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Articoli · 1983

Significati profondi dell’esperienza comunitaria

Da: Le Comunità terapeutiche in Italia — 1983 · IT

Articolo tratto da “Le Comunità terapeutiche in Italia”.

La sintesi globale dei concetti che abbiamo sviluppato specificamente per ogni Comunità è rappresentata dal vissuto psicologico intrinseco dei membri coinvolti nel particolare e peculiare tipo di vita di una Comunità. La risposta di un volontario (di una delle strutture visitate) alla domanda fatta sul suo vissuto personale rispetto all’esperienza in Comunità è stata la seguente “… Io cercavo un posto per poter guadagnare e vivere ed ho trovato questo posto e qui ci sto da 10 anni…”; ci ha colpito, in quanto questa risposta, un pò confusa ma comprensibile, sintetizza la posizione di molti che lavorano per/con i tossicodipendenti e con gli emarginati in genere.

Più le Comunità sono fortemente strutturate e rigide, più questo aspetto si manifesta in maniera evidente. Vivendo insieme 24 ore su 24, si crea una sorta di dipendenza reciproca tra operatori ed utenti, quasi simbiotica. Così assistiamo a due fenomeni.

Da un lato c’è la richiesta di Comunità chiusa da parte di persone che si bucano, e questo, sia per pressioni derivanti dalla società emarginante per loro, che dalla famiglia che spesso, per logoramento, impotenza e conflitti vari, preme per “metterli” in un posto chiuso; sia principalmente per esigenze interne alle persone, esigenze che si manifestano dando una sorta di “delega” di se stessi alla Comunità: “Ecco, io ti affido la mia vita, il mio malessere, la mia sofferenza, io non li so gestire”.

Dall’altro lato si manifesta il fenomeno più o meno complementare, e cioè l’esigenza inconscia delle persone che gestiscono la Comunità di prendersi cura degli altri e fare di questo la propria ragione di vita: “Vieni, io ti do la mia vita, il mio benessere, la mia gioia di vivere”. Il gioco è fatto.

Ma cosa cerca una persona in una comunità? Cosa questa gli dà realmente? Da un punto di vista analitico sentiamo di affermare che la persona che aderisce ad un programma di trattamento comunitario risponde alla propria intima esigenza di avere un ambiente che gli dia calore, sicurezza: uno spazio definibile quale materno.

Tale esigenza è dominante in quanto, levato l’involucro protettivo dell’anestetico, l’individuo rimane disarmato, indifeso: la Comunità dunque serve in primo luogo a proteggere. Questo può essere quindi il motivo dell’aggancio dell’individuo alla comunità: la necessità di sentire se stessi protetti, di avere un gruppo a cui riferirsi sentirsi non più soli come lupi. La comunità deve percepire questo bisogno della persona e deve soddisfarlo con calore e con decisione: essa deve accogliere l’individuo con umanità e fermezza. Tale posizione della Comunità può essere definita “posizione materna”; il tipo di rapporto che si struttura col giovane è di tipo simbiotico, l’una parte rafforza l’altra nella sua posizione. Tale caratteristica è insita nel significato stesso del termine comunità – comune.

Il concetto di simbiosi è stato molto sviluppato nella letteratura psico-analitica e rappresenta una delle tappe fondamentali nella crescita evolutiva del neonato. Corrisponde a quella fase in cui il comportamento del bambino ed il suo modo di agire rivela che è come se lui e la madre fossero un sistema onnipotente, come se rappresentassero un’unità duale circoscritta all’interno di uno stesso confine comune. In qualche modo la vita totalizzante all’interno della Comunità rappresenta questa fase.

Per entrare in questo tipo di comunità bisogna disintossicarsi fisicamente, bisogna abbandonare il rapporto con la droga, che è ancora più onnipotente e che può essere paragonato alla fase precedente, quella simbiotica, ovvero la fase autistica, in cui i periodi di sonno superano di gran lunga quelli di veglia e “sono una persistenza di quello stadio primario d’investimento libidico che prevale nella vita intrauterina e che somiglia ad un sistema monadico chiuso, autosufficiente nel suo allucinatorio appagamento del desiderio” (M. Mahler – Bergamo 1978). Nella fase autistica normale l’investimento su stimoli esterni manca totalmente ed è molto evidente in questo periodo una barriera impermeabile agli stimoli.

“Il neonato passa quasi tutto il giorno in uno stato di semisonno e semiveglia; si sveglia soprattutto quando la tensione per la fame o altri bisogni lo fa piangere e, appena è soddisfatto, cioè liberato dalla tensione eccessiva, ripiomba, di nuovo nel sonno” (idem). Anche l’effetto della droga (chiaramente ci riferiamo all’eroina) induce ad una posizione d’isolamento dagli stimoli esterni, ad una condizione di semi sonno e semiveglia interrotta quando la tensione, per effetto della droga che va esaurendosi, appare e richiede altro cibo, altra eroina, per ritornare ancora in quello stato di soddisfazione totale e di onnipotenza. Nonostante la fase autistica sia caratterizzata dalla mancanza di investimento di stimoli esterni, è possibile che ci siano delle risposte ad essi.

