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Discorsi · 1992

Tossicomania e tossicodipendenze

Da: 1992 · IT

Parliamo di droga in generale. Questo potrebbe essere l’inizio di un lungo cammino insieme; i casi della vita ci hanno fatto incontrare e poi non ci faranno più abbandonare, oppure può essere che uscendo di qua ci ammazzano o ci casca qualcosa in testa e non ci vedremo mai più, chi lo può dire.

I casi della vita sono sempre assolutamente imponderabili. Certo poiché a noi fare lezione costa e a voi anche ascoltare costa, cerchiamo di fare in modo che questi nostri incontri siano il più fruttuosi possibili e forieri di prospettive, di possibilità, di stimoli, di stimolazioni, di entusiasmi, di interesse e che costituiscano delle occasioni per una svolta di vita.

Qualcosa che trascenda l’arida burocraticità banale della Regione Lazio, degli Assessorati, dei Bandi, tutte queste cose che occorre fare, i documenti, le selezioni, tutte queste cose volgari che si sostituiscono ai rapporti interpersonali. Quindi purtroppo, poiché c’è stato il peccato originale la vita umana è terribilmente complicata.

Noi ci scusiamo con voi se l’occasione di incontro è stata appesantita da questo fardello di documentazioni e altre cose che ci sono assolutamente aliene, ma che l’establishment pretende per giustificare se stesso, per giustificare la sua sopravvivenza e la burocrazia che la governa. Quindi non ci confondete, per carità, con la Regione Lazio, con gli Assessorati, i moduli, i fogli, i documenti, perchè se fosse stato per noi, ci saremmo incontrati solo per il gusto di incontrarci e di parlare di queste cose, come ci siamo incontrati con gli operatori di Villa Maraini fino ad oggi: non certo perchè qualcuno li ha inviati a noi, ma perchè sono venuti autonomamente.

L’auspicio e che voi riusciate ad astrarvi da tutto questo fardello di cose, che ci vengono imposte soprattutto a noi più che a voi e che ci sono totalmente aliene. Se fosse per me a Villa Maraini non firmerebbe neppure nessuno la presenza: sono tutte sovrastrutture e quando una persona è strippata è meglio che se ne vada in vacanza piuttosto che continuare a lavorare perchè crea danno. Questo è anche l’unico modo per superare il “burn out”.

Voi siete agli inizi della vostra carriera e non avete diritto a parlare di “burn out” se non come una cosa lontana nel tempo, però se voi non sapete astrarvi da tutti i fardelli burocratici e amministrativi, il “burn out” è dietro l’angolo. Invece voi dovete essere voi stesse, con la vostra professionalità, con la vostra intelligenza, con la vostra anima, con la vostra fede, con la vostra voglia di fare, se ne avete; e se non ne avete, andatevene.

Quindi, nonostante l’inizio così pesante da un punto di vista burocratico, considerate tutto questo come un’occasione di incontrare una dimensione diversa, una dimensione molto rispettosa della vostra individualità, che è unica e irripetibile, della vostra fede e della vostra coscienza , se ne avete. Se non ne avete, se cioè vi piace la burocrazia, vi piace fare certificati, fare domande ecc., allora è meglio che ve ne andiate perchè non andremo d’accordo.

Anzi vi cacceremo via: io vi caccerò via facendo delle scenate turche, perchè non sopporto i burocrati, non sopporto le persone che ci stanno, senza starci con la fede, ma solamente in corpo e non in anima. Detto questo, così a mò di hors d’oeuvre, di aperitivo, tanto per conoscerci meglio, ma poi se staremo insieme ci conosceremo meglio per forza, parliamo di droga.

La droga vi uscirà fuori da tutti i pori alla fine di questo corso. Mi auguro che a nessuno di voi verrà voglia di farsi una “pera”, partendo dal presupposto che quando si deve vendere un prodotto, la conoscenza del prodotto è congeniale alla vendita e al consumo del prodotto stesso. Quindi a forza di parlare di droga si stimola comunque la curiosità e si induce in tentazione.

