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Articoli · 1990

Attrazioni fatali

Da: 1990 · IT

Droghe pesanti e leggere, legali oppure illegali: distinzioni culturali più che scientifiche. In realtà sono sempre sostanze dannose che turbano l’equilibrio naturale dell’organismo di Massimo Barra responsabile Commissione tossicodipendenze Croce Rossa Internazionale

Inizia da oggi una rubrica settimanale avente per tema la droga, che andrà avanti finché i lettori vorranno. Di droga, nel mondo, si parla molto, forse troppo, a volte a proposito, a volte a sproposito. Io vorrei parlarne alla luce di una avventura terapeutica, una bellissima avventura, che dal 1974 a oggi mi ha permesso di venire in contatto con oltre quindicimila tossicomani belli o brutti, giovani o meno giovani, acculturati o ignoranti, di buona o di cattiva famiglia, delinquenti o perbene, sempre ognuno diverso dall’altro ed anche da se stessi in funzione del passare del tempo.

Uno spaccato completo di tutta la società, col minimo comune denominatore che li accomuna tutti quello di non essere stati capaci di distinguere il bene dal male, il lecito dall’illecito, il conveniente dal dannoso, ed avere cercato, illudendosi di averlo trovato, un benessere che evidentemente non era consentito al genere umano, pagandone poi, spesso con la vita, sempre con una lunga infelicità, le più pesanti conseguenze.

Dice Olievenstein, lo psichiatra francese che da oltre venti anni cura tossicomani nel suo ospedale di Parigi, il Marmottan, a quattro passi dall’Arco di Trionfo, “il n’y a pas des drogués hereux”, non ci sono drogati felici, perché la droga, se dà l’illusione della felicità, la toglie anche subito con gli interessi, avvolgendo tutto e tutti in una spirale di angoscia di disperazione.

Il tormento della dipendenza toglie lucidità a chi ne è coinvolto in prima persona così tossicomani, genitori, parenti e amici, milioni di persone solo nel nostro Paese, trovandosi alle prese con l’urgenza del problema, sono obbligati dalla disperazione ad ascoltare tutto quanto viene detto sull’argomento, spesso in maniera contraddittoria e confusa, trattandosi anche di materia ancora poco studiata scientificamente e che ben si presta a reazioni emotive ed emozionali, a comportamenti e giudizi irrazionali, quando non francamente isterici o addirittura perversi, e in cui nessuno che sia onesto può seriamente ritenere di avere in tasca la ricetta della verità.

Di qui il leit-motiv della nostra rubrica che vorrebbe, col tempo, proporre delle informazioni e dei servizi per chi è invischiato nella dipendenza, aiutare genitori e parenti a orientarsi meglio nell’universo variegato degli interventi terapeutici e riabilitativi, rispondere a domande o richieste di aiuto, ascoltare dal vivo la voce dei diretti interessati, evitando ogni trionfalismo in un campo che ben si è prestato a ogni tipo di strumentalizzazione, in sostanza capire meglio questo pianeta droga così particolare.

Già sulla definizione di droga se ne sentono un pò di tutti i colori. Generalmente i più pensano solo ad “alcune droghe”, quelle il cui uso è proibito dalla legge. In realtà “droga” è un termine molto vasto che comprende tutte le sostanze estranee all’organismo e capaci di modificarlo, se assunte. Si impongono allora alcune distinzioni. La prima è quella tra droga legale e droga illegale. I farmaci sono droghe, lo è l’alcol, lo è la nicotina contenuta nel tabacco. L’appartenenza al gruppo delle “legali” o delle “illegali” dipende da molti fattori anche culturali, tradizionali, ambientali e politici e non solo da quello che dovrebbe essere l’unico elemento di discriminazione, cioè la maggiore o minore pericolosità sull’individuo e sulla società, di ciascuna sostanza.

Così l’alcol, che nella maggior parte del mondo è la più diffusa delle droghe legali, diventa illegale in alcuni Paesi mussulmani, mentre alcuni allucinogeni, illegali ai nostri giorni, erano di uso abituale da parte degli indiani di America che li utilizzavano anche in taluni loro riti religiosi. A noi non interessa entrare nella polemica-politica in atto tra “liberalizzatori” e “proibizionisti”. Ci basta notare, almeno per ora, che il consumo di ogni sostanza “buona”, cioè capace di dare un piacere, è proporzionale alla facilità di reperirla.

Per questo motivo si consumano più patate che caviale. Sempre per questo motivo l’alcolismo, cioè la tossicomania da alcol, è molto più diffuso della tossicomania da oppiacei. Anche se l’alcolista, facendo del male solo a se stesso e alla sua famiglia, senza attentare ai patrimoni altrui, fa sicuramente meno notizia. La seconda distinzione che intendo proporvi è quella tra droga leggera e droga pesante. Questo aggettivo “leggero” io non lo amo molto, anche se è ormai entrato nell’uso comune. Mi sembra che definire “leggera” una droga, cioè una sostanza che comunque va a turbare il delicato equilibrio dell’organismo, sia una contraddizione in termini.

Ma tant’è. Pesante è la droga che, per suo potere intrinseco e oggettivo, è molto capace di modificare l’organismo; leggera è la droga che ha in se una minore capacità di tal fatta. Forse è più facile capirci meglio con alcuni esempi. L’eroina, cosi come tutti i derivati dell’oppio, è droga pesante perché interviene nei meccanismi biochimici dell’assuntore con azione dirompente.

Per star bene, ognuno di noi produce delle sostanze che assomigliano strutturalmente agli oppiacei, tanto da attaccarsi sulle stesse porzioni di sistema nervoso, chiamate recettori, come una chiave nella sua toppa. Da queste sostanze, dette endorfine, dipende molto del nostro equilibrio e del nostro “star bene nella propria pelle”. Chi assume eroina dall’esterno, non produce più le sue endorfine, o ne produce in quantità ridotte, cosicché quando non assumerà più droga esterna, sarà destinato ad avere meno endorfina di chi non si è mai drogato, e per questo starà sicuramente male.

Tutto ciò che fa l’organismo, le sue reazioni chimiche e quelle fisiche, è finalizzato alla sopravvivenza. Per poter sopravvivere, l’organismo tende in ogni modo a rimanere se stesso, a conservare la costanza del suo ambiente interno, quello che Claucle Bernard chiamava il “milieu interieur”. In altri termini, derivato dal greco, la sopravvivenza è assicurata dal mantenimento della “omeostasi”.

Anche per questo le droghe fanno male, perché vanno a interferire nei delicati equilibri interni, turbando appunto la composizione dell’organismo e quindi la sua omeostasi. Le droghe pesanti fanno sentire in maniera elevatissima questa loro capacità di interferenza, che avviene sempre, prescindendo del tutto dalla capacità del soggetto di reagire.

E loro proprietà intrinseca, oggettiva, che le caratterizza come sostanze e che è capace di omogeneizzare tutti gli assuntori che, dopo l’incontro con la droga, rimangono diversi da prima, biochimicamente imperfetti e per questo sofferenti. Le droghe leggere invece, possiedono meno questa facoltà di condizionamento e le modifiche da loro indotte avvengono ad altri livelli, con conseguenze più sopportabili e meno intollerabili per gli assuntori.

La più conosciuta tra le droghe leggere è senza dubbio l’haschish, il famoso derivato dalla canapa indiana il cui consumo è ormai, purtroppo, estremamente diffuso. Dico purtroppo perché il ricorso a una droga, qualunque essa sia, è sempre una sconfitta per l’organismo e l’apparente benessere che esse danno è destinato a essere pagato con il tempo, e con gli interessi.

Ciò che più ci interessa dell’haschish è il contenuto del principio attivo, detto THC, tetraidrocannabinolo. Se si chiedesse qual è l’effetto di una bevanda alcolica, tutti risponderebbero “dipende”. Dipende, infatti, dal contenuto del principio attivo, l’alcol, che varia dai pochi gradi di un aperitivo ai tantissimi dei superalcolici. Allo stesso modo il THC può variare, nei diversi tipi di “fumo”, come 1 a 100 e questo spiega come, alcune volte, la droga sembri non dare particolari sensazioni, mentre altre volte è capace di mandare in paranoia l’assuntore. Una domanda, spesso, ci viene rivolta da molti, specialmente genitori preoccupati per i primi spinelli del figlio. E’ vero che dalle droghe leggere si passa poi a quelle pesanti ? E’ vero. Ma non è obbligatorio.

Certo, se noi prendiamo cento ragazzi che usano con regolarità l’haschish e cento che non fumano né hanno mai fumato, il futuro tossicomane proverrà sicuramente dal primo gruppo, più disponibile e meno refrattario dell’altro a farsi modificare. Tutti gli eroinomani hanno cominciato con le droghe leggere. Prima di arrivare a infilarsi un ago in vena, che è un atto particolarmente violento e autolesionista, c’è una lunga serie di remore da superare. Fumare haschish, così come impasticcarsi, aiuta – negativamente – a superare tali remore. Ma non si può stabilire un rapporto di causa ed effetto. Tantissimi fumano haschish, continueranno a fumarlo in futuro, e non diventeranno mai, per fortuna. tossicomani da droghe pesanti.

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