Atti del primo Convegno Nazionale – Città della Pieve, 27-28-29 maggio 1988
Barra Massimo
Medico, consulente del Comune di Roma per le Tossicodipendenze
Io mi sento piuttosto imbarazzato a dover prendere la parola a questo stadio dei lavori in quanto le prime due relazioni erano incentrate su esempi concreti di quello che viene fatto, mentre la mia dovrebbe essere più una relazione sul rapporto di tipo politico o comunque di politica dei servizi e quindi con uno stacco rispetto alle relazioni precedenti.
Il mio imbarazzo è ancora più grande in quanto sento una certa discrasia tra la solennità dell’ambiente nel quale ci siamo riuniti e la modestia delle cose che andrò dicendo non perché sia modesto quello che vaglio dire, perché tanto non ci crederebbe nessuno, ma perché questa vorrebbe essere più una riunione intorno ad un focolare per dirsi le cose che vanno e soprattutto quelle che non vanno, in questo sistema di servizi che noi abbiamo ipotizzato e messo in piedi a Roma per iniziativa dell’Assessorato ai Servizi Sociali.
Siccome su 86 persone 25 delle presenti sono direttamente coinvolte con il Progetto SCIA ed abbiamo anche la grande fortuna (a Roma è tutto più difficile, a Città della Pieve la politica si può fare anche per strada) che per la prima volta noi abbiamo qui l’Assessore, la Regione, la cooperativa il Cammino, le C.T., gli operatori tutti quanti intorno ad un tavolo o focolare, abbiamo una bellissima occasione per dirsi le cose che vanno, guardarsi in faccia e soprattutto dirsi le cose che non vanno, senza astio reciproco, senza che nessuno si ingrugni ma proprio con l’ottica e la prospettiva di migliorarsi.
Insomma invece di essere un Convegno solenne, in una sala meravigliosa, anche se sconsacrata, con una specie di ghigliottina (almeno questa è la mia fantasia) che ci pende sopra, approfittiamo della occasione per fare un discorso intorno al focolare, intorno al tavolo. Dice il titolo della relazione richiestami “La competitività fra pubblico e privato”: io mi ricordo 10, 15 anni fa i primi convegni erano l’assalto alla baionetta, tutti a dire “meglio il pubblico, no, il privato” il tutto su posizioni aprioristiche e dogmatiche per cui chi era di sinistra doveva dire che doveva essere del tutto pubblica l’assistenza ai tossicodipendenti, chi era democristiano diceva “no, per carità devono essere i preti: i preti sono più bravi dell’Ente Pubblico” ed era una posizione di antitesi basata soprattutto sull’appartenenza a questa o a quella parrocchia ed era anche una lotta aprioristica basata sull’ignoranza perché nessuno sapeva 15 anni fa dove saremmo andati a parare e cosa voleva dire fare assistenza ai tossicodipendenti.
Io mi ricordo che quando ho fondato Villa Maraini non l’ho potuta chiamare Centro Antidroga, perché a quei tempi Cancrini tuonava che i Centri Antidroga emarginano i tossicomani, che i tossicomani vanno curati nei comuni presidi sociosanitari che a quei tempi erano le sezioni territoriali dell’INAM e gli ospedali e oggi sono ancora gli ospedali, (a parte i SAT), e che quindi i centri antidroga emarginano, le C.T. ancora non erano inventate.
Le Comunità Terapeutiche hanno trovato per la prima volta nella storia del nostro paese una loro dignità nel primo convegno mondiale che fu fatto a Roma quando addirittura il Papa (quello che è durato 15 giorni e che poi morto) ha ricevuto tutti i partecipanti e ha dato una dignità e un decoro alle C.T. anche se poi c’erano giornali come il Manifesto che uscì titolando “Drogato stai contento, lassù qualcuno ti ama”. Quindi c’era ancora questa lotta, questa competitività basata soprattutto sull’appartenenza all’una o all’altra parrocchia.
Poi che è successo? E’ arrivata la task-force dei tossicomani, 240.000 tossicomani con tutto quello che questo comporta, con tutti i problemi, le disperazioni, l’allargamento del fenomeno a tutte le fasce sociali, per cui non esiste nessuna fascia che a priori possa dire “a me non mi spetta! a me non mi tocca!” Oggi constatiamo che diventa tossicomane chiunque e che sempre più andiamo verso la indiscriminatezza della tossicomania in funzione delle origini, per cui assistiamo ormai ad un consumo “consumistico” a macchia d’olio dove non esiste più nessuno che può essere considerato predisposto e in cui mi pare che più che parlare delle cause o starci ad arrovellare il cervello per capire quali sono le cause, è bene che cominciamo soprattutto a pensare agli effetti e che il consumo della droga poi dipende anche dal fatto che la droga è buona, bella e che chi l’ha provata, prima che possa superare questo impatto con una cosa bella, bellissima, affascinante almeno all’inizio, ha bisogno di tanto tempo per maturare delle alternative.