Wolff descrive degli stati fluttuanti di “inattività attenta”, durante i quali è probabile che si verifichino tali risposte. “E’ questa sensibilità fluttuante agli stimoli esterni che favorisce la continuità tra la fase autistica normale (che va dalla nascita ai mesi successivi) e quelle susseguenti”.

La vaga consapevolezza che il bambino ha dell’oggetto materno come soddisfacimento dei bisogni, segna l’inizio della fase simbiotica. Il termine “simbiosi” in questo contesto è metaforico. Descrive quello stato di indifferenziazione, di fusione con la madre, nel quale l’”Io” non è ancora differenziato dal “Non-Io” …qualsiasi percezione spiacevole, interna o esterna, è proiettata al di fuori del confine comune del “milieu intérieur” simbiotico (vedi il concetto freudiano di “Io piacere allo stato puro”), che comprende la Gestalt del partner materno durante le cure (idem). E’ evidente che all’interno della fase simbiotica, il bambino è dipendente totalmente dal partner simbiotico, mentre per il partner adulto dell’unità duale la simbiosi acquista un significato diverso.

La necessità che il bambino ha della madre è assoluta, mentre è relativo il bisogno che la madre ha del bambino. Fondamentali in questa fase sono le esperienze di contatto percettivo dell’intero corpo, specie la sensibilità profonda dell’intera superficie corporea. Questo si manifesta anche da grandi e, come dice Hollander, molti adulti completamente normali mantengono un forte desiderio di prendere ed essere presi in braccio, di abbracciare ed essere abbracciati. In qualche modo la Comunità (sempre in proporzione relativa alla sua rigidità e chiusura) rappresenta questa fase simbiotica tra la madre ed il bambino, ed all’interno della C.T. il rapporto tra gli utenti e le persone significative è anch’esso una relazione di “reciproco beneficio”.

Anche qui ogni percezione spiacevole esterna o interna viene “proiettata al di fuori del confine comune” ed anche qui cui la dipendenza dell’utente è totale, mentre quella del “partner significativo” è relativa. Infine, all’interno dei rapporti che si stabiliscono in Comunità tra ragazzi e “madri”, c’è spesso uno scambio reciproco d’affetto, manifestato anche da abbracci e carezze. Riferisce Barca: “Quando sono andato via dalla Cascina Verde, mi hanno accompagnato al cancello la direttrice ed un ragazzo e, dopo gli ultimi convenevoli, saluto prima lei e poi lui. Lasciatagli la mano, saluto ancora e vedo che loro due si abbracciano e rispondono ancora al mio saluto restando abbracciati”.

Descrivendo queste tappe evolutive, abbiamo parlato di fase autistica normale e di fase simbiotica normale.

Questa ultima in genere è seguita dalla fase della cosiddetta “separazione-individuazione” vera e propria, che si svolge in maniera parallela alla maturazione ed al consolidamento delle funzioni autonome dell’lo; se cioè il senso di identità individuale non viene raggiunto si verifica una patologia di tipo psicotico, appunto la psicosi infantile. “La formazione dell’identità presuppone la strutturazione dell’Io e la neutralizzazione delle pulsioni”. Perché a loro volta strutturazione e neutralizzazione possano avvenire occorre che siano assolte due condizioni:

gli stimoli propriocettivi-enterocettivi non debbono essere opprimenti al punto di impedire la formazione della struttura;

data la mancanza nella prole umana di un’”organizzatore interiore” (Spitz, 1959), il partner simbiotico deve essere in grado di funzionare da cuscinetto per gli stimoli interni ed esterni e di organizzarli gradatamente per il bambino in modo da orientarlo interiormente verso il mondo esterno…” (M. Mahler).

Passato un sufficiente lasso di tempo, la comunità deve promuovere il superamento di questa posizione simbiotica attraverso strumenti e metodi che tendano all’affermazione del se sociale: essi possono essere il lavoro, lo studio, incontri con la comunità esterna, riavvicinamenti col nucleo di provenienza.

Se questo non si verifica, si rimane ancorati alla fase simbiotica di dipendenza, per cui la crescita fisiologica continua, ma quella psicologica rimane bloccata e ce la si può portare dietro anche da adulti o addirittura per sempre. Se la Comunità non assolve a questi compiti e non è in grado di dare un senso di identità individuale, se non è in grado di funzionare da cuscinetto per gli stimoli interni alla persona, ed esterni provenienti dall’ambiente e di organizzarli in maniera graduale, non aiuta le persone portatrici di un problema così complesso come la tossicodipendenza, a spingersi verso il mondo esterno ed a diventare autonome.

