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Articoli · 1990

Disperata solitudine

Da: 1990 · IT

Sono gravi gli effetti dell’eroina dopo una prima fase di fasulla beatitudine. Per superare il suo drammatico isolamento il tossicomane deve percorrere un lungo e difficile cammino

Di Massimo Barra Responsabile Commissione Tossicodipendenze Croce Rossa Internazionale

Da: “Doctor” – “La salute in famiglia” Anno II, numero XI dell’ottobre 1990 “L’Ariete Edizioni”

In medicina si definisce “ricaduta” la ripresa acuta di un fatto morboso in precedenza solo apparentemente risolto. Nelle tossicomanie da eroina o più generalmente da derivati dell’oppio si sente spesso parlare di “ricaduta” quando un soggetto che si era disintossicato ed era rimasto “pulito”, cioè non aveva assunto droga per un periodo più o meno lungo, riassume la sostanza da cui era in passato fisicamente dipendente. Il termine “ricaduta” in questo caso mi sembra improprio, tanto la stessa rappresenta l’andamento costante del fenomeno e non un imprevedibile “optional”. Voglio dire che il fatto che il tossicomane riprenda la droga, anche dopo molto tempo, rientra nella norma della sua patologia ed eccezionale è, semmai, che avvenga il contrario.

Allo stesso modo di come è normale che una febbre malarica scompaia per ritornare dopo tre o quattro giorni, senza per questo poter definire guarito il soggetto ammalato in quell’intervallo in cui è afebbrile. Alla base della riassunzione di droga esistono di norma due fattori, uno più fisico, l’altro più psichico, anche se poi la realtà è sempre psichica e fisica allo stesso tempo, cioè psicofisica, come dicevamo anche nello scorso numero. Il fattore fisico è il più importante incriminato nel provocare una ricaduta: consiste nella ‘fame’ di droga che attanaglia i recettori, cioé quelle parti del sistema nervoso su cui la droga si attacca come la chiave nella sua toppa.

Mi piace immaginare i recettori come un diapason. Finché vibrano, il soggetto avrà fame di droga, sentirà quel languore indefinibile cui diamo il nome, riduttivo di “voglia” o “brama”. Ogni volta che la droga si attacca al recettore, sana la voglia precedente ma pone le basi per una ripresa della voglia a mano a mano che la sostanza abbandona il suo aggancio, come se in questo contatto, un’ulteriore “schicchera” fosse data al diapason. Ci vogliono molti mesi di completa assenza di “schicchere”, cioè di totale riposo dei recettori, perché la fame non venga più avvertita e il soggetto recuperi il suo completo benessere.

A questo punto rimane in ballo solo il secondo fattore di una possibile riassunzione, il fattore più marcatamente “psichico” che, nei primi mesi, si accompagna e si assomma alla fame di droga. E’ il ricordo. Il ricordo del benessere che si accompagna all’oppiaceo e che è destinato ad accompagnare chi si e drogato per tutta la vita. Il ricordo come un marchio indelebile che differenzia chi si è “fatto” da chi non è mai stato drogato. Il ricordo può far “ricadere” anche dopo anni di completo benessere.

Conosco gente che si è ridrogata dopo quattro o cinque anni di assoluta astinenza.

Così come conosco tanti, per i quali il ricordo non è bastato a farli ricadere e l’eroina appare un capitolo totalmente chiuso della loro vita. Che cosa bisogna fare quando si scopre di avere in famiglia un tossicodipendente? Come aiutarlo a uscire dal tunnel? Queste le domande che tutti si pongono, specie chi è in prima persona coinvolto, avendo un figlio o un parente alle prese con problemi di droga.

Le risposte variano molto a seconda dell’orientamento dei cosiddetti esperti, tra di loro spesso ferocemente contrastanti, come del resto avviene sempre tra gli esperti di qualsiasi settore.

Due sono le teorie dominanti, fra loro antitetiche, una che potremmo chiamare “liberale”, l’altra “coercitiva”. Secondo la prima, non è opportuno assumere atteggiamenti troppo drastici nei confronti di chi, drogandosi, paga già un pesante tributo d’infelicità. La terapia deve porsi il problema della qualità della vita del tossicodipendente, mirando a migliorarla il più possibile, diminuendo le sofferenze di chi non è mai felice essendo dipendente.

Il passare del tempo è concepito come fattore positivo, perché aumenta anche statisticamente le probabilità che compaiano “alternative” realistiche e valide al consumo di droga, mentre questa, sempre col tempo, perde parte del suo diabolico fascino iniziale. E’ dunque opportuno temporeggiare, senza essere divorati dalla fregola dell’interventismo. Secondo la tesi opposta, il tossicomane è un soggetto incapace di libera scelta, proprio per l’effetto condizionante delle sostanze che assume e che producono la conseguenza di indebolire e annientare la volontà.