Magari voi siete “scafate” perché siete laureate, siete psicologhe, avete il senso critico. Ma pensate a chi, e magari ha il diritto di sopravvivere ugualmente, non possiede il vostro senso critico. Pensate a chi si lascia vivere e pensate al bombardamento di informazioni, di spot, di “strippi”, di TG 2, di festival sulla droga, di ragazzotti che corrono sulla spiaggia (una via di mezzo fra la réclame di Copa Cabana e del Cornetto Algida), che per fare quello prima si erano dovuti drogare.

Quindi il ragazzotto può anche pensare che per andare a Copa Cabana o mangiare il Cornetto Algida si deve drogare pure lui, perché tanto poi si esce felici e contenti e c’è anche la benedizione del Ministro. Quindi pensate come questa ridondanza di informazioni, di messaggi, di stimolazioni, se da un lato crea attenzione dall’altro possa anche creare in chi è incapace di discernere il bene dal male, di discriminare il lecito dall’illecito, il conveniente dallo sconveniente, un’attrazione perversa verso un piacere proibito.

Una cosa analoga può essere successa ad Adamo ed Eva, che non se la passavano male, ma non gli è bastato, ed hanno voluto godere di un benessere che evidentemente non era consentito al genere umano, mangiando la mela del bene e del male (noi diremmo facendosi “una pera” probabilmente, identificando la mela del bene e del male con la droga).

La situazione di chi si droga è analoga. Non gli basta un dritto e un rovescio, come diceva una vecchia crocerossina, paragonando la vita ad un pullover lavorato a dritto e rovescio, ma hanno voluto godere di un benessere assoluto, privo di rovescio. Una pienezza di circolarità, di assolutezza e poi per tutta la vita, hanno dovuto pagare questo loro attimo di onnipotenza iniziale. Quindi vedete che la tossicomania ha radici antiche nella storia.

Noi la facciamo risalire proprio al paradiso terrestre: tutte le epoche hanno avuto le loro droghe, tutte le epoche hanno avuto i loro consumatori. Certo variano le situazioni micro e macro economiche, variano i tipi di droga, ma è costante lo sforzo dell’uomo di cercare nel mondo vegetale o nel mondo esterno un qualche cosa che dia sollievo alla sua sofferenza, che plachi le sue angosce, che lo faccia stare bene.

La ricerca della pillola della felicità, la ricerca della pillola capace di, la ricerca della sostanza miracolosa capace di vincere la malattia, la vecchiaia, la sofferenza, la ricerca della pillola dell’immortalità, è una costante di tutti i tempi e di tutte le culture. Quindi la droga c’è sempre stata da Adamo in poi e sempre ci sarà. Non saremo certo noi con le nostre misere forze, ad impedire questo che è un anelito universale dell’uomo.

Noi definiamo chi si droga un malato, vi prego di non scandalizzarvi, e per giustificare questa che è una profonda convinzione e non uno slogan, ci rifacciamo alla definizione di stato di salute dell’O.M.S. secondo cui la salute è uno stato di completo benessere psichico, fisico e sociale. La malattia è l’assenza dello stato di salute.

Allora se la salute è uno stato di completo benessere psichico, fisico e sociale, il tossicomane è il prototipo del malato perchè sta male dal punto di vista psichico, dal punto di vista fisico e dal punto di vista sociale. Non riconoscere questo suo stato di malessere e di malattia è un’infamità, una cattiveria dei sani nei confronti di chi sta male.

Pensate in quale altra malattia viene chiesto al malato di adeguarsi alla terapia e non viceversa. In tutte le malattie la terapia tenta disperatamente di fare diagnosi e di adattarsi al malato. Nella tossicomania esiste invece chi pretende che avvenga il processo inverso: è il tossicomane che si deve adeguare alla terapia e non viceversa.

Guardate che questa è la più grossa violenza che si può fare ad una persona che sta male poichè in quanto sta male è indifesa, è nuda, è come un albero con le foglie al vento. Non può fare niente perché è dipendente. Voi mi insegnate quant’è difficile campare senza essere dipendenti da nessuno: è pressochè impossibile.

