All’Università cattolica discussione su come affrontare il problema del dopo-droga
Dicono che la disintossicazione fisica di un eroinomane non costituisca più un problema. E probabilmente è vero, considerata la frequenza con la quale ex-tossicodipendenti, appena usciti dall’ospedale, tornano a bucarsi, qualche volta ammazzandosi per l’imprevista (e spesso imprevedibile, viste le porcherie che gli spacciatori aggiungono allo stupefacente) overdose. E’ ormai chiaro, almeno a chi si occupa di queste cose, che il problema generale della tossicodipendenza non si risolve rispettando scrupolosamente la legge anche dove questa impone ricovero e cure coatte.
Il problema (il dramma, per molti) va affrontato prima che si manifesti, con la prevenzione, e subito dopo la disintossicazione fisica, con un adeguato trattamento psicoterapeutico, del quale però la legge non parla. Di cosa fare “dopo” la disintossicazione, si è parlato ieri mattina all’Università cattolica, in conclusione del corso per dirigenti dell’assistenza infermieristica. Le premesse erano quelle spiegate dal dottor Armando Ciocca, psichiatra presso l’ambulatorio farmacodipendenti , della stessa Università cattolica Ha spiegato Ciocca: “Quando si avverte dentro di sé la presenza inquietante e minacciosa del dolore psichico, dell’angoscia, sorge la richiesta di “qualcosa” che contenga e liberi dall’angoscia.
E quando questo “qualcosa” è raggiungibile, disponibile sul piano della realtà, e ancora più quando se ne è fatto, o si sa che altri hanno fatto, esperienza, e si sa che è efficace, credo che il desiderio che susciti possa essere irrefrenabile e incontrollabile. E credo che questo si possa chiamare dipendenza psichica”. Esposti a questo rischio sono soprattutto i giovanissimi, perché l’adolescenza, si sa è un periodo di difficile assestamento della propria personalità e dei rapporti con gli altri.
Tossicomani ultra-trentenni ce ne sono pochi: si calcola che un terzo sia morto prima di arrivare alla maturità, un terzo abbia smesso definitivamente, gli altri continuino a “drogarsi”, cambiando sostanza (quanti alcolisti?) o instaurando con l’eroina un rapporto meno “duro”. I problemi di cui si parla, quindi, riguardano i giovani. “Il periodo di astinenza e di disintossicazione – dice Ciocca – provoca una drammatica situazione psichica caratterizzata inizialmente da un sentimento di perdita, particolarmente intollerabile, che deve essere con urgenza quasi fisica allontanato”.
Come sostituire l’eroina con qualcosa di diverso, che “riempia” e colmi questo vuoto, è il problema che, da diversi punti di vista, strettamente connessi all’ideologia (laica o cattolica: e vedremo nei fatti perché) stanno affrontando le comunità terapeutiche. Ieri sono state riferite le esperienze di quella romana di Villa Maraini (gestita dalla CRI, con il contributo del Centro malattie sociali del Comune), della “Cascina Verde”, di Milano, del Centro Capitanio di Bergamo, della comunità di San Benedetto al Porto di Genova.
Le ultime tre sono gestite direttamente da religiosi, o da laici che alla religione cattolica fanno certo riferimento. Mancavano del tutto esperienze di comunità libere, extra-istituzionali che pure esistono, ed è un peccato perché i confronti sarebbero stati più illuminanti. Di Villa Maraini si è già parlato in occasione della minacciata chiusura. Il dottor Massimo Barra che la dirige ha difeso le linee programmatiche di questa comunità diurna, dalle regole molto elastiche.
La premessa di questa scelta è che la decisione di disintossicarsi in ospedale, anche quando è apparentemente libera, in realtà è coatta, perché il tossicomane non trova l’eroina, o perché rischia di finire in carcere, o perché ha grossi problemi con i genitori. Le possibilità di ricaduta sono quindi enormi: per questo le regole di una comunità che assista il neo-disintossicato non possono essere rigide, altrimenti il giovane se ne va, e ricomincia da capo.
A Villa Maraini quindi, c’è una sola regola precisa: non bisogna portare dentro droga. Il resto è su basi di massima libertà, anche il lavoro, che può essere scelto in base alle personali attitudini e desideri. Se uno poi spende i soldi guadagnati in droga, pazienza: è un rischio che bisogna correre. L’importante è offrire una possibilità di riscoprire il lavoro e il vivere in comunità, come alternativa alla tossicomania. Più rigide e di molto le “regole” delle comunità religiose.
Alla “Cascina Verde” fanno esami delle urine improvvisi per scoprire se gli ospiti si bucano ancora, è proibita l’attività sessuale (la comunità è mista), per il primo mese di ospitalità sono proibiti i contatti telefonici con l’esterno, le lettere vengono aperte per essere sicuri che non arrivi droga. Al Centro Capitanio di Bergamo (solo per ragazze) il problema del sesso è superato, ma le ospiti non possono uscire da sole per 8, 10 mesi: non hanno soldi, nessun rapporto con vecchi amici. Dicono suore e laici: è difficile rompere le vecchie abitudini, la conquista dell’indipendenza dall’eroina è dura, e solo così, con questa severità, si evitano ricadute.
Può essere e i risultati (un venticinque per cento di successi, uguale, più o meno, a quelli di comunità più libere) sembrano dar ragione a tanto rigore. Ma, come si può facilmente capire, siamo ancora lontani da un’ipotesi di lavoro valida. E, soprattutto, siamo ancora lontani dalla possibilità di offrire a tutti quelli che passano dagli ospedali per una cura disintossicante, l’occasione di smettere per sempre, trovare un lavoro che piaccia, rientrare in quella normalità, spesso grigia e frustante, dalla quale è così facile evadere con l’eroina.