La droga, come la guerra, è sempre esistita e sempre esisterà. Fa parte del destino dell’uomo, alla disperata ricerca di un sollievo alle sue angosce, della pillola della felicità, della sostanza miracolosa capace di sconfiggere la sofferenza, la malattia e finanche la morte. Con i tempi, cambiano le sostanze e le modalità di consumo, lo status dell’assuntore e le opinioni del pubblico, le leggi e le conseguenze sociali, il costo e la diffusione. Resta costante, sempre, la ricerca di un piacere legato ad uno stato di coscienza diverso dall’usuale. L’attuale ciclo del consumo di droga in Italia risale all’inizio degli anni ’70, al tempo della contestazione giovanile e dei movimenti hippies. Il drogarsi è considerato un doveroso ampliamento delle proprie conoscenze.
Predominano i derivati della canapa, gli stimolanti e gli allucinogeni. Poi, nel 1972, arriva la morfina in compresse da Peshawar e molti iniziano gli oppiacei senza sapere a cosa vanno incontro, convinti che i pericoli di dipendenza siano l’esagerazione di un’opinione pubblica borghese e reazionaria che già aveva duramente reagito alla comparsa dei primi fumi di marijuana. Nel 1973 apre a Roma presso l’ufficio d’Igiene il primo centro pubblico antidroga e 150 giovani iniziano un trattamento con il metadone.
Da allora ad oggi ogni anno il consumo di droga è aumentato nel nostro Paese fino ad assumere caratteristiche epidemiche che hanno allarmato oltremodo l’opinione pubblica e la classe politica tanto che oggi in Italia l’uomo della strada indica nella droga e nella criminalità ad essa inevitabilmente connessa la prima e la più grave delle emergenze nazionali ed il Parlamento ha votato nel 1990 una nuova legge, ritenuta doverosamente più severa e repressiva della precedente datata 1975. Pur essendo estremamente difficile conoscere il numero esatto dei tossicomani italiani, estrapolando dati quali il numero dei morti per droga, il numero di siringhe da insulina vendute e il numero di persone che frequentano i centri antidroga si ritiene che gli assuntori di droghe pesanti si aggirino tra i 200 e i 300.000.
Molti di più, ovviamente, sono gli assuntori di droghe leggere. La gente è preoccupata e disorientata dall’ampiezza del fenomeno e chiede a gran voce che si faccia qualcosa, in una confusione di richieste contraddittorie che vanno dal massimo della severità e della repressione, non solo per chi vende, ma anche per chi si droga, fino al suo esatto contrario della legalizzazione e liberalizzazione delle droghe con conseguente scomparsa del mercato nero e degli enormi interessi economici in gioco.
Io sono contrario ad entrambe le posizioni, tanto di chi auspica la “punizione” dei drogati quanto di chi vuole la “liberalizzazione” della droga. La prima posizione mescola i problemi di salute e di malattia con giudizi di tipo morale, rifiutando per il tossicomane lo status di malato.
Se la salute, secondo la famosa definizione dell’OMS, è uno stato di completo benessere psichico, fisico e sociale e la malattia è l’assenza dello stato di salute, il tossicomane deve essere considerato il prototipo del malato, perchè sta male psichicamente, fisicamente e socialmente. Se inoltre tossicomane non è solo colui che si droga, (ci si può drogare anche in maniera saltuaria, optional, viziosa, compatibile con un’esistenza più o meno “normale”), ma colui che in una data fase della sua esistenza, per effetto della sua malattia, è incapace di sopravvivere senza droga, la “punizione” del malato appare un provvedimento ingiusto, che non tiene conto della realtà oggettiva e fisica delle modificazioni intervenute nel sistema nervoso dell’assuntore e che lo obbligano a reiterare certi comportamenti. Confondere malattia e colpa, malessere fisico e peccato, ci riporta molto indietro nei secoli.
Una seconda motivazione, più rispettabile, è sottesa all’idea della “punizione” del drogato: che la “guarigione”, cioè, è possibile solo quando, con il tempo, gli aspetti negativi della dipendenza avranno superato algebricamente gli aspetti positivi e gratificanti della droga. Così il rendere in ogni modo difficile la vita al tossicomane, punirlo, cacciarlo di casa, non dargli soldi, non accondiscendere in nessun modo alle sue diaboliche mosse tutte tese a strumentalizzare chi gli sta d’intorno per trasformare tutto e tutti in droga, metterlo alle strette ed alle corde, accelererebbe l’iter terapeutico e renderebbe più disponibile il drogato a ricercare alternative esistenziali prive di droga.
In effetti i rapporti tra libertà e coercizione sono alla base del lungo cammino della terapia di un drogato: in favore della libertà gioca l’ovvia constatazione che l’artefice primo del suo star bene o star male nella propria pelle è sempre l’individuo e che nessuno può obbligare nessuno a stare bene per forza e contro la sua volontà. A favore invece di una certa coercizione sta la consapevolezza che la droga agisce sempre indebolendo la volontà per cui richiamarsi ad una scelta libera e volontaria per abbandonarla sembra essere una contraddizione in termini.
Io credo che la coercizione, priva di volontà punitiva e nell’interesse stesso del malato, possa essere esercitata in alcune fasi limitate del lungo cammino della terapia, ad esempio quando il tossicomane è talmente dipendente da non sentire nessuna ragione se non quella della droga, in un continuo feed-back positivo in cui droga chiama sempre più droga, con un’esaltazione parossistica dei rischi, pur sempre presenti, di morte o di irreversibilità. In questa fase, un ricovero obbligatorio con una disintossicazione forzata può servire a togliere il velo tossico che oggettivamente impedisce al drogato di guardare al di là della sostanza.
Il tutto per il tempo strettamente necessario ad uno svezzamento, 3-4 settimane al massimo. Sono invece molto scettico sulle possibilità di una terapia obbligatoria protratta, come un ricovero prolungato in una comunità terapeutica, almeno in Paesi democratici e liberali come i nostri dell’Europa Occidentale. La comunità terapeutica in tanto può avere successo in quanto presuppone la selezione di soggetti ben motivati a curarsi. Un soggetto non motivato a smettere di drogarsi che sia obbligato a risiedere in una C.T. adotterà sempre comportamenti trasgressivi tendenti a turbare gli equilibri terapeutici della Comunità.
A questo punto può scattare o il provvedimento di espulsione, a difesa dell’integrità della struttura e di coloro che la frequentano disciplinatamente, che è proprio quanto il soggetto non motivato voleva, oppure devono essere adottati metodi repressivi e autoritari che trasformino la C.T. in un lager in cui regna la legge della forza e del terrore, il che non sembra auspicabile né, per fortuna realizzabile nell’Europa dell’Ovest né, forse, nell’Europa tutta. Nella scelta di questa o quella strategia di intervento terapeutico è indispensabile ricordare sempre che ogni tossicomane è diverso dall’altro ed anche da se stesso, perchè col tempo cambia il rapporto con la droga.
Libertà e coercizione vanno alternate, sempre tenendo conto dell’interesse del paziente, evitando giudizi aprioristici validi per tutti, evitando soprattutto che considerazioni di tipo moralistico o ideologico distraggano dal sano pragmatismo che solo può portare all’atteggiamento giusto, dopo aver valutato per quel soggetto ed in quel momento i pro e i contro di ogni soluzione. All’altro estremo di chi vuole “punire” i drogati c’è in Italia il filone di pensiero di quanti propongono la liberalizzazione della droga.
Costoro sostengono che la clandestinità legata alla illegalità delle sostanze la causa dei maggiori danni. Sarebbe il sistema proibizionistico l’unico responsabile dei legami tra droga e criminalità, mentre un sistema di liberalizzazione darebbe un colpo mortale allo strapotere delle organizzazioni internazionali di spaccio che nell’attuale sistema riescono ad influenzare e corrompere tutto e tutti con gli smisurati guadagni dei loro traffici. Quanti si oppongono alla illegalità della droga oscillano tra chi propone una liberalizzazione selvaggia in cui tutto è lecito ed ottenibile anche in tabaccheria e quanti si limitano ad auspicare la libera somministrazione di droga a chi è già tossicomane. Altri ipotizzano la liberalizzazione delle sole droghe leggere, come l’hashish e la marijuana.
Le proposte di liberalizzazione trovano molti consensi in Italia ed addirittura un partito politico denominato “antiproibizionista” è riuscito ad eleggere propri candidati al Parlamento Europeo ed al Comune di Roma. L’idea di una liberalizzazione è gradita tanto a destra che a sinistra, nel nome di opposte preoccupazioni volte a tutelare i propri patrimoni, la salute dei consumatori o la libertà assoluta, anche quella di farsi del male. Se si può acconsentire ad una diminuzione della pressione legale sulle droghe leggere, essendo sproporzionato alla gravità del fatto punire con il carcere chi fuma hashish, non riesco a trovare motivi di consenso con la proposta di liberalizzazione delle droghe pesanti, in quanto gli effetti di una tale politica sarebbero più gravi della situazione cui si vuole far fronte.
Il consumo di ogni sostanza capace di dare piacere è proporzionale alla facilità del suo reperimento. Facilitare il reperimento dell’eroina porterebbe ad un aumentato consumo in una situazione analoga a quanto ora avviene con l’alcol. L’alcolismo, cioè la dipendenza da alcol, quando il soggetto beve perchè deve bere e non più perchè vuole bere, è in Italia la tossicomania più diffusa e quella che provoca ogni anno il maggior numero di morti, 35.000 contro i circa 1.000 provocati dalle droghe illegali.
Il fenomeno però non fa notizia, non crea scandalo, non allarma l’opinione pubblica. L’eroina legale si diffonderebbe quanto l’alcol, senza fare tanto rumore, ma uccidendo molto più di oggi, considerato anche che la capacità di “uncinare” e di rendere dipendenti dall’eroina è maggiore di quella dell’alcol. Se inoltre il distribuire droga è oggettivamente riprovevole perchè favorisce il consumo di prodotti che fanno male, il cambiare venditore, rendendolo pubblico da privato che era, non modifica di nulla lÕimmoralità del fatto. Poco importa, allora, se il guadagno sulla sofferenza altrui affluisca alle casse dello Stato anzichè a quelle della Mafia.
Liberalizzare l’eroina comporterebbe, come logica conseguenza, l’abolizione di ogni ricetta medica e delle farmacie, non essendo pensabile il poter acquisire liberamente una droga pesante, avendo limitazioni per l’uso di sostanze più leggere. Comporterebbe anche, per il futuro, la rinuncia al controllo di qualunque tipo di nuove sostanze i trafficanti creassero, per quanto micidiale essa fosse, pena la ricomparsa del mercato nero. Mi sembra in sostanza che la liberalizzazione della droga sia una proposta aristocratica e antipopolare, fatta apposta per una società di saggi, capaci da astenersi da tutto ciò che è male, non per un’umanità in cui hanno diritto di vita anche gli autolesivi, i poveri di spirito, i deboli o semplicemente gli sperimentatori ad ogni costo, che debbono essere aiutati a vivere decentemente e non condannati ad annientarsi per non infastidire i saggi.
I contrasti e le vivaci discussioni tra i sostenitori di un’attitudine severa e punitiva verso i tossicomani ed i partigiani di una maggiore disponibilità e liberalità, si sono ripercorsi in questi 20 anni anche sulla scelta delle strategie terapeutiche. Si è venuto così a creare un originale sistema bipolare, pubblico e privato, sufficientemente bene integrato e capace di erogare assistenza ad un gran numero di tossicomani, riducendo così il “sommerso” di quanti non hanno mai avuto contatti con un centro di assistenza. Per decreto del Ministero della Sanità, ogni Unità Sanitaria Locale, il distretto di base della assistenza sanitaria pubblica italiana rivolto a circa 200.000 cittadini, ha dovuto creare un servizio per le tossicodipendenze (SERT) in cui lavorano medici, psicologi, assistenti sociali, infermieri professionali. Contemporaneamente e parallelamente, sono sorte numerose iniziative private ad opera del volontariato tanto religioso che laico. Mentre i SERT hanno orientato il loro intervento su di un modello medicalizzato con terapie di disintossicazione e con largo impiego di farmaci sostitutivi come il metadone, i privati hanno impiantato una vasta rete di comunità terapeutiche che ospitano attualmente circa 10.000 assistiti.
Pur essendoci conflitto e polemiche tra i sostenitori dei due metodi apparentemente opposti ed ispirati a filosofie e prassi divergenti, nella pratica il sistema funziona, a condizione di selezionare il soggetto giusto per l’intervento giusto per lui in quel momento della sua dipendenza. E’ evidente che quanto più un metodo di cura è duro e impegnativo, come duro e impegnativo è il regime di vita di una comunità terapeutica, tanto più esso è selettivo ed applicabile solo ad una minoranza di tossicomani, già approdati al convincimento che è imperativo per loro smettere di drogarsi, costi quel che costi.
Completamente opposta è l’attitudine di servizi pubblici, convinti che è interesse precipuo dello Stato di venire a contatto comunque con i tossicomani e che un tossicomane assistito e curato è meno pericoloso per sè stesso e per gli altri di un tossicomane allo sbando.
Inoltre se si è convinti che il passare del tempo è positivo e non negativo ai fini della guarigione, in quanto enfatizza gli aspetti deleteri della droga e riduce quelli piacevoli e gratificanti, accelerando e rendendo più realistica la riscoperta di alternative esistenziali, manca l’ansia di procedere sempre e comunque a disintossicazioni forzate ed eccessivamente precoci in una fase in cui il soggetto è talmente dipendente da non poter sopravvivere senza droga. Il saper attendere il momento giusto per la disintossicazione, cercando, giorno dopo giorno, di mantenere un equilibrio che impedisca al tossicomane di cadere in eventi irreversibili, quali l’overdose o gravi malattie intercorrenti e legate alla droga, ed agendo contemporaneamente sulla sua situazione psichica ed esistenziale con terapie di gruppo o con il semplice e quotidiano counseling con il terapeuta, tutto ciò è alla base dei cosiddetti mantenimenti metadonici, molto diffusi negli USA e in Italia e stranamente poco praticati in Francia.
Molti di coloro che superano i loro problemi in una comunità terapeutica sono sopravvissuti grazie al metadone quando per nessuna ragione al mondo avrebbero accettato di seguire un programma terapeutico drug-free. Metadone e comunità terapeutica, quindi, sono solo apparentemente metodi opposti di intervento, in quanto destinati ciascuno ad un tipo diverso di tossicomane. Non si insisterà mai abbastanza, allora, sulla necessità di non omogeneizzare i tossicomani tra loro e di arrivare sempre, prima di proporre una terapia, ad una diagnosi in grado di valutare i livelli di motivazione del soggetto e l’intervento più idoneo per assicurare un miglioramento della sua qualità della vita, compromessa a causa del consumo di droga. Ai primi degli anni ’90, 20 anni dopo l’inizio della moderna tossicomania nel nostro Paese, un ciclo storico sembra concludersi, per darne inizio ad un altro analogo, secondo la teoria vichiana dei corsi e ricorsi storici.
Il gruppo dei vecchi eroinomani sta progressivamente diminuendo di grandezza: qualcuno è guarito; qualcuno è passato al consumo di droghe legali, come alcol e psicofarmaci, che è il modo di “reinserirsi” di chi non gliela fa a restare completamente “drug-free” e preferisce sconvolgersi a basso costo, non riuscendo più a sopportare la pesantezza della vita di piazza ed i rischi ad essa connessi; qualcuno è morto; qualcuno è caduto, senza saperlo, e quindi senza poterci porre rimedio, nella trappola della sieropositività all’HIV, essendo così destinato ad un oscuro futuro. Il combinato delle quattro situazioni descritte (guarigioni, sostituzioni di dipendenza, morti, sieropositività) porta al mercato italiano il “pericolo” di una diminuzione della domanda e delle sue capacità di autopropagazione.
Ma il mercato sa prevedere e reagire! Così come avvenne ai primi degli anni ’70, ricompaiono sostanze che erano da tempo scomparse, come le amfetamine e gli allucinogeni. In tutte le discoteche circola epidemicamente “l’ecstasy”, un derivato sintetico della metamfetamina, con cui reclutare una nuova fascia di giovani disponibili allo sballo e di cui una certa percentuale approderà, tra qualche anno, all’eroina e ai derivati dell’oppio, l’ideale per smorzare l’incendio provocato dalle droghe stimolanti.
Nel 1970 l’opinione pubblica, che nulla sapeva di droga, reagì scompostamente, illudendosi di poter prevenire l’ulteriore diffusione ammonendo i giovani ed informandoli sui pericoli cui andavano incontro. Il risultato fu che, se qualcuno non pensava alla droga, fu così obbligato a pensarci e la diffusione delle sostanze ne fu favorita. Dopo 20 anni, incredibilmente, questa strategia perdente viene pari pari riproposta e televisione e giornali abbondano di paternalistici inviti a non drogarsi che rischiano di essere controproducenti e di ottenere, ancora una volta, un effetto contrario a quello desiderato.
Anche per questo sono pessimista sulla evoluzione del fenomeno droga in Italia e ritengo che, così come in tutta l’Europa, in assenza di eventi clamorosi e imprevedibili come una guerra, ancora per molti anni saremo obbligati a confrontarci con tale devastante problema.