Immaginate quant’è difficile sopravvivere oltre che col fardello, conseguenza forse del peccato originale, anche con la dipendenza. Il che vuol dire dipendenza dalla sostanza, assoluta, e vuol dire dipendenza da tutto l’entourage che gli procura, che gli procaccia quella sostanza. Entourage che evidentemente è cattivo, che sicuramente ha alla base “l’homo hominis lupus” che ci portiamo appresso tutti quanti e ancor di più, il gusto sadico di veder soffrire una persona senza il nostro intervento, senza poter dargli una mano.

Quindi pensate quant’è complicato sopravvivere per chi è malato della malattia da droga. Droga è un termine generico. Vorrei che fossimo tutti d’accordo che droga è qualunque sostanza estranea all’organismo, capace di modificarlo quando viene assunta. Quindi si fa riferimento a un gran numero di cose, non solo a quelle che comunemente pensiamo.

Vorrei farvi alcune distinzioni rapidamente. Droga legale e droga illegale: la prima è ammessa dalla legge. Se voi andate in Arabia Saudita l’alcool è una droga illegale, anzi è il prototipo delle droghe illegali. Da noi è il prototipo delle droghe legali. Comunque interessa poco se è legale o meno; quando una persona è malata non è importante come è venuta la malattia.

Possono cambiare alcune cose. Però ricordate sempre, di fronte a strumentalizzazioni di un argomento su cui cani e porci si ritengono autorizzati a parlare, che il vero problema della droga è la droga. Tutto il resto può essere un corollario, può peggiorare la situazione. Questo mondo in cui l’economia vince su ogni altro concetto, in cui l’economia sembra essere più importante di tutto, tutti danno importanza all’aspetto economico della droga.

Ma questo è un’aspetto importante, però secondario, perchè al tossicomane poco importa che sia legale o illegale. Certo se è illegale gli costa di più e quindi è costretto a delinquere. Ma non penserete certo che l’alcolista è una persona felice. Tra l’alcolista che è tossicomane da alcool e l’eroinomane che è tossicomane da una droga illegale non c’è molta differenza.

L’unica differenza è che l’alcolista fa male a se stesso e alla sua famiglia e non a terzi perchè non ha bisogno di delinquere per procurarsi la droga, mentre l’eroinomane fa male a terzi. Cioè attenta ai patrimoni altrui, dà fastidio. Per questo la gente si preoccupa tanto e si strappa le vesti per gli eroinomani e ignora gli alcolisti, mentre in Italia ci sono 1000 tossicomani che muoiono ogni anno e 25.000 alcolisti.

Quindi l’alcolismo è 25 volte più esteso della tossicomania da eroina, ma non importa niente a nessuno. Perchè l’alcolista fa male a se stesso e non attenta al patrimonio altrui quando tutti sono focalizzati sul patrimonio. Tutti i discorsi sulla legalizzazione, sulla liberalizzazione sono focalizzati sui dollari, sui petrodollari, sui narcodollari, sui riciclaggi.

Problemi politici, importantissimi, giustissimi da discutere fuori. Ma all’eroinomane non gli cambia niente. Tant’è vero che il morfinomane da morfina legale è un povero cristo malato come l’eroinomane da eroina illegale. Non è che il morfinomane da morfina legale, sta meglio dell’eroinomane da eroina illegale. Ci interessa sottolineare che il problema della droga è la droga e che la malattia da eroina esiste in quanto esiste l’eroina.

Qual’è la causa della tubercolosi? Il bacillo di Kock, non c’è dubbio, perchè se noi inoculiamo in un animale il bacillo di Kock lo facciamo ammalare di tubercolosi. Eppure noi qui siamo immersi nei bacilli di Kock, respiriamo bacilli di Kock e non ci prendiamo la tubercolosi. Come mai? Qual’è la causa della meningite? Il Meningococco.

Noi qui respiriamo il Meningococco e non usciamo con la meningite. Ciò vuol dire che pure se siamo sicuri che la causa di una malattia è un determinato agente patogeno, nessuna malattia, nessuna noxa morbosa di per sé è tanto forte da non dover tener conto dell’altro polo del rapporto che è l’individuo. Quindi se adesso voi vi mettete con i piedi a mollo nell’acqua gelata e vi rimanete per alcune ore, probabilmente qualcuno dei virus o dei batteri che aleggiano qui potrà prendere il sopravvento, perché c’è un momento di indebolimento dell’altro polo del rapporto.