Se ciò non avviene, la Comunità assolve ad un solo degli obiettivi, cioè la crescita fisiologica, ovvero la soluzione del sintomo che è l’assunzione della droga, mentre la crescita psicologica rimane cristallizzata: l’evoluzione profonda ed i processi che sono alla base e caratterizzano le funzioni fondamentali del comportamento tossicomanico non vengono sviluppati, organizzati ed indirizzati ad uno sviluppo sano, corretto ed indipendente, e quindi il soggetto rimane bloccato, chiuso, senza vie di uscita e non gli rimane che persistere e mantenere uno stato di dipendenza.

A questo punto, solo un fatto traumatico può cambiare la situazione, ma questo cambiamento non può essere che una repressione, che porta alla fase precedente ed induce a ricominciare daccapo, sperando che questa volta la fase evolutiva si completi e permetta di raggiungere una sana e duratura libertà. Vorremmo infine rendere visiva la differenza fra queste comunità rappresentative di differenti impostazioni ideologiche nell’affrontare il problema. Esse tutte considerano l’individuo come portatore di un sintomo sociale, ma si differenziano per il loro maggiore o minore inserimento nella realtà esterna.

Varia anche l’accento, che viene volta per volta posto nella rielaborazione delle dinamiche sociali già vissute, tesa al superamento dell’impasse sintomatica: ciò varia a seconda della presenza o meno della psicoterapia. Queste diversità possono essere trasposte idealmente su di un piano cartesiano disponendo in ascissa al positivo le sforzo presente e futuro agito nella direzione dell’inserimento nella realtà esterna (che racchiude in se il concetto già trattato di apertura e di indipendenze – Es. “S.Benedetto”); al negativo lo sforzo presente e futuro agito nella direzione della rielaborazione del proprio vissuto sociale (presente al massimo grado ove si pratica psicoterapia Es. “Camparta”).

Visivamente si può ipotizzare che l’individuo si muove dal punto di partenza (ZERO) per tentare di raggiungere la propria realizzazione cercando gli altri in tutte le realtà possibili (spinta verso destra) e rivedendo contemporaneamente se stesso come portatore di problema sociale (spinta verso sinistra).

Villa Maraini

Esisterà ovviamente una variabilità soggettiva anche all’interno della medesima comunità, così come esisterà una differente intensità di spinta nelle due diverse direzioni nelle diverse comunità.

Il programma di trattamento sarà realizzato quando l’individuo, avendo raggiunto i due propri soggettivi opposti estremi, tenderà a chiudere questa esperienza riconvergendo verso se stesso le proprie energie spese nelle due direzioni. Graficamente rappresenteremo questo processo di “raccoglimento” con la nascita di un’ellisse orizzontale. L’ellisse è un’immagine di pienezza e sottende un individuo pieno di se, ben inserito, cosciente delle dinamiche psicosociali che lo hanno spinto in tanti anni.

Villa Maraini

Differente è l’impostazione di altre comunità, quale quella di Mondo X, ove l’individuo viene isolato dal contesto sociale e viene posto in condizione di dover eseguire profonda meditazione interiore avendo, come oggetto esterno a cui riferirsi, la NATURA. Visivamente disporremo in ordinata in alto la Natura nei suoi due aspetti di relazione: essere in contemplazione della N…; e lavorare nella N… In basso porremo il Se Intimo. L’individuo si muove dal punto di partenza (ZERO) per tentare di raggiungere il proprio mondo interiore sconosciuto.

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In queste comunità, la ricerca della comprensione profonda del proprio dramma interiore passa attraverso la negazione della realtà sociale esterna (Orizzontale). Così come avviene nella direzione orizzontale anche in questa verticale il limite della soggettività individuale determinerà il momento della chiusura dell’ellisse (verticale). Il risultato sarà questa volta un individuo dalla spiritualità accentuata?

Villa_maraini_comunita

Se poi, per ipotesi, sovrapponessimo le ellissi dinamicamente indotte da queste due differenti ideologie comunitarie tipo, avremmo la seguente figura.

Villa Maraini

simbolo della perfetta realizzazione di queste tendenze complementari (verso se stesso in rapporto agli altri; verso se stesso in rapporto alla natura). Sempre ipoteticamente, potremmo affermare che le altre comunità si pongono in posizioni intermedie rispetto alle due considerate “pure”, “limite” rappresentative dello sforzo di concentrazione che esse fanno nelle direzioni:

verso se stesso – verticale
verso gli altri – orizzontale

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