E ancora questo fenomeno drammatico dell’AIDS che è stato citato dal mio amico Charles Nicolas, drammatico non tanto per il numero dei colpiti dall’HIV quanto per l’indeterminatezza e quindi per una situazione tipicamente ansiosa e ansiogena, del destino dei sieropositivi, perché nessuno oggi può fare un pronostico di cosa succederà al sieropositivo; e quindi questo crea ulteriormente una situazione di ansia che si riflette poi nei comportamenti. Tutto questo mare di disperazione e di dolore che sembra in progresso, per cui io parlo oggi di una nuova emergenza legata alla droga, una nuova emergenza alla quale ci dobbiamo attrezzare; tutto questo ha costituito tanta acqua passata sotto i ponti, per cui le primitive discriminazioni di tipo ideologico e di appartenenza a questa o a quella parrocchia, mi sembra abbiano lasciato il campo ad una maggiore consapevolezza.
Che cosa ci dice l’esperienza di questi 15 anni? Che sostanzialmente il modello italiano d’intervento nel campo delle tossicomanie è un modello valido ed è un modello d’avanguardia nel mondo. Ed è un modello bipolare, perché la nostra società è bipolare. Pur con tutte le eccezioni, (qui siamo in un territorio d’eccezione) fondamentalmente il pubblico s’è fatto carico dei SAT, dei servizi e quindi della gestione farmacologica dell’intervento in favore dei tossicodipendenti; e il privato s’è fatto carico delle C.T.
Poi le eccezioni confermano le regole. Noi ci dobbiamo domandare se come politica generale, come modello da proporre anche agli altri paesi, questo è un modello valido. Qual’é l’altra differenza sottesa a questo dato di fatto, che il pubblico gestisce l’intervento farmacologico e il privato gestisce le C.T.? Che l’intervento quanto più è sofisticato e raffinato, tanto più è un intervento che seleziona e discrimina. Cioè quanto più l’intervento si propone mete ambiziose (la guarigione, la redenzione, la resurrezione) tanto più è un intervento ad imbuto in cui il buco più è stretto più garantisce possibilità di successo.
Ma siamo sempre al discorso che se è giusto curare il soggetto motivato sottoponendolo ad un buco dell’imbuto stretto, una politica sana, sociale, pubblica, non può dimenticare l’altra faccia della medaglia, l’altra faccia della luna, rappresentata dalla maggioranza dei tossicodipendenti che tali sono, tali continuano ad essere e tali intendono continuare ad essere almeno per un certo periodo della evoluzione del loro rapporto con la sostanza, almeno fino a quando gli aspetti negativi della assunzione della droga non supereranno gli aspetti positivi.
Ed allora mi sembra che questo modello italiano in cui i privati si fanno carico di tanti imbuti ottimamente organizzati, direi che sia all’avanguardia nel mondo come modello che viene esportato, non per niente Don Picchi va in Sud America, va alle Mauritius, e Don Pierino si esporta, va in Tailandia. Siamo diventati esportatori di cervelli, esportatori di C.T. Siamo un popolo di santi, di eroi, di navigatori, ecc. e di creatori di C.T. che vengono esportate all’esterno, mentre il pubblico si fa carico della fascia più sgradevole che è quella del tossicomane da strada, al quale non passa neanche per l’anticamera del cervello di smettere la sua tossicomania; è un modello, un modello vincente.
In questa ottica noi abbiamo concepito lo SCIA, questa parola che per esempio la Regione Lazio ancora non conosce, anzi sono contento che sono presenti i rappresentanti della Regione Lazio perché almeno la ripeterò tante volte; può essere che dopo questo convegno anche la regione Lazio saprà che esiste lo SCIA, questo Sistema Cittadino Integrato Antidroga la cui filosofia è di costituire un intervento a rete perché quanto più l’intervento è a rete tanto più i pesci entrano nella rete; perché la nostra filosofia deve essere quella di curare tutti i tossicomani. anche quelli che vogliono continuare a rimanere tali ed è intuitivo che non li possiamo trattare tutti allo stesso modo.
