di Massimo Barra: Responsabile delle Comunità Terapeutica “Villa Maraini” della C.R.I. di Roma
Con sempre maggiore frequenza si sente parlare di droga. Tutti si ritengono autorizzati a dire la loro, allarmando o ridimensionando, condannando o giustificando, dalle più svariate tribune, televisione, giornali, salotti. Non tutti, però, danno al termine droga lo stesso significato. Per molti, droga è solo l’insieme di sostanze che ci permettono di definire “tout court” con un aggettivo usato generalmente in senso spregiativo, drogato, chi ne faccia più o meno regolare uso. Questo è un modo estremamente limitato di affrontare l’argomento e pecca di eccessiva generalizzazione e superficialità.
Più valido è rifarsi ai libri di farmacologia, dai quali apprendiamo che la droga è sinonimo di farmaco, cioè di qualunque sostanza capace di modificare l’organismo. Droga ha dunque un significato molto vasto, per cui s’impongono alcune distinzioni e classificazioni per comprendere meglio di che cosa si stia parlando. Senz’altro valida è la divisione tra droghe legali e illegali: le prime, ammesse dalla legge, le seconde, vendute esclusivamente al mercato nero. Droghe legali sarebbero tutte le medicine, l’alcol, il tabacco; mentre, dalla marijuhana all’eroina, tutte le sostanze che provocano effetti esclusivamente o, in gran parte, dannosi per l’organismo, verrebbero definite droghe illegali.
La distinzione è valida a condizione di essere ben interpretata, come del resto tutte le classificazioni. Soprattutto, non si tratta di pensare alle droghe legali come a qualcosa che faccia bene e solo bene, mentre quelle illegali farebbero male e solo male. Non si tratta quindi di passare dal mondo del bene a quello del male, ma di valutare serenamente il pro e il contro di ciascuna sostanza. Non tanto c’interessa la legalità o meno della droga, concetto anch’esso labile e fluttuante, a seconda delle circostanze, delle culture e dei tempi, quanto il grado di dipendenza che esse riescono a dare a chi ne faccia uso.
Scopriremmo così che molte droghe legali non hanno nulla da invidiare a quelle illegali, basti pensare all’alcol, che può dare una forma di tossicomania al pari della più dura fra le droghe illegali. La consapevolezza di ciò è stata adottata a pretesto da vaste frange di addetti ai lavori, non sempre e tutti in maniera disinteressata, per ridimensionare e sminuire l’”errore” dei consumatori di droghe illegali, arrivando a chiedere la liberalizzazione di talune sostanze. Nostro intento, pur partendo dalla stessa consapevolezza che le droghe illegali rappresentano solo la punta di un iceberg, è esattamente l’opposto; è quello, cioè, di mirare ad un contenimento anche delle droghe legali.
Da quanto sopra, emerge che un’eventuale azione preventiva, per essere valida, non può che affrontare l’argomento droga in modo globale, inserita cioè in un contesto di vera educazione sanitaria. Sì eviteranno così l’eccessiva focalizzazione e specificità del tema, che potrebbero rivelarsi insufficienti, anche se non controproducenti, e, in pari tempo, si potrà intraprendere un azione veramente precoce, già a partire dalla scuola elementare. In tale ambito, non ci si dovrà limitare a parlare delle droghe intese nella più diffusa accezione del termine, dicendo, ad es., che sono dannose, ciò che è ormai abbastanza scontato anche per un alunno delle elementari, ma occorrerà una più vasta azione educativa tendente a focalizzare con spirito critico anche comportamenti largamente diffusi addirittura pubblicizzati, in quanto dannosi in senso lato alla promozione e al mantenimento di uno stato di salute. Penso soprattutto ad un’azione tendente a mostrare come il ricorso a una droga, qualunque essa sia, rappresenti sempre un danno o una sconfitta per l’organismo, il cui ideale di sopravvivenza consiste nel poter mantenere la sua omeostasi, cioè la costanza della sua composizione, senza interventi estranei.
A tal proposito potrebbe essere utile un’azione informativa sull’uso corretto dei farmaci. E’ un fatto che in tutto il mondo l’uso dei farmaci spesso si tramuta in abuso. Ognuno di noi è sottoposto ad una continua spinta verso il farmaco, frutto di uno stillicidio pubblicitario che tende a convincerci che le medicine, qualunque medicina, fanno bene e soltanto bene. Sarà perché alla TV abbiamo modo di vedere spesso che la signora con dei problemi di risolve presto e bene bevendo le allegre bollicine sprizzanti salute, frutto di una bustina di medicinale disciolto in acqua, oppure regola “allegramente” il suo organismo, correndo al confetto dal dolce sapore di prugne, ma tutti noi, chi più chi meno, siamo persuasi che le medicine facciano solo del bene all’uomo.
Spiegare che ciò è falso, che per ogni farmaco, se esiste un effetto terapeutico gradito, ne esiste un altro, detto collaterale o secondario, che rappresenta sempre un danno, può servire a prevenire quella frenesia consumistica farmacologica che rappresenta una delle radici per capire perché, a un dato momento, il giovane abituato fin da piccolo alle modificazioni fugaci e passeggere dategli dal ricorso al farmaco, non si accontenta più di questo ed esce per la tangente rifugiandosi nel mondo ancora più protettivo e ovattato, più rassicurante e piacevole delle droghe illegali. Ancor peggio se il ricorso ad una droga, qualunque essa sia, rappresenta lo sfogo costante di un componente dell’ambiente familiare o delle amicizie.
Con questo non intendiamo dire che la spinta all’abuso dei farmaci rappresenta la sola radice di una futura tossicomania e nemmeno che ne sia la causa principale: è una concausa però, di cui sinora si è troppo poco parlato e approfondendo la quale si potrebbero avere delle sgradite sorprese. Se l’abuso di medicinali, specie di psicofarmaci, di alcol e di droghe illegali, non rappresentano che le tre facce della stessa tendenza, quella della fuga dalla realtà e di rifugio in un paradiso perduto, dove tutto è uguale a se stesso, e dove l’urgenza dei fenomeni vitali può essere percepita in modo meno ricco di risonanze drammatiche, se queste vero, anche la prevenzione deve passare sulla stessa linea direttiva. Non è chiudendo gli occhi o ammiccando, che si previene, né con le conferenze, i discorsi e le chiacchiere, ma con un attento esame critico che ognuno di noi è chiamato a fare ai suoi comportamenti e suoi modi di essere.