I primi fumatori di hashish in Italia, alla fine degli anni 60, se è vero che si isolano da un contesto sociale disprezzato e deriso, cercano pur sempre un nuovo modo di stare insieme e di comunicare. Non a caso lo spinello è detto “joint” ed è fumato appunto “insieme”, nella speranza (o illusione?) vecchia quanto il mondo che la modificazione farmacologicamente indotta dello stato di coscienza serva a far star meglio l’uomo nella propria pelle ed a renderlo meno nemico del vicino.
L’arrivo degli oppiacei ai primi degli anni 70, tronca bruscamente l’illusione di una nuova integrazione; quanto l’hashish, disinibendo, sembra favorire un nuovo modo di socializzare, tanto l’eroina è la droga della solitudine. Chi si buca, nella prima fase della sua carriera tossicomanica, è perfetto ed onnipotente, ama la droga di un amore folle e totalizzante, non ha bisogno degli altri, non ha amici, se non quelli che gli procurano la roba e che è pronto a tradire e, a volte, finanche ad ammazzare, se questo può portare ad un aumento della sostanza oggetto d’amore. Quando muore, è abbandonato da tutti, solo, in un giardinetto, nella sua macchina, nel cesso di un bar o di un ospedale.
Se sopravvive, lo aspetta un “lungo cammino” in cui disperatamente ricercare un compromesso tra le sue esigenze di dipendente e quelle dell’universo dei “normali”, sempre estremamente critico e poco disposto a reinserire che si è voluto isolare dal contesto sociale. Così scrivevo per una rivista 10 anni fa.
Da allora tanta acqua è passata sotto i ponti, ma quei concetti mi sembra mantengano una stretta attualità. Di tutte le sostanze estranee all’organismo ed oggetto di abuso, l’eroina è quella che meglio e più si accompagna all’idea della solitudine. Nella prima fase del rapporto con la droga è solitudine beata ed incosciente, priva della spina nel fianco dell’ansia. Assomiglia alla solitudine felice di Adamo ed Eva nel Paradiso Terrestre, prima del peccato originale, quando non sapendo o volendo distinguere il bene dal male ed aspirando a godere di un benessere ulteriore e superiore evidentemente proibito al genere umano, i due persero la loro beatitudine. Lo stesso avviene per chi assume eroina. Così la solitudine indotta dalla sostanza non è più felice, ma disperata, non più beata ma maledetta. Solo pagando pesantemente il suo debito con gli altri il tossicomane potrà superare il suo drammatico isolamento.
Settembre 1990
Leggo su di un settimanale italiano tra i più diffusi. La tossicodipendenza, cioè lo stato di intossicazione cronica provocato dal ripetuto consumo di una droga (eroina, cocaina, marijuana, hashish, amfetamine ecc.), ha conseguenze drammaticamente distruttive: si va da una lunga serie di malattie tali da debilitare completamente l’organismo alla morte …..
La morte sopraggiunge entro 10 anni, se non ci si riesce a disintossicare. Segue un’accurata descrizione di tutte le malattie che colpirebbero i drogati, divise a seconda delle funzioni o degli apparati. Da tempo non mi succedeva di trovare un tale condensato di stupidaggini, del tipo di quelle che andavano di moda venti anni fa, quando quasi nessuno in Italia era al corrente dei problemi determinati dalle droghe per scarsa diffusione delle stesse.
Parlare allo stesso modo e nello stesso calderone di hashish e marijuana o di cocaina e eroina, rappresenta una disinformazione grande e inaccettabile, per le attuali conoscenze, come quella di chi volesse trattare allo stesso modo una bronchitella o un cancro del polmone, solo perchè sono entrambe malattie dell’apparato respiratorio, o confondesse le emorroidi con un tumore del retto.
Quanto alla “morte obbligata in 10 anni, se non ci si riesce a disintossicare” la redattrice è riuscita in una sola riga a dire più inesattezze: ci sono migliaia di persone nel nostro Paese che si drogano per più di 10 anni e non sono morte, ed ognuno di loro si sarà disintossicata almeno cento volte, ma per altrettante volte avrà ricominciato a drogarsi, essendo abbastanza facile smettere per un pò di tempo di assumere droga, cioè disintossicarsi, ma non altrettanto facile evitare di ricominciare.
