossicomanie (centri antidroga, comunità terapeutiche, drop-in, ospedali di giorno ecc.) e non vediamo perché in Italia si dovrebbe assere più furbi degli altri che hanno una maggiore esperienza operativa. In secondo luogo perché la norma stabilisce così a priori una linea che non trova neanche un consenso tra tutti i soggetti della terapia, considerati così non degni di ascolto, alla stregua di incapaci di intendere e di volere; infine perché priva il malato di un supporto specializzato per gettarlo in pasto ad istituzioni fortemente burocratizzate e gerarchizzate (gli ospedali, ad esempio) e non preparate alle sue necessità. La norma regionale non considera il tossicomane un malato come tutti gli altri; nessuno infatti si sognerebbe di ritenere emarginato un malato agli occhi che si facesse curare in un ospedale oftalmico, anziché in un reparto di medicina generale. Tra l’altro, spesso fa comodo dimenticare che l’emarginato non nasce tanto da una dislocazione topografica – nel nostro caso la frequenza ad un centro – ma da un alterato rapporto interpersonale”.

Svezzamento, disintossicazione, riabilitazione, reinserimento. Sono i termini, spesso usati a sproposito, per intendere comunque qualcosa di simile. C’è chi oggi afferma che l’unica via d’uscita dalla droga passa attraverso la terapia senza farmaci. Condivide questa tesi?

” No. Il cosiddetto “tacchino freddo” resta attuabile solo in presenza di una precisa volontà del paziente che in tal modo può dimostrare agli altri ma soprattutto a se stesso che è in grado, forse per la prima volta, di ideare e portare a termine un programma alternativo. Nella maggioranza dei casi invece lo svezzamento deve avvenire con la progressiva eliminazione di un farmaco sostitutivo. Dare l’eroina a scalare non costituirebbe motivo di scandalo ma solo una metodica con almeno un inconveniente in più rispetto ad altre procedure. L’inconveniente è dato dal fatto che, trattandosi della stessa sostanza verso la quale il soggetto si è assuefatto, questi, a forza di scalare, arriverà ad una dose che non è neanche in grado di coprire l’astinenza

Si sta scatenando – mossa con propositi differenziati ma talvolta “sommersi” – una vera e propria opposizione alla terapia metadonica. Lei invece è a favore. Perché?

“Desidero ricordare che il metadone, rispetto alla morfina già legale e all’eroina legalizzabile, presenta molti vantaggi. Può essere somministrato per bocca. Induce un’assuefazione minore. Ha una durata d’azione di quasi 24 ore. Inoltre viene preso come farmaco e non come droga. Serve ad evitare la sintomatologia carenziale e non a “sconvolgere”. Evita il rituale del “buco” e i rischi ad esso connessi. Certo, in questo modo, il tossicomane non prova il “flash”, cioè la condizione di assoluto benessere indotto dal passaggio della droga in vena ma è da dimostrare che lo Stato debba preoccuparsi di assicurare ad alcuni cittadini un piacere non accessibile agli altri.

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