Dr. M. Barra, medico del Centro Antidroga dell’Ufficio di Igiene di Roma e Direttore del Centro di post-cura “Villa Maraini”
Vorrei dire che tra tutte le relazioni sentite fino ad ora io mi sono ritrovato un po’ con quella di Don Pierino che, a vibrazioni, mi ha portato all’atmosfera di “Villa Maraini”, un po’ happening, senza schemi rigidi. Vorrei dire che è bello ritrovarci qui in pochi perché ci permette di discutere intorno al tavolo in maniera non isterica, come in genere avviene nel campo delle tossicodipendenze.
I convegni troppo numerosi finiscono poi in una bagarre di accuse e contraccuse, anche perché tutti quanti pretendono di avere la ricetta miracolosa in tasca. Io ritengo che la ricetta miracolosa non ce l’abbia nessuno. Mi sembra che siamo arrivati ad una certa umiltà tutti quanti, forse perché lavoriamo sul serio in questo settore e quindi si è visto come non si possa dire che un metodo sia migliore di un altro. Sono tutti differenti tentativi ed ognuno ha la sua validità.
Perché hanno tutti la loro validità? E perché è stupido accapigliarsi sul metodo? Accapigliarsi sul metodo comporta un presupposto: che la realtà su cui questo metodo si va a scaricare sia una realtà oggettiva. Se si può discutere sulla polemica metadonesi, metadoneno, metadonesi a scalare, no il piano dei 21 giorni, no al mantenimento, la comunità aperta si, quella chiusa no, e viceversa, è perché si presuppone tutti che la realtà su cui il metodo si va a scaricare sia uniforme, tutta uguale; il che è falso, perché non c’è niente di costante in nessuna malattia, perché non esistono le malattie ma esistono i malati.
Tanto meno nessun tossicomane è uguale ad un altro, anzi direi che nessun ragazzo è uguale a sé stesso in funzione del tempo che passa. Quindi, io direi che noi dovremmo arrivare a concepire tutto e il contrario di tutto e che in fondo l’abilità del terapeuta sta nel fatto di capire cosa serva in quel momento a quella persona. Quindi, anche la distinzione comunità chiusa, comunità aperta, per le quali ci sono i rispettivi partigiani, deve, secondo me, cessare in quanto ci sono ragazzi per i quali va bene il primo tipo di trattamento, e, nel momento stesso in cui noi proponiamo una selezione attitudinale diciamo anche che c’è un certo tipo di ragazzi che se ne va.
Il ragazzo così detto non motivato, ( e che noi in fondo abbiamo sempre “aggredito” in quanto non era motivato e non voleva guarire) in realtà ha più bisogno di quello motivato, dato che quest’ultimo si trova già più avanti nel lungo cammino della sua terapia, mentre quello non motivato è veramente disperato. Noi, nella nostra storia, quella di Villa Maraini abbiamo sempre rifiutato la selezione attitudinale, nel senso che accettiamo tutti indipendentemente dal loro background ed indipendentemente dal fatto che siano motivati o meno, anche perché diffidiamo delle selezioni attitudinali che fatalmente vengono affidate a persone che si ritengono “esperte”, ed inoltre, riteniamo che chi se ne va o viene eliminato ha in realtà più bisogno del nostro intervento, e, questo, mi sembra di averlo sentito un po’ nell’intervento del rappresentante di Don Pierino.
Quindi, se diciamo che la C.T. è una realtà che ha un programma come quello di cui abbiamo parlato adesso a proposito del CEIS (l’intervento è stato immediatamente precedente al nostro), allora Villa Maraini non è una comunità terapeutica, perché è un posto, uno spazio aperto dalla mattina alla sera, dalle 09 alle 21, e che accoglie tutti. Questi “tutti” che cosa fanno? Alcuni rimangono dalla mattina alla sera, altri vengono trattati ambulatorialmente a seconda delle loro esigenze. E qui vorrei parlare di un altro concetto che noi rifiutiamo: quello della distinzione tra TERAPIA e REINSERIMENTO, quasi che fossero due momenti cronologicamente e rigidamente distinti; secondo questo criterio la terapia consiste nell’andare in ospedale, e pertanto noi ci aspettiamo da questo “pacco postale”, inserito in questa casella un determinato “fatturato”, cioè che rispetti determinate regole, che si disintossichi, magari in 21 giorni; i 21 giorni, poi, li avevano inventati gli americani, perché lo usavano come criterio economico, per la distinzione tra MANTENIMENTO e DISINTOSSICAZIONE.