In qualunque malattia, in qualunque fatto morboso, sicuramente è importante l’agente che lo determina, perchè se non c’è il bacillo di Kock non c’è la tubercolosi. Ma altrettanto importante (e non so se più importante o meno importante), è appunto l’individuo. Individuo che dal momento che è stato concepito, al momento in cui incontra la sostanza, è in continuo equilibrio precario, in continuo divenire, in continua modificazione.

Individuo che non è mai uguale a se stesso ed è soggetto, con il suo patrimonio genetico che non condivide con nessuno, a delle modificazioni che determinano le interazioni a cui è sottoposto dal mondo esterno, dal momento in cui i suoi genitori hanno deciso di concepirlo al momento attuale. Per cui ciascuno di noi è la risultante di un patrimonio genetico, che ci siamo accumulati come specie nel corso delle centinaia e migliaia di millenni da cui il mondo esiste e di una componente dinamica, plastica che influisce su questo materiale genetico del mondo esterno.

Mondo che evidentemente non gradisce la vita, tant’è vero che la ostacola e in cui è necessario costantemente adattarsi per sopravvivere alle regole della fisica che vanno verso il disordine e non certo verso la vita. Infatti quando non esiste più questa capacità plastica di adattarsi, le polveri si disperdono al vento e andiamo verso il caos, verso il disordine.

Chi è più importante l’individuo o la sostanza? Non lo sappiamo. Chi è più importante il cromosoma o quello che avviene? Certo i miei occhi e i miei capelli sono responsabilità del cromosoma e quindi il cromosoma a qualche cosa servirà. Ciò non vuol dire che l’individuo è predestinato alla droga. Dico solo che i cromosomi esistono. E dico pure che il bambino tanto più è piccolo, tanto più è pieno d’acqua.

E quando un terreno è pieno d’acqua, l’impronta esterna affonda e rimane più in profondità. Se voi andate su un terreno secco e sclerotico e ci camminate sopra non ci rimane niente, se voi andate su un terreno turgido d’acqua, l’impronta, l’imprinting, rimane bene in profondità. Infatti se voi avete un fratellino piccolo questi vi dirà cose avvenute magari 5 o 6 anni fa, che per voi non avranno alcuna importanza e che lui ricorda perfettamente.

Al contrario, vostro nonno col morbo di Alzaimer, si ricorderà le poesie imparate da piccolo quando era acqua e non ricorda quello che ha mangiato a pranzo, perchè ormai l’acqua se ne è andata ed è divenuto un terreno arido, secco, sclerotico. Allora la distinzione droga legale, droga illegale ci interessa poco.

Possiamo distinguere la droga in funzione della forza: droga leggera e droga pesante. La droga leggera è poco capace di modificare mentre quella pesante è molto capace di modificare, a causa dei cromosomi stessi della droga. Capacità intrinseca, specifica della sostanza di indurre modificazioni, capacità oggettiva legata alla struttura chimico-fisica della sostanza.

La droga di per sè non ci interessa anche se è alla base della tossicodipendenza, ma ci interessa dell’interazione dinamica e dialettica con un assuntore. Assuntore che è in continuo divenire e in cui ogni giorno è diverso dall’altro. Per cui anche una persona forte se mette i piedi a bagno diventa debole, anche una roccia se viene colpita si sgretola e se si sgretola una roccia si può sgretolare anche un cristiano.

Anche se ha i cromosomi di una roccia è comunque sottoposto ai casi della vita. E allora creiamo due scale: la scala delle sostanze da un lato e la scale degli individui, dai più deboli ai più forti. Droga leggera, droga pesante; individuo debole, individuo forte. Che vuol dire individuo debole? Cromosomi un pò “farlocchi” e comunque evenienze esterne, da quando i genitori l’hanno concepito, un pò grevi, un pò pesanti. Soggetto disadattato, che vuol dire che si adatta male a quello che gli altri, essendo la maggioranza, considerano la norma. Soggetto marginale, cioè in minoranza.