In ogni caso, e contrariamente all’opinione dei più, il passare del tempo non è un fattore nocivo per le speranze di guarigione ed è anzi più facile che smetta un vecchio tossicomane con più di 10 anni di droga sulle spalle che un ragazzetto nei primi anni di assunzione, essendo il primo nella fase dell’odio per la droga ed il secondo in quella, precoce, dell’amore folle della “luna di miele” con le sostanze. Conosco tanti ragazzi che, anzichè morire, dopo 10 anni hanno smesso! E’ probabile che la giornalista che ha firmato l’articolo abbia agito a fin di bene, convinta che il terrorismo psicologico che fa di tutt’erba un fascio rappresenti una valida arma di prevenzione.
In questo caso la giornalista troverà ampi consensi in quelle mamme che, giustamente terrorizzate all’ipotesi che i loro figli possano diventare tossicomani, non trovano nulla di meglio, come strategia preventiva, che raccontare la storiella della caramella drogata che gli spacciatori andrebbero a distribuire davanti alle scuole per avviare i pargoletti al mondo della droga, in una situazione che ricorda troppo la favola di Cappuccetto Rosso per non essere più la rappresentazione mitologica di una paura che una realtà vera.
In tanti anni di frequentazione assidua e quotidiana del mondo della droga, credo di averne viste veramente di tutti i colori, con drogati e spacciatori diabolicamente “posseduti” o impegnati allo spasimo per cercare di trovare la droga. Mai mi sono capitate tra le mani le “caramelle”, che non so bene poi quale droga dovrebbero contenere, posto che i derivati della canapa indiana come l’hashish si fumano, l’eroina e la cocaina si bucano o si tirano per naso, forse le amfetamine o le ecstasy, ma i ragazzetti che le consumano in discoteca non hanno certo bisogno di crederle degli innocui bon-bon! Spaventare, terrorizzare ad ogni costo e senza andare troppo per il sottile, cioè fino al punto di dire anche cose false purchè in linea con il messaggio voluto, sono state per anni le principali strategie preventive, ed anche oggi in molti ambienti ed in molte parti del mondo gli uomini di buona volontà che non sanno nulla di droga ma vogliono contribuire a combattere il flagello pensano che la strategia del terrore sia quella vincente. Di qui manifesti, filmini, messaggi pubblicitari sui giornali e chi più ne ha più ne metta.
Anche molti medici od operatori dei servizi antidroga, di fronte ad un paziente tossicomane, usano enfatizzarne ed amplificarne i sintomi, con la segreta speranza che lo spavento così indotto rappresenti un’efficacia strategia per la prevenzione delle ricadute: (“Se continui a bucarti, non vivrai più di un anno!”) con il rischio di ottenere a risposta o un’assuefatta indifferenza o al contrario, di provocare un panico cui la droga, nuovamente assunta, faccia da unico sollievo.
In ogni caso il contrario di ciò che, in perfetta buona fede, ci si era proposti. Allo stesso modo il ragazzo, terrorizzato da informazioni non vere, quando si accorgerˆ che con l’hashish non si muore, perderà ogni fiducia in qualunque altra parte, anche veritiera, del messaggio che voleva essere preventivo e non lo è stato, con effetti che possono diventare anche molto pericolosi.