In Italia manca questa distinzione economica, per la quale l Agenzia che erogava il mantenimento riceveva sovvenzioni da parte dello Stato…. quindi, non capisco la distinzione di 21 giorni, quasi che uno che si disintossica in 21 giorni è bravo, se lo fa in 22 giorni è meno bravo, e se non si disintossica per niente…… allora uno prima si deve disintossicare e la gente dice :” Ah, si è disintossicato, allora è guarito…”, poi, quando fatalmente ricomincia, perché l’andamento costante del fenomeno è questo, almeno per un certo periodo del suo iter terapeutico, quando si è disintossicato lo possiamo reinserire: dobbiamo levare il “pacco postale”dalla casella ospedale e in quella di trattamento farmacologico in cui l’avevamo inserito e infilarlo in un’altra casella che si occupi di tutto il resto, quasi che il malato non fosse un’unità psicofisica, un tutt’uno, un individuo. …
Noi, quindi, abbiamo cercato di superare la tradizionale dicotomia tra l’intervento sanitario e l’intervento sociale, il che vuol dire realizzare un intervento di rapporto umano, interpersonale, di scambio di vibrazioni, di possibilità di soffrire assieme, di vivere insieme. Devo dire che in tutto questo siamo stati sempre in estrema difficoltà, perché, al contrario di tutte le altre iniziative delle quali abbiamo parlato fino ad ora, siamo una struttura pubblica e mentre il privato può fare quello che gli pare ed operare, noi siamo pubblici , e pubblici nel peggiore dei modi, in quanto figli di tutti e di nessuno: perché figli della Croce Rossa, della Regione, della Provincia, del Comune, della USL , e per mettere d’accordo tutte queste strutture c’è voluto, chiaramente, un certo tempo e, chiaramente, ci sono state notevoli difficoltà, anche dal punto di vista dei fondi.
Devo dire che se noi siamo qua ancora dopo 5 anni a parlare lo dobbiamo soprattutto all’intervento della Regione e della Provincia che hanno fatto dei progetti su Villa Maraini, ed hanno mantenuto gli impegni. Peraltro, sotto la volontà politica c’è tutta una rete di intrecci burocratici per cui, ad es., la Regione stanzia dei finanziamenti e noi dopo 18 mesi questi finanziamenti non li abbiamo ancora ricevuti. E’ chiaro che di fronte all’urgenza dei fenomeni tutto questo ci mette in estrema difficoltà. Abbiamo, sempre, rifiutato la “territorialità selvaggia”, quella che io chiamo così. Io non riesco a capire, (e sono contento che qui ci sia l’Assessore, gli Assessori, ci siano personaggi molto importanti) come si possa legare la terapia del tossicomane esclusivamente alla Circoscrizione nella quale egli abita, perché l’empatia, fino a prova contraria, non è un attributo territoriale.
Se io tossicomane provo particolari vibrazioni per un medico o per uno psicologo o per un assistente o per una persona qualunque che abita all’altro capo della città, devo essere facilitato in ogni modo ad andare da lui; mentre attualmente il rapporto che passa, almeno a livello di terapia farmacologica, tra tossicomane ed operatore è un rapporto inquisitivo pazzesco, dato che la prima cosa che viene richiesta è il certificato di residenza, e, quindi, in un rapporto che è essenzialmente umano, interpersonale, di vibrazioni, di scambio di vibrazioni, si inserisce un fatto puramente burocratico, appunto il certificato di residenza, che raffredda immediatamente.
Perciò, io tossicodipendente mi presento e, se sto ad abitare 20 metri pi in là, vengo rifiutato da quello, e quindi debbo presumere che non mi ami, e siccome quello che vado cercando è proprio un rapporto di amore, almeno nel primo scambio, il professionista che mi sta davanti e mi rifiuta mi dimostra che in fondo di me se ne frega. A Villa Maraini abbiamo cercato di superare questo: può venire chiunque, indipendentemente da dove provenga, non ci interessa neanche il cognome, non facciamo la cartella, Queste cose, per un centro pubblico sono molto brutte: non facciamo la cartella, a volte il nome lo scopriamo dopo tre mesi, ma il rapporto è un rapporto tra persone.