Poi piano piano dal bianco si passa al nero, all’altro polo ci sarà il soggetto tozzo, duro, cattivo, un’animale politico, iscritto al partito, che combatte, diventa assessore, prende le tangenti. Tozzo, cioè sufficientemente cattivo ed eterolesivo da essere considerato normale. In mezzo, ciascuno di noi si pone col suo grigio più o meno chiaro o scuro, a seconda delle evenienze della vita, che non condivide neppure col suo fratello gemello.

Perchè ad esempio uno dei due gemelli stava sullo stomaco alla madre che lo parcheggiava, mentre l’altro lo riscaldava. Così quando entrambi erano pieni d’acqua, per uno era acqua fredda e per l’altro calda. E’ il caso di due gemelli di cui uno si droga e l’altro no, pur possedendo lo stesso patrimonio genetico, poichè la variabile dinamica esogena, esterna, sicuramente cambia.

Vediamo poi cosa succede quando si incrociano i due estremi della scala: droga leggera e individuo forte. Consumo occasionale, ricreativo, sporadico, vizioso, perchè non presuppone una necessità, una dipendenza, ma solo un “envie” come dicono i francesi, una voglia, un “uzzolo”, uno sfizio. Se il Vicepresidente del Consiglio ha fumato uno spinello a Malindi, o se beveva un pò di birra era la stessa cosa, non ha modificato il corso della sua esistenza.

Ma la cosa cambia, se lo spinello lo consuma (droga leggera) un soggetto disadattato riuscendo così ad adattarsi, a fare ciò che da “non fumato” non riusciva a fare, anche la cosa più banale come andare a ballare, avere un rapporto interpersonale. E’ quello che non riescono a capire quei signori che adesso vanno a fumare davanti alla prefettura e che, pur con tutte le buone motivazioni di questo mondo, ma di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno, non capiscono che la gente non è tutta uguale e che a considerare tutti uguali si compie un grave peccato, perché si toglie qualcosa a qualcuno e molto ad altri.

Ad esempio io sono imbranato e non ci riesco, ma se fumo divento un leone, mi sciolgo, faccio qualunque cosa, divento normale. Ma per essere normale o per stare non male, cioè per stare meglio devo stare “fumato”. E’ chiaro che inizio a dipendere da quella sostanza, qualunque essa sia. Può essere la paracodina, può essere il fumo, qualunque sostanza che mi faccia essere altro da me, perchè quando sono me non sono adeguato alla lotta per la sopravvivenza o a quello che gli altri pretendono da me, o agli standard medi che sono condivisi dagli altri e che io marginale, minoritario, disadattato non condivido.

Allora comincia la dipendenza, cioè tra la sostanza e l’individuo, vince la sostanza. E’ chiaro che quanto più la sostanza è forte, tanto più la dipendenza sarà cocente e coercente. La dipendenza può essere psichica o fisica. Dipendenza psichica vuol dire voglia di farsi, dipendenza fisica vuol dire che il fisico dipende dalla sostanza e se questa non è disponibile sta male.

Non pensate alla dipendenza psichica come ad una farfalletta svolazzante, esclusivamente frutto di rapporti interpersonali o di fattori dinamici. Uno quando non sa che altro fare, dice ” è un fatto psicologico”. Guardate che la droga generalmente non è un fatto psicologico, è qualcosa di molto organico, di molto fisico.

Perchè voi una cosa fisica del sistema nervoso come la chiamate? La chiamate psichica, ma sempre fisica è. Non è che una cosa fisica del sistema nervoso sia meno importante di una cosa fisica di un osso o di un calcagno rotto. Anzi il sistema nervoso una volta leso non si riproduce e quindi un fatto organico a carico del sistema nervoso voi lo chiamate psichico ma sempre fisico è. Quindi il problema della tossicomania, cioè della dipendenza psichica, della dipendenza fisica e dell’altra parola chiave che è l’assuefazione, è un problema essenzialmente fisico.

Non riconoscere la fisicità, l’organicità, la riproducibilità in laboratorio di questa situazione morbosa, è una violenza che noi facciamo a chi è affetto da questa malattia. Così come è una violenza non riconoscere che la peste è un fatto organico e non un fatto di punizione divina. Allora, le parole chiave di una tossicomania sono: dipendenza psichica, dipendenza fisica e assuefazione.