A parziale emendamento del terrorismo indiscriminato, la maggioranza della pubblica opinione e dei governanti ritiene che “l’informazione scientificamente corretta” rappresenti l’unica arma preventiva. Di qui le conferenze degli “esperti” nelle scuole e in caserma, le trasmissioni radio e TV, gli articoli sui giornali e così via. Lo stesso professor Olievenstein (della cui grande esperienza antidroga all’Ospedale Marmottan di Parigi parlai nel mio primo articolo) da me interrogato 10 anni fa, al termine di una sua conferenza nell’università di Losanna, sul significato della parola “Prevenzione” mi rispose: “Prevenzione” è la verità, cioè, in altri termini, “l’informazione corretta”: parlare il più possibile, descrivere ai ragazzi a che cosa si va incontro drogandosi, incontrare ex tossicomani che parlino della loro esperienza, magari “andare a vedere i drogati”, come ci capita spesso di dover sentire a Villa Maraini, con insegnanti che vogliono portare i loro allievi nei centri antidroga così come altre volte li portano al giardino zoologico, sempre peraltro con il lodevole intento di spaventare e terrorizzare, per fare in modo che gli scolari “non si riducano come quelli”.
Neanche questa seconda strategia della “informazione scientifica corretta” mi appare convincente, pur essendo evidentemente migliore, o meno peggio, della strategia terroristica. E ciò per vari motivi sui quali vale la pena di soffermarsi brevemente. La conoscenza di un prodotto è il primo requisito per la vendita, come ben sanno tutti i commercianti. Se in un supermercato sono esposte due file di fustini per lavatrice, uno di Dash, l’altro di Piripicchio, la maggioranza comprerà il primo perchè ne ha già sentito parlare. Fare pubblicità ad un prodotto perchè questo non venga nè comprato nè consumato sembra essere una contraddizione in termini.
L’altra grande illusione sottesa alla “informazione scientificamente corretta” consiste nel pensare che l’umanità, una volta a conoscenza dei come e dei perchè, inevitabilmente si astenga da ciò che è male o che fa male per darsi al bene, il che è il contrario di quanto l’uomo ha sempre fatto in tutti i tempi. Fra l’altro un messaggio del tipo “Non fare questo perchè fa male” arriva alla parte razionale del sistema nervoso, mentre l’atto del drogarsi non attiene alla sfera del logico e del razionale, ma a quella dell’irrazionale e dell’emotivo che tanta parte ha nel determinare i nostri comportamenti. La conoscenza dei casi di suicidio col gas dell’auto ha provocato in Italia nel settembre scorso unÕepidemia di suicidi, agendo col meccanismo del fascino perverso della informazione.
Anche le Brigate Rosse hanno smesso di sparare quando i giornali hanno “staccato la spina”, perchè non c’era più gusto ad ammazzare senza che gli altri lo venissero a sapere. L’”Informazione scientificamente corretta” pu˜ andare bene per una maggioranza di giovani ben equilibrati e dai comportamenti “normali” perchè nella media, ma come viene recepita dalla minoranza in cui hanno diritto di cittadinanza i malati di mente, i deboli di spirito, gli appassionati del rischio, gli sperimentatori ad ogni costo o, più semplicemente, i tanti incapaci di distinguere il bene dal male, il conveniente dallo sconveniente? Anche sui codici di comunicazione sottesi alla “informazione scientificamente corretta” è lecito esprimere dubbi e perplessitˆ. Si tratta spesso di messaggi paludati trasmessi dall’adulto acculturato che sa al giovane che ignora, con un linguaggio che, se è scientifico, diventa incomprensibile al destinatario, se invece si lancia nel gergo e nello slang rischia di divenire ridicolo e di maniera.
In ogni caso la scena appare paternalisticamente orientata e non c’è nulla di meglio degli atteggiamenti paternalistici per provocare effetti opposti a quelli desiderati. E infine i manifesti, i cartelloni, i filmini possono mandare messaggi subliminali che sono il contrario delle buone intenzioni che animavano gli autori, come bene ci ha insegnato il bel libro “Comunicazione dissuasiva” di Bartolomucci e Buscema, edito dal Comune di Roma. Proviamo a fare un esercizio di fantasia: se qualcuno volesse diffondere la droga il più possibile, siamo proprio sicuri che non si comporterebbe anche lui come quanti sono convinti che più si parla di droga e meno questa sarà consumata? Febbraio 199.