Qual’ è lo scopo fondamentale? E’ trovare un’alternativa che mi consenta di essere disintossicato, per cui la disintossicazione non è il punto di partenza della terapia: perché se io disintossico una persona che disintossicata sta peggio perché non ha niente di meglio da fare per campare, è perfettamente inutile che io la disintossichi. L’eroina, molte volte è un antidepressivo, un involucro, e se io tolgo ad una persona il suo involucro senza che lei si sia fortificata, come posso pensare che stia meglio? Starà peggio! La terapia, lo svezzamento, la disintossicazione fisica, normalmente considerata il toccasana, secondo noi è il punto di arrivo e non di partenza.
Per questo i ragazzi che vengono possono essere in terapia di mantenimento, di svezzamento, o qualsiasi altra, al di fuori di Villa Maraini. Rifiutiamo le statistiche dei “guariti” che ci sembrano un’ulteriore forma di violenza nei confronti di un ragazzo tossicodipendente, anche perché io, francamente, non so decidere quando uno è guarito o non è guarito, quando è malato o non è malato non mi sembra che esista un parametro unico ed univoco, perciò tutti quelli che forniscono statistiche, danno i numeri, in un certo senso.
E questo perché le statistiche si possono fare in tanti modi: se io su 100 persone ne seleziono 10,quelle che stanno meglio, e di queste 10, per un anno, 5 non prendono droga, io posso vantarmi di avere una percentuale di successo del 50 percento, che altri potrebbero considerare il 5%. Che significato ha? Come posso dire io che uno è “guarito” solo perché non si buca, sapendo che quando non si buca sta peggio? Allora era meglio quando si bucava.
L’importante della “guarigione” è vivere una vita cosciente, integrata, il pi possibile inserita. E’ essere felici, indipendentemente da altri condizionamenti. Quindi io no so chi e quanti siano i “guariti” di Villa Maraini. Ho però la consapevolezza che alcuni ragazzi stanno bene: questa è la nostra soddisfazione. Ho la consapevolezza che tanti potrebbero, come diceva la collega prima, svolgere un ruolo attivo, come extossicodipendenti, perché se la tossicomania è un tragitto, una crisi con una certa durata media, 10 anni, per cui dopo 10 anni (come diceva chi è intervenuto prima) forse non c’è un tossicomane che non abbia maledetto l’eroina nel momento che ha cominciato, e che non assuma un’attitudine protettiva nei confronti dei più giovani, allora noi possiamo sfruttare in senso terapeutico questa attitudine protettiva, come ci hanno insegnato gli americani.
E nel Piano Regionale, nel primo Piano Regionale, questo è previsto, anche se fino ad ora non siamo riusciti ad attuarlo. Ci rendiamo conto delle difficoltà e delle rigidità dell’apparato burocratico, che impedisce anche di inventare delle formule nuove: part-time, rimborso spese insomma , indubbiamente l’ex può giocare un ruolo fondamentale nella C.T. , ad esempio nelle piazze; infatti, come ci sono i poliziotti che si travestono da disadattati, e vanno in piazza per sequestrare l’eroina, non vedo perché non debba esistere lo psicologo, l’extossicomane da strada che invece di fare servizio nel centro se ne va in piazza, e non dico che va a fare il missionario con la croce rossa e con l’arroganza di riscattare la gente, ma può invece rappresentare nell’ambito della piazza un momento dialettico, un qualcosa su cui qualcuno, forse, si può anche attaccare, avendo, ovviamente, a monte delle possibilità di intervento.
Programmi di sviluppo sono stati messi a punto con la Provincia di Roma. Ci vorremmo orientare in due direzioni: innanzitutto quella del centro notturno, con la grossa esperienza drammatica di esigenze di persone che non sanno dove andare a dormire, se non sotto i ponti,. Avendo i locali potremmo avere ampie possibilità, potremmo sfruttarli. Abbiamo fatto con la Provincia un progetto, riteniamo che andrà in porto. Interviene Agostinelli ( n.d.r. Assessore Provinciale di Roma):” Insieme al Comune”….
Riprende l’intervento il Dr. M. Barra: ” Il Comune, di solito lo cito di meno perché…terra,terra..terra, terra… La Provincia ha stanziato dei soldi e sono arrivati, il Comune ha stanziato dei soldi e non sono arrivati, quindi io ho una certa remora psicologica a parlare del Comune, mi sento pi protetto da voi che dal Comune… anche perché sono dipendente comunale, quindi probabilmente gli psicologi potranno spiegare meglio qual è il radicale negativo in questo mio rapporto non risolto con l’autorità del Comune. (Risata generale). Questo centro di notte non vuole diventare una C.T. a tempo pieno perché è contrario ai nostri programmi.