Che vuol dire assuefazione? Abitudine. Ricordate la storia di Mitridate, re del Ponto, che avendo paura di essere avvelenato, prese il veleno a piccole dosi, assuefacendosi, cioè diventando tollerante al veleno e fu il primo assuefatto della storia. Quando gli diedero la dose non morì perché aveva sviluppato un pacchetto enzimatico atto a distruggere la sostanza.

Di tutte le tossicomanie a noi interessa soprattutto quella da eroina. Ciò forse perché nei centri antidroga noi osserviamo soprattutto eroinomani, perché uno che fuma non si sente malato (e probabilmente non lo è neanche) e quindi non va in un centro antidroga, chi usa cocaina ha altri giri e altre modalità e quindi non va nei centri antidroga (a meno che non si tratti di individui che fanno uso sia di eroina che di cocaina), l’allucinogeno è pressoché sparito dal mercato (adesso gira l’ecstasy che non è poi in realtà un allucinogeno ma un’anfetamina e quindi uno “speed” per il quale non ci si sente ancora tossici, ma si sta in una fase di disponibilità alle sostanze).

Quindi fondamentalmente i centri antidroga sono pieni di eroinomani. E’ per questo che per noi la malattia da eroina e patognomonica, la più caratteristica, quella di cui parliamo. Quando noi parliamo di tossicomania ci riferiamo soprattutto alla tossicomania da eroina. Un concetto che vorrei vi fosse ben chiaro è che in questa plasticità, dinamicità di eventi, anche la tossicomania non si sottrae. Cioè il tossicomane è diverso da se stesso in funzione del tempo che passa.

Tutto scorre, scorre anche il rapporto con la sostanza. Da una prima fase di infatuazione, di amore folle, i primi buchi, questo senso di assoluta onnipotenza, questa illuminazione, questo passaggio della sostanza dalla siringa alla vena, questa sorta di iper orgasmo legato al passaggio fisico della sostanza in vena, il “flash” (che una volta un ragazzo definì il passaggio dal buio alla luce).

Ecco, pensate alla cosa più bella che avete mai provato in vita vostra e pensate che questo è molto inferiore alla bellezza di una “pera”. Chi come voi e me non si è mai fatto, non lo può capire, è un mistero (e manteniamo questo mistero sperando di non svelarlo mai). Ma se voi non capite che la droga è buona, che dà un piacere assoluto, superiore a qualunque possibilità di comprensione per chi non si è mai fatto, non capite niente della tossicomania.

Se invece voi capite che la situazione che si ha, soprattutto nelle prime somministrazioni, è quella di un piacere assoluto, totalizzante, nettamente superiore a qualunque altro evento della vita, anche il più gratificante, allora tutto vi sembrerà più logico. Perché è giusto che una persona che ha provato questo piacere tenda a riprovarlo, perché l’uomo come tutti gli animali segue il piacere, il principio del piacere. E se voi questo piacere lo somministrate ad un animale, questi si comporterà esattamente come l’uomo. Se voi fate una “pera” ad uno scimmione, questi farà di tutto per riprovare il piacere legato a quella somministrazione.

E se voi gli rendete possibile scegliere tra qualunque altro piacere (compresa la scimmiona) e la possibilità di rifarsi una “pera”, lo scimmione si rifarà una “pera”, a costo di passare sui carboni ardenti.E se voi rendete dipendente un topo albino che normalmente rifugge dalla luce e sta al buio, offrendogli la possibilità di farsi una “pera” alla luce, il topo albino non starà più al buio ma sempre alla luce, nell’illusione di potersi rifare.

Pensate allora il potere assoluto della droga. Ma questo rapporto di amore folle è una grossa fregatura perché dura poco, perché si sviluppa l’assuefazione. La grossa fregatura della droga è che io sono un Dio soltanto nelle prime somministrazioni, sono maschio e femmina, non me ne frega niente degli altri, riesco a vedere il mondo, ma mi manca l’ansia che mi consente di reagire o di soffrire di ciò che avviene.