Per questo sembra una contraddizione in termini richiamarsi ad un’attiva partecipazione del drogato alla sua guarigione, essendo tale partecipazione resa impossibile proprio dagli effetti della droga. Da qui la necessità di vincolare il soggetto a una terapia in maniera coercitiva, ovvero di rendergli il più possibile la vita difficile, enfatizzando senza acquiescenze né compromessi gli aspetti negativi della sua condizione e obbligandolo così a curarsi. Il tempo che passa è vissuto come tempo perso, perché il soggetto continua a drogarsi e quindi è necessario agire immediatamente e a ogni costo.

Come spesso accade, entrambe le tesi, apparentemente inconciliabili, contengono elementi di verità.

Da un lato è certo che chi sta male è sempre l’artefice ultimo del suo malessere o del suo futuro benessere e che non è possibile obbligare nessuno a stare bene senza la sua partecipazione attiva o addirittura contro la sua volontà. E’ pur vero, peraltro, che le droghe ottenebrano chi le assume, che quindi si viene a trovare nella condizione di non poter volere, più che di non volere uno stato diverso, in un circolo vizioso in cui più droga si assume più la volontà viene ulteriormente indebolita.

Il mio consiglio è di valutare la situazione caso per caso e, nello stesso soggetto, volta per volta. Nessuna storia è mai uguale all’altra e ogni generalizzazione è una colpevole leggerezza che può avere effetti devastanti. Detesto le certezze manifestate da tanti gestori di centri antidroga o di comunità terapeutiche che sono convinti di avere in tasca la ricetta della verità e predicano sempre e comunque atteggiamenti di durezza e d’aggressività nei confronti di chi assume le droghe.

Cacciare di casa un figlio drogato qualche volta può anche essere necessarlo, per costringerlo a più miti consigli e ad accettare di intraprendere un cammino di terapie. Altre volte è la goccia che fa traboccare il vaso, rendendo irreversibile una situazione. Molte overdosi mortali sono nate così. 
”I primi fumatori di hashish in Italia, alla fine degli anni Sessanta, se è vero che si isolano da un contesto sociale disprezzato e deriso, cercano pur sempre un nuovo modo di stare insieme e di comunicare.

Non a caso lo spinello è detto ‘joint’ ed è fumato appunto ‘insieme’, nella speranza (o illusione?) vecchia quanto il mondo che la modificazione farmacologicamente indotta dello stato di coscienza serva a far star meglio l’uomo nella propria pelle e a renderlo meno nemico del vicino. L’arrivo degli oppiacei ai primi degli anni Settanta tronca bruscamente l’illusione di una nuova integrazione; quanto l’hashish, disinibendo, sembra favorire un nuovo modo di socializzare, tanto l’eroina è la droga della solitudine.

Chi si buca, nella prima fase della sua carriera tossicomanica, è perfetto e onnipotente, ama la droga di un amore folle e totalizzante, non ha bisogno degli altri, non ha amici, se non quelli che gli procurano la roba e che è pronto a tradire e, a volte, finanche ad ammazzare, se questo può portare a un aumento della sostanza oggetto d’amore. Quando muore, è abbandonato da tutti, solo, in un giardinetto, nella sua macchina, nel cesso di un bar o di un ospedale. Se sopravvive, lo aspetta un “lungo cammino” in cui disperatamente ricercare un compromesso tra le sue esigenze di dipendente e quelle dell’universo dei “normali”, sempre estremamente critico e poco disposto a reinserire chi si è voluto isolare dal contesto sociale”.

Così dicevo in un congresso dieci anni fa. Da allora tanta acqua è passata sotto i ponti, ma quei concetti mi sembra mantengano una stretta attualità. Di tutte le sostanze estranee all’organismo e oggetto di abuso, l’eroina è quella che meglio e più si accompagna all’idea della solitudine. Nella prima fase del rapporto con la droga è solitudine beata e incosciente, priva della spina nel fianco dell’ansia. Assomiglia alla solitudine felice di Adamo ed Eva nel Paradiso Terrestre, prima del peccato originale, quando non sapendo o volendo distinguere il bene dal male e aspirando a godere di un benessere ulteriore e superiore evidentemente proibito al genere umano, i due persero la loro beatitudine.

Lo stesso avviene per chi assume eroina. Così la solitudine indotta dalla sostanza non è più felice ma disperata, non più beata ma maledetta. Solo pagando pesantemente il suo debito con gli altri il tossicomane potrà superare il suo drammatico isolamento.

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