Credo che non esiste la terapia del tossicomane, ma esistono tante occasioni di incontro, tutte maglie di una rete, poco importa se il pesce entra in questa o in quella maglia, a condizione che le maglie della rete abbiano tutte quante una loro filosofia d’intervento, abbiano possibilmente un collegamento operativo. Quando un tentativo fallisce; in realtà non è un fallimento ma il prodromo e il prologo per un altro tentativo senza arrivare a quella banalizzazione del “chi è più bravo” che è sottesa un pò a tutte le statistiche, e sposando direi in pieno quello che ha detto Onofrio Casciani nella sua relazione, direi che il risultato finale positivo è la punta dell’iceberg e non va attribuito solamente a quello che è stato capace di chiudere il cerchio, piuttosto è la risultante dell’intervento sinergico e collegato di tutte le realtà che in un modo o nell’altro sono entrate in contatto col tossicomane, quasi che ci fosse un match sulle 15 riprese, in cui importante quello che avviene al 15 round, ma il 15 round è in funzione di tutto quello che è successo dalla prima ripresa, anzi da prima che cominciasse il match, dalla preparazione del match, da come l’atleta è stato allenato, da come è stato alimentato, da che rapporti ha avuto, da come ha accettato o non ha accettato di andare incontro a quel match.
Ecco quindi che la nostra indicazione strategica è quella di un sistema integrato in cui non ha senso discriminare ciò che è pubblico da ciò che è privato, perché anche ciò che è privato ha valenza pubblica, e questo è stato il tentativo che abbiamo portato avanti e che tuttora portiamo avanti a Roma, in questo SCIA formato di strutture differenti per metodologia, per operatori, per collocazione topografica, per collocazione istituzionale, ma con la speranza e a volte l’illusione della mobilità del personale che è una mobilità che è per esempio funzionale anche alla tutela della salute del personale.
Immagino che voi conoscerete la sindrome del burn out che colpisce gli operatori delle tossicodipendenze; la mobilità del personale diventa una prevenzione, una profilassi del burn out dell’operatore, perché spostando l’operatore bruciato in un’altra realtà che anche a lui è più conveniente si recupera una persona e una potenzialità operativa. Sembrerebbe tutto bello perché lo SCIA esiste, lo SCIA funziona, e allora che cosa impedisce di essere auto soddisfatti interamente? Lo impedisce credo una serie di difficoltà, queste famose difficoltà di ordine amministrativo e burocratico che sembrano essere un qualcosa di trascendente, immanente ed imminente senza rimedio, al quale non si può pensare di opporre nessuna resistenza.
Noi abbiamo come Comune di Roma convenzionato una cooperativa perché era difficile che il comune di Roma potesse in proprio prendere degli operatori, per esempio extossicomani senza nessuna qualificazione professionale particolare se non la loro esperienza diretta e il loro buon senso. Io credo che se un privato trattasse i suoi dipendenti come il Comune tratta i suoi convenzionati noi parleremmo di “Capanna dello zio Tom” come esempio di progressismo e di avanzamento nel campo del sociale e del rispetto delle persone.
Cioè io ritengo che non si possa trattare la gente come noi trattiamo questi operatori che si trovano tra due fuochi: il fuoco del tossicomane che è sempre immanente, imminente, drammatico per cui giorno e notte può succedere qualcosa, il fuoco delle passioni individuali che vengono comunque rimescolate e rimesse in un tavolo in cui non c’é sedimentazione giorno e notte, in cui c’é il ripensare, in cui c’é l’arrovellamento, in cui ci sono le meningi che fanno l’attrito e dall’altro la spada di Damocle, quella ghigliottina dell’amministrazione, della burocrazia che sembra preoccupata più dei suoi rituali, delle sue tradizioni, delle sue norme, delle sue leggi che dell’efficienza.
Su questo io sorvolo per carità di patria. Alcuni esempi abbastanza eclatanti di un funzionamento che non ci lascia soddisfatti e per il quale io ipotizzerei, se un politico volesse fare una cosa rivoluzionaria e intelligente nel nostro paese, una battaglia dell’amministrazione pubblica locale, è la riforma della contabilità dello Stato, perché con questa contabilità dello Stato nulla può essere operativo.
L’attuale legislazione è fatta di lacci, lacciuoli e legacci che per altro non tutela neanche l’esigenza del cittadino di non sentirsi defraudato dai ladrocini che comunque continuano ad avvenire. Ed allora se il ladrocinio deve avvenire, e noi siamo tutti convinti che in Italia il ladrocinio è estremamente largo, almeno che avvenga con delle leggi che siano liberali, con delle leggi che consentano ad esempio a chi gestisce una struttura di impiegare i soldi rispondendone in prima persona. Vedo qui la cooperativa di servizio “L’Acquario”, dei disgraziatissimi vincitori del bando giovani di 3-4 anni fa a cui manca qualunque possibilità operativa mentre c’è sperpero di denaro pubblico che è assolutamente intollerabile per un paese civile come l’Italia, dico sempre il paese in cui si vive meglio al mondo, del quale dobbiamo essere fieri di essere cittadini e non solo fieri, ma anche fortunati di essere cittadini.
E concludo: se guardiamo l’esperienza romana oggi, un tossicomane cosa ha di fronte, quali sono le possibilità reali e operative? Ha di fronte la catena di Don Picchi rigida, rigidissima, perfetta per chi passa nell’imbuto; chi non passa si attacca, se ne riparla più in là. Ha la catena di Don Pierino, un pò meno rigida, buco un pò più largo, ma sempre imbuto. Ha di fronte lo SCIA, maglie larghe in cui potersi comunque inserire, ha di fronte i SAT, ha di fronte gli altri. Gli altri sono tutte le strutture private che operano lodevolmente nell’ambito del progetto che si sono dati.
Io credo che la sfida politica che noi dobbiamo vincere il prossimo anno, nei prossimi anni la coalizione degli altri, cioè l’arricchimento dello SCIA, in questo senso sono già state fatte delle riunioni presso l’AIVA (Associazione Italiana Vita Alternativa), che ha delle potenzialità enormi che non sono sfruttate e che vanno utilizzate meglio; il Comune deve giocare il suo ruolo di coordinamento, non solo di gestore in prima persona, anzi dirci che se tra la gestione in prima persona e il ruolo di coordinamento noi dovessimo fare una scelta, essendo incompatibili per assurdo le due, dovremmo scegliere la funzione di coordinamento.
Funzione di coordinamento vuoi dire il progetto SCIA allargato agli altri, in cui ognuno dà quello che può dare e viene sfruttato e utilizzato per le sue capacità e le sue possibilità operative. Secondo problema: i SAT. Non è accettabile che in una città come Roma esistano 15 repubbliche indipendenti, ognuna delle quali ha delle leggi che sono diverse da quelle dei Comuni, delle Municipalitˆ, delle USL circostanti. Noi abbiamo la disgrazia di avere tante USL a Roma, non é possibile che ognuno vada per fatti suoi, e che ciò che è lecito a Monte Mario diventi reato all’EUR.
La scarsa presenza qui di operatori dei SAT è la dimostrazione più evidente dello scollamento che esiste tra l’intervento farmacologico e l’intervento socioriabilitativo e del fatto che in fondo l’intervento socioriabilitativo tenti disperatamente di trovare un suo spazio e l’ha trovato, mentre l’intervento farmacologico non è tuttora all’altezza delle necessità di una città come Roma, pur essendo indispensabile, perché l’esperienza dello SCIA mostra che un SAT è indispensabile perché l’intervento farmacologico non ha alternative nel momento in cui il soggetto è talmente assatanato nella sua dipendenza che non può fare a meno di un intervento farmacologico sostitutivo almeno se il nostro obiettivo è quello di migliorare la qualitˆ della sua vita e non solamente quello di reprimerlo.
Se il nostro intervento si pone anche il problema della felicità e dell’evitare l’irreparabile e non soltanto di curare i tossicodipendenti biondi e con gli occhi azzurri per mettergli poi una cravatta al collo e fargli dimostrare che sono carini, che sono normali e sono ritornati nel mondo dei più, o dei meno, a seconda delle angolazioni, questo è l’appello che io faccio al Comune come suo consulente poco ascoltato e soprattutto alla Regione Lazio in cui non sembra che io sia nemmeno conosciuto: Signori funzionari regionali, noi abbiamo lavorato, c’è una rivista che dimostra con le cifre quello che abbiamo fatto, semmai nei vostri programmi ci sarà quello di prendere nota anche della realtà romana, dateci una mano affinché il progetto SCIA, che già non si sente secondo a nessuno, possa diventare sempre più efficiente e sempre più operativo al servizio della nostra città.