Io vedo tutto ciò che avviene, lo capisco, lo percepisco, anzi lo percepisco con una rapidità maggiore (perché di tutti gli schemi ascendenti del sistema nervoso, la sostanza mi ha selezionato dei pattern ascendenti che divengono delle sorta di autostrade neuroniche, per cui io capisco le situazioni al volo), ma non me ne frega niente, sono atarassico, ho raggiunto l’imperturbabilità. Ma questa imperturbabilità che evidentemente non era consentita al genere umano, dura poco.

Dopo di che mi dovrò fare non per essere un Dio, ma per ritornare normale. Questa è la grossa fregatura di chi si fà, il motivo per cui non bisogna farsi, solo questo. E se non mi faccio sto male, come dicono i francesi, sto male nella la mia pelle, “etre mal dans sa peau”, che vuol dire male esistenziale, psichico e fisico contemporaneamente, non mi funziona più niente.

Vedete che l’astinenza viene enfatizzata nei primi giorni. In realtà la vera astinenza viene dopo, quando dopo 7 giorni non c’è più la nausea, il vomito, la rinorrea, la goccia al naso, la midriasi, l’abbondanza delle secrezioni, la diarrea, il mal di schiena, i crampi (cioè tutto quello che si vede al cinematografo come sindrome di astinenza), ma il soggetto non è normale per niente. La gente dice: “ormai sei guarito, cambia amici, cambia giro, ormai sei guarito, è solo un fatto psicologico”.

Non è un fatto psicologico, è un fatto organico. Occorrono alcuni mesi prima che, chi si è fatto di eroina torni come uno che non si è mai fatto di eroina. E con ancora una riserva, che neppure il Padreterno può sciogliere finché vive, che chi si è fatto conserverà per tutta la vita, il ricordo di una gratificazione onnipotente che resterà sempre.

Per chi guarisce resterà il ricordo di un piacere proibito, per chi ricade è la causa scatenante della ricaduta. Allora vedete, il tossicomane non è colui che si droga, ma colui che è incapace di sopravvivere senza droga in una data fase della sua esistenza. Disintossicarsi non è un problema.

Il problema della droga e della tossicomania non è l’incapacità di disintossicarsi, ma l’incapacità di non ricadere. Io mi posso disintossicare in tanti modi, anche con l’acqua Fabia (anzi l’acqua Fabia no perché “fà”), o con l’acqua Paola. Disintossicarsi è la cosa più banale di questo mondo. Certo l’ambiente è diverso per cui in ospedale danno le medicine, da Don Pierino basta l’imposizione delle mani.

L’ambiente influenza qualunque malattia. Se sto in un ambiente ovattato, che mi protegge, avrò meno sintomi che se sto in un’ambiente ansiogeno, che mi crea ansia. E siccome l’astinenza è una distonia neurovegetativa, se io sto in un ambiente che mi stimola la mia distonia neurovegetativa, starò peggio nella mia pelle, che in un ambiente che mi protegge. Ma comunque siccome di astinenza non si muore (ricordatevi che di droga si muore sempre per eccesso e mai per difetto), passare l’astinenza è la cosa più banale di questo mondo.

La strada del tossicomane è costellata di tentativi riusciti di svezzamento. Il piccolo problema è che dopo un pò di giorni, dopo un pò di mesi, a volte di anni, il soggetto ricade. Alla base della ricaduta c’è sempre il ricordo di una cosa bella e nelle prime settimane c’è anche quella che io chiamo “astinenza microscopica”, per distinguerla temporalmente dalla “astinenza macroscopica” (che si manifesta nella prima settimana con quei sintomi di cui abbiamo parlato), in cui c’è comunque uno stato di malessere. Come nelle lucertole, la coda è la parte più difficile da scorticare, così nel tossicomane la coda dell’astinenza, è la parte più compromettente.

Perché voi potete essere eroi per una settimana, potete mobilizzare tutte le vostre risorse e dopo una settimana essere guariti. Ma è molto più facile stare male per una settimana, che stare non bene, al 90% dell’efficienza, con un limìo sotterraneo, una sorta di usura, che io so che potrebbe passare immediatamente se ricorro a quella sostanza.