Noi non siamo contrari alla comunità terapeutica a tempo pieno, diciamo che serve per alcuni e non serve per altri, e quindi pensiamo anche per gli altri. Un centro di notte in cui si faccia quello che si fa nel centro di giorno, e cioè l’accoglienza, ed a volte si tratta anche la sindrome di astinenza, perché la sindrome di astinenza ha sì un substrato oggettivo, ma può essere vissuta in maniera pi o meno ricca di contenuti drammatici. Se io vivo la mia astinenza con un altro che l’ha vissuta prima e che mi tiene per la mano, probabilmente i miei sintomi saranno minori che se me la vivessi in una corsia di ospedale, magari davanti ai “cessi” perché non c’è posto in corsia, magari trattato male.
Quindi i miei sintomi, la mia partecipazione emotiva, saranno di molto attenuate. Superata la sindrome di astinenza, magari in modo informale, atipico, basato soprattutto sul rapporto interpersonale, sull’amore e sui farmaci, dato che non vedo perché dovremmo disprezzare i farmaci. E’ vero che il farmaco non risolve la tossicomania, nessuno si è mai illuso su questo, in fondo sono fatti per aiutare, tanta gente se non avesse i farmaci sarebbe destinata a soccombere. Accanto a questo centro di notte vorremmo fare un piccolo centro clinico di svezzamento, alternativo all’ospedale, proprio obbedendo a questa ideologia.
Prima di terminare vi do qualche cifra: nel 1980 abbiamo avuto il Centro Diurno Comunitario che ha assistito 82 residenti e 310 ambulatoriali; Sono state fatte attività ambulatoriali con visite mediche generali con prescrizioni e somministrazione di farmaci (3485); Visite mediche specifiche con programma di svezzamento mediante agopuntura (149); Fleboclisi (356); Iniezioni intramuscolari (2758). Inoltre una serie di attività che potrete poi leggere nella relazione che sarà pubblicata. L’ultimo capitolo, e non meno importante, della nostra attività è la creazione di una Cooperativa di lavoro, alla quale partecipano operatori, ragazzi, gente che non ha lavoro, un insieme di persone che in questo modo riesce ad avere un inserimento che non sia solo formale, ma rappresenti anche una forma di guadagno.
La Cooperativa di Lavoro ha avuto un finanziamento dalla Provincia di Roma, un finanziamento con il quale sono state comprate delle macchine tipografiche. Nel momento in cui riusciremo a metterle in moto, perché c’è un problema di corrente trifase che deve arrivare, problemi tecnici che intralciano l’iniziativa, vorremmo che questa tipografia si specializzasse anche nel settore di divulgazione e nelle attività svolte in questo settore. La tipografia è uno spazio aperto, a disposizione di tutti voi, per cercare di diffondere queste idee e queste realtà operative.
Un’ultima cosa. Vorrei pregare la Regione di mandare a tutti i partecipanti l’elenco di tutti coloro che sono qui, con relativi indirizzi e numeri di telefono ed un breve riassunto delle possibilità operative. Nell’ambito del progetto di sviluppo riteniamo che sia illusorio prendere delle persone e dire:” Beh, adesso fai il tipografo”, e quello non saprebbe neanche da che parte cominciare. Perciò stiamo studiando con la Regione e la Provincia… e già… (sorridendo e guardando il tavolo degli Assessori) con la Regione e con la Provincia, un Corso di Formazione Professionale. Secondo me il punto qualificante di questo corso è che non deve arrivare l’istruttore che viene a gestire il corso medesimo. Non deve arrivare la persona idonea, il capomastro.
Noi abbiamo avuto una bellissima esperienza di un ragazzo emarginato, con un fratello tossicomane, che è andato pi volte in galera, e questo ragazzo emarginato, che di professione era ladro, è arrivato con questo ragazzo tossicomane, al quale è stato fatto una serie di interventi, per risolvere la crisi di astinenza. A questo ragazzo che si chiama Serafino, è piaciuto l’ambiente, ed ha incominciato a lavorare, ha avuto degli appalti di restauro etc. Adesso lui è il mastro che gestisce i lavori con almeno 15 ragazzi intorno. Probabilmente un professionista, uno psicologo, una qualunque persona qualificata… ( “Avrebbe fatto il vuoto” aggiunge l’Assessore alla Sanità Ranalli)… avrebbe fatto il vuoto attorno a sé. Nei corsi di formazione professionale questo è l’elemento qualificante che è previsto nel programma. Vi ringrazio.