C’è dissociazione tra i proclami d’intenzione e l’enfasi con cui i politici da alcuni mesi trattano i problemi della droga e la dura realtà quotidiana fatta di mediocrità, disattenzioni, inefficienze da parte di chi è stato chiamato ad amministrare la città, assicurando anche l’operatività dei servizi antidroga. Ne sa qualcosa la Fondazione Villa Maraini, abituata fin dal 1976 ad agire con discrezione nella terapia dei tossicomani e che nelle ultime settimane è stata obbligata a squarciare il tradizionale riserbo col quale negli anni ha operato in favore di 15.000 giovani e meno giovani, senza gli squilli di tromba e le ricorrenti manifestazioni di autogratificazione che hanno caratterizzato altre iniziative terapeutiche e che per questo godono di più conoscenze e di più appoggi.
C’è anche un secondo aspetto a differenziare Villa Maraini. La convinzione, cioè, che la tossicomania non sia una realtà oggettiva e costante e che, di conseguenza, i tossicomani siano diversi l’uno dall’altro ed anche da se stessi in funzione del tempo, cambiando il rapporto con la droga, da una prima fase di innamoramento folle per le sostanze, detta “luna di miele”, ad un ultimo periodo, molti anni dopo, di odio franco, esteso anche a tutti gli ambienti e i ricordi della droga. Conseguenza logica di questa visione, che nasce dall’ esperienza e dal contatto con tanti dipendenti, è la necessità di modulare l’intervento terapeutico in funzione del soggetto anzichè obbligare il paziente ad adattarsi all’unico intervento proposto. E’ dunque indispensabile fare prima diagnosi, essendo ben diverso trattare chi vuole smettere perchè non ne può più da chi ancora è talmente “assatanato” da non avere nessuna intenzione seria di abbandonare il suo unico oggetto d’amore.
Villa Maraini ha la presunzione di avere elaborato in questi anni un sistema di intervento capace comunque di dare una risposta adeguata a ciascun tossicomane, in rapporto diretto al suo livello di motivazione.
Così i soggetti più motivati possono frequentare la Comunità Terapeutica diurna o essere trattati ambulatorialmente con psicoterapia e farmaci antagonisti (quelli che impediscono alla droga di agire sul cervello dell’ eventuale assuntore); quelli che stanno meglio possono lavorare nella tipografia e nei servizi di pulizia del parco della Croce Rossa, organizzati in cooperativa e regolarmente retribuiti; quelli che sono in carcere possono frequentare ogni settimana i nostri gruppi di terapia; quelli che hanno l’acqua alla gola richiedere un intervento a domicilio per ogni emergenza (dalle overdosi, ai tentati suicidi, alle crisi familiari); quelli che non riescono a sopravvivere senza niente, perchè ancora troppo dipendenti, prendere il metadone al San Camillo, il cui servizio antidroga lavora da 5 anni integrato con Villa Maraini, con utilizzazione in comune di locali, risorse, operatori.
Questo sistema, che chiamiamo SCIA, Sistema Cittadino Integrato Anti-droga, ha un solo difetto: richiamarsi ai principi della Croce Rossa, non essere lottizzato nŽ lottizzabile e quindi non godere di appoggi politici, cosa grave, almeno nel nostro Paese. Così dopo aver vinto il bando pubblico del Comune di Roma fatto nel 1989, la Fondazione non ha avuto la soddisfazione di vedere applicato quel bando.
L’Assessorato ai Servizi Sociali infatti ha deliberato la convenzione con Villa Maraini per soli 3 mesi, poi silenzio per 4 mesi poi altri 5 mesi, poi 1 mese, poi un altro mese scaduto il 28/2/91. Ci si potrebbe domandare quanto costa al Comune in termini di lavoro una delibera. Quante persone ci debbono faticare sopra? Quando si parla di “ritardi burocratici” è sempre colpa dei funzionari? O c’entra anche il politico incapace di governare gli eventi che invece di un solo atto amministrativo ne sforna 6 per ottenere lo stesso risultato? Il tutto, naturalmente, sempre l’ultimo giorno valido o addirittura il 28/12/90, come è accaduto per Villa Maraini, per sanare il lavoro svolto in Primavera, in quei 4 mesi in cui l’assessore di turno si era “dimenticato” di procedere.
La conclusione di questo quadro così edificante è che la Fondazione Villa Maraini non riceve più fondi dal 31/3/90, è creditrice di 600 milioni dal Comune di Roma, ha prosciugato tutte le sue esigue risorse, e da dicembre non paga più lo stipendio ai suoi operatori. Con buona pace della nuova legge, delle mobilitazioni popolari, delle parole di chi ha scoperto che con la droga ci si pu˜ fare belli. Invece poi di essere ringraziata per i suoi successi e ricevere le scuse per i ritardati pagamenti, in questi giorni la Fondazione ha assistito ad un tentativo dello stesso Assessorato di affidare ad altri alcune sue iniziative, come il “Telefono in Aiuto” sulla base di un altro bando che il Sindaco ha per˜ dichiarato non valido per “vizio di forma”. In conclusione un procedere incerto, alla giornata, senza programmazione, costoso, inefficace. I tossicomani romani, i loro familiari e chi li assiste avrebbero il diritto di godere di maggiore riguardo.
Inizia da oggi una rubrica settimanale avente per tema la droga, che andrà avanti finchè i lettori vorranno. Di droga, nel mondo, si parla molto, forse troppo, a volte a proposito, spesso a sproposito. Io vorrei parlarne alla luce di una “avventura terapeutica”, una bellissima avventura, iniziata nel 1974 a Via Merulana nel primo centro antidroga pubblico creato in Italia all’Ufficio d’Igiene e proseguita dal 1976 a Villa Maraini, la Fondazione di cui si è tanto parlato in questi mesi per l’ostilità preconcetta e immotivata dall’Assessore ai Servizi Sociali del Comune di Roma che ha tentato più volte di ostacolarne l’attività.
In questi anni sono venuto in contatto con oltre 15000 tossicomani, belli o brutti, giovani o meno giovani, acculturati o ignoranti, di buona o di cattiva famiglia, delinquenti o perbene, sempre ognuno diverso dall’altro ed anche da se stessi, in funzione del tempo; uno spaccato completo di tutta la società, col minimo comune denominatore che li accomuna tutti, quello di non essere stati capaci di distinguere il bene dal male, il lecito dallÕillecito, il conveniente dal dannoso, ed avere cercato, illudendosi di averlo trovato, un benessere che evidentemente non era consentito al genere umano, pagandone poi, spesso con la vita, sempre con una lunga infelicità, le più pesanti conseguenze. Dice Olievenstein, lo psichiatra francese che da oltre 20 anni cura tossicomani nel suo ospedale di Parigi, “Il n’y a pas des drogués hereux”, non ci sono drogati felici, perchè ogni droga, se dà l’illusione della felicità, la toglie anche subito con gli interessi, avvolgendo tutto e tutti in una spirale di angoscia e di disperazione. Il tormento della dipendenza toglie lucidità a chi ne è coinvolto.
Così tossicomani, genitori, parenti e amici, decine di migliaia di persone nella nostra città trovandosi alle prese con l’urgenza del problema, sono obbligati dalla disperazione ad ascoltare tutto quanto viene detto sull’argomento, spesso in maniera contraddittoria e confusa, trattandosi anche di materia ancora poco studiata scientificamente e che ben si presta a reazioni emotive, a comportamenti e giudizi irrazionali e perversi, ed in cui nessuno che sia onesto può seriamente ritenere di avere in tasca la ricetta della verità. Di qui il leit-motiv della nostra rubrica, che vorrebbe, col tempo, proporre informazioni e suggerimenti per chi è invischiato nella dipendenza, aiutare genitori e parenti ad orientarsi meglio nell’universo variegato degli interventi terapeutici e riabilitativi, denunciare omissioni e indifferenze per migliorare la qualità dei servizi antidroga, rispondere alle vostre domande o richieste di aiuto, ascoltare dal vivo la voce dei diretti interessati, evitando ogni trionfalismo in un campo che ben si è prestato ad ogni tipo di strumentalizzazione, in sostanza cercare di comprendere meglio questo pianeta-droga così particolare.