Quindi, nel momento in cui mi accorgo che ho preso questa grossa fregatura, potrò amare la sostanza come la amavo quando era il mio unico, onnipotente, assoluto, oggetto d’amore? Pensate al grosso amore della vostra vita e a quando vi siete lasciati, quando avete trovato chì vi ha dato delle fregature. Lo stesso avviene in questa storia d’amore tra il tossicomane e la droga. Alla prima fase dell’onnipotenza, della “luna di miele”, dell’amore folle per la sostanza, subentra una sorta di ambivalenza, di amore-odio, in cui si insinua il dubbio di aver preso una fregatura e una certa disponibilità a farsi curare, a cercare di superare la dipendenza.

Infine, dopo tanti anni l’odio per l’eroina, per il mondo dell’eroina e persino a volte, una certa attitudine protettiva nei confronti dei più piccoli, dei più giovani, che viene sfruttata terapeuticamente con il fenomeno dell’ “ancien toxicomane”, come dicono in Francia, cioè gli ex tossicomani che sono il perno di qualunque istituzione antidroga. Istituzione privata naturalmente, perchè nel pubblico ancora non hanno trovato il modo per utilizzare, coi tempi elefantiaci della burocrazia, la capacità plastica dell’ex tossicomane ed è questo uno dei motivi per cui i centri antidroga pubblici sono in affanno rispetto a quelli privati, basati sul ruolo dell’ex tossicomane.

Che vuol dire questo cambiamento di rapporto? Vuol dire che la tossicomania è un fenomeno che tende spontaneamente ad autoesaurirsi, nella misura in cui si esaurisce il rapporto d’amore tra l’individuo e la sostanza. Vuol dire anche che in una certa fase precoce il soggetto è assolutamente refrattario a qualunque ipotesi di trattamento, a qualunque ipotesi di abbandono del soggetto d’amore.

Vuol dire pure che a volte è più importante saper attendere, piuttosto che intervenire precocemente. Vuol dire ancora che la fregola terapeutica del tutto e subito, è una fregola terapeutica che ricalca un “trip” tossicomanico (perché è il tossicomane che vuole tutto e subito ed è la droga che dà tutto e subito), e quindi se volete essere dei terapeuti non dovete cadere nella trappola del tutto e subito, sostituendo voi stessi alla sostanza.

Ponendovi in alternativa alla sostanza, gratificandovi nel momento in cui il tossicomane strumentalmente sceglierà voi (perché il tossico essendo diabolicamente posseduto conosce tutte le arti diaboliche tra cui quella della seduzione, vi sedurrà), investirete libidine, vi sentirete grandi psicologhe, vi sentirete gratificate dal fatto che il soggetto per 10 giorni non si è bucato per voi. Questo sarà il prologo del prolasso, della disperazione più totale, nel momento in cui il tossicomane sceglierà la droga.

Allora voi diventerete cattive, vi vendicherete, romperete il vostro rapporto e non sarete delle brave terapeute. Se invece sapete a monte che tutto questo rientra nella norma e che in un rapporto uno a uno mai, neanche Pico della Mirandola ci si deve avventurare. Perché in realtà se ci pensate bene il rapporto non è uno a uno ma uno a uno più “n”, dove “n” è l’onnipotenza della droga diabolica.

Pensate che ognuno di noi è solamente uno strumento, per quanto bravo sia, di un lavoro che non può essere che di gruppo. Perché la terapia necessita comunque di una “task force”, in cui ci sia una suddivisione dei ruoli, in cui ci sia pure una punta avanzata capace di entrare in vibrazione empatica, in un rapporto privilegiato, preferenziale, ma in cui la terapia non si esaurisce in questo perché necessita di altri momenti di rinforzo a monte e a valle e di altri tamponamenti.

Perché la terapia è un lungo cammino che dura anni, in cui ad avventurarsi da solo si rischia di fare la fine di Cappuccetto Rosso perduto nel bosco. E allora saper attendere è un’arte, un dono terapeutico superiore alla fregola dell’interventismo tutto e subito.

Perché sapendo attendere che gli aspetti negativi della droga, superino col tempo quelli positivi, il soggetto sarà più disponibile a trovare un’alternativa esistenziale più accettabile rispetto a quella che gli offre la sostanza, quando il rapporto d’amore si è inesorabilmente e irreversibilmente esaurito.

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