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Articoli · Ottobre 1977

Parliamo ancora di droga

Da: Promozione Sociale — Ottobre 1977 · IT

MASSIMO BARRA e GIANCARLO SANDRI

In tema di tossicomania, uno dei motivi di maggiore frustrazione e scoraggiamento è l’apparente inutilità dello svezzamento fisico, il superamento cioè dei disturbi da privazione attraverso una ” cura disintossicante ” che porti l’organismo a ” non star male” senza droga. Come è noto, le droghe cosiddette ” pesanti ” hanno la caratteristica di indurre nell’assuntore una dipendenza fisica, cioè una condizione di sofferenza dell’organismo quando viene bruscamente sottratta la sostanza alla quale il soggetto si era assuefatto.

Tale condizione si risolve pienamente soltanto con una nuova assunzione della sostanza. La crisi di astinenza ha durata variabile, a seconda del tipo di sostanza e della quantità assunta; generalmente, almeno la fase acuta, non supera i 5-10 giorni e il malessere fisico può, a volte, avere anche l’aspetto di una certa gravità, specialmente quando la componente ansiosa, inevitabilmente legata alla condizione di sofferenza e di dolore, sia notevole, anche se situazioni di reale pericolo per il paziente sono estremamente rare.

Il ritorno all’assunzione di droghe dopo una “disintossicazione” viene comunemente definito una “ricaduta”. “Era guarito, stava bene, si era disintossicato, ma è ricaduto” è una delle frasi che più comunemente ricorrono nella storia di ogni tossicomane. Se dunque la ricaduta è un fatto costante e non occasionale della malattia, si deve anche ridimensionare l’importanza che attualmente viene data alla disintossicazione fisica come momento principe della terapia di un tossicomane. La disintossicazione fisica infatti può servire a condizione di non essere che una tappa, e nemmeno la più importante, del lungo cammino che può portare alla guarigione.

Il ridimensionamento dell’importanza della disintossicazione porta con sé necessariamente una diversa considerazione circa l’utilità del ricovero ospedaliero per il tossicomane, ricovero che, sullo slancio dell’entusiasmo provocato dalla nuova legge nazionale antidroga, sembrò ad alcuni la più efficace e adeguata risposta sanitaria al fenomeno tossicomanico. La realtà ha infatti dimostrato che nella stragrande maggioranza dei casi il ricovero serve a poco, anche perché spesso coatto, se non nella forma, almeno nella sostanza, per mancanza di alternative terapeutiche, per pressione dell’ambiente familiare o per necessità di sottrarsi ad un giro diventato scottante.

Inoltre, se da un discorso generale ci addentriamo nella attuale realtà ospedaliera italiana, l’indiscriminato avvio dei tossicomani in ospedale appare un fenomeno ancora più incomprensibile. Il superaffollamