Devo dire che sono reduce da una colica epatica, quindi non mi sento al meglio della forma, e sarò anche un po’ bilioso nel mio intervento, ma ciò è giustificato dai miei trascorsi patologici della scorsa settimana. Mi rifaccio all’introduzione di questo rapporto tra pubblico e privato, rapporto che io vivo quotidianamente fin dall’origine di Villa Maraini e direi soffro più degli altri.
Mi è piaciuta l’introduzione del nostro moderatore presidente, quando ha detto piantiamola di fare discussioni ideologiche, tra il pubblico e il privato. Non hanno veramente senso, e cerchiamo di confrontarci sulle cose concrete. Io avevo intuito, quando ho fondato Villa Maraini, che è una struttura, per chi non lo sapesse, della Croce Rossa italiana, per altro appoggiata da enti pubblici come la regione, il comune e la provincia, e attualmente l’Usl, che la risposta ai bisogni dei tossicodipendenti, dovesse essere quanto più possibile informale, aperta, disponibile, come diceva il ministro stamattina e come questo mal si confaccia con quella burocrazia opprimente che Bruno Frediani lamentava.
L’entusiasmo che ognuno di noi porta al proprio lavoro e al contatto col tossicodipendente, si smorza nell’obbligo di fare il burocrate, di riempire relazioni, di fare le anticamere dei vari boss degli enti locali, non sempre disponibili e generalmente sempre in ritardo all’appuntamento per “precedenti impegni”. Villa Maraini nasce come centro diurno impropriamente chiamato comunità terapeutica, se volete delle definizioni internazionali “drop-in”, in quanto non disdegna l’intervento sanitario a priori, anzi ha uno staff di medici, otto operatori: nasce come tentativo volontario, formato da volontari, i quali poi vengono assorbiti dalla Usl.
Peraltro rimane struttura della Croce Rossa, per cui è una struttura pubblica a “mezzo servizio”, e questo dissidio di base di non essere né carne, né pesce, ci pesa tuttora e dal 1976, quando siamo stati fondati, ad oggi, non è stato ancora risolto il problema della nostra natura e questo problema se siamo pubblici o privati, è una “palla al piede” che noi ci portiamo avanti e che ci ostacola nella operatività. Perché?
Perché non siamo pubblici al 100%, in quanto la Croce Rossa pur essendo un ente pubblico viene considerata per la riforma un qualcosa di privato e comunque non una realtà locale, e questo ci impedisce di godere di tutti i benefici degli enti pubblici. Non siamo privato, perché il nostro personale è pagato dalla Usl come pure farmaci e il resto vengono dalla Usl. Peraltro non abbiamo l’autonomia del privato che si può permettere di chiedere soldi a chi glieli dà. Noi non possiamo, perché siamo un’amministrazione pubblica.
Peraltro l’amministrazione pubblica i soldi non ce li dà, perché siamo anche un ente privato. E quindi, in questa impasse drammatica, noi ci troviamo a doverci “scornare” con quella che a mio giudizio va una buona volta denunciata: l’inefficienza dei pubblici poteri, soprattutto a livello locale. Io non so se lo stesso avviene in altre città, so che a Roma il potere pubblico è scandalosamente inefficiente. Io so che fondi che sono stati stanziati nel 1979 per Villa Maraini, non sono arrivati.
Si sono persi per strada, non si sa, delibere che mancano, che saltano. Capite quale drammatico carico poi di lavoro burocratico che ci distoglie dall’assistenza ai ragazzi! Quindi, qui rispondo alla seconda domanda, cioè quali sono gli ostacoli con cui voi vi confrontate. Come metodo di lavoro non intendiamo riciclare nessuno: è più un centro di accoglienza. La mia filosofia è che valga tutto e il contrario di tutto in funzione del singolo.
L’importante è trovare l’intervento giusto nel ragazzo giusto al momento giusto, tenendo conto che la tossicomania giovanile ha una durata media di circa dieci anni, il che vuol dire che è un fenomeno che tende spontaneamente ad esaurirsi e in cui, quindi, gli obiettivi prioritari della terapia a mio giudizio sono evitare l’irreparabile, intendendo per irreparabile o la morte, o comunque una malattia che porti a morte, o una carcerazione prolungata che devii verso certe forme di coazione il tossicomane; il problema della felicità, cioè fargli fare una vita più felice di quella che non farebbe se non fosse curato; e, fondamentale, il problema della riscoperta di alternative.
Se le alternative, cioè tutto quello che mi consente di sopravvivere o di vivere indipendentemente che con il ricorso alla droga, io le scopro in dieci anni, un intervento terapeutico me le può catalizzare, cioè me le può accelerare, me le può far riscoprire in un tempo inferiore. Quindi se questi sono gli obiettivi della terapia tutti i metodi sono utili, a condizione di essere usati nel ragazzo giusto al momento giusto.
E tanto per essere provocatorio, io, nella seconda parte della domanda (mi sembra di essere voce clamante nel deserto) non riesco a sopportare quello che è l’attuale livello di assistenza ai giovani tossicomani di Roma, in cui noi abbiamo venti repubbliche, pardon venti unità sanitarie locali, che fanno ognuno quello che gli pare. Cioè i modelli di comportamento sono assolutamente indipendenti a seconda della Usl.
Il ragazzo è obbligato a recarsi alla Usl di appartenenza, indipendentemente che il medico che lo cura gli dia qualcosa o non gli dia niente in termini umani, in termini di rapporto interpersonale, secondo una discriminazione topografica che Olivenstein chiama “il nuovo feudalesimo dell’igiene mentale” ed io chiamo il “territorio selvaggio”. Almeno le Usl avessero dei modelli di comportamento omogenei, in modo che tutti più o meno vengano trattati con dei protocolli uguali! No, questo non avviene.
Per cui chi abita alla Balduina sarà trattato in un modo, chi abita a Monte Sacro sarà trattato in un altro. Sarebbe come che un soggetto affetto da tubercolosi, se abita a Montesacro riceve sempre il pneumotorace come unico intervento terapeutico, mentre se abita alla Balduina gli fanno la Rifampicina e se abita all’Eur lo mandano in sanatorio.
Indipendentemente dalla patologia, in rapporto esclusivamente alla localizzazione topografica. Io credo che questo sia un qualche cosa che va superato, non so come, peraltro mi sembra che questo vada contro la “685” che prevede la libera scelta in ogni caso del luogo di cura. Villa Maraini ha superato il concetto del “territorio selvaggio”: accoglie chiunque, pagando pesantemente questa sua scelta, in quanto la sua unità sanitaria locale gli rifiuta alcuni supporti terapeutici, per esempio il metadone che noi non possiamo utilizzare per una scelta amministrativa, burocratica.
E noi paghiamo questa nostra volontà di indipendenza. Credo di aver detto tutto, per il momento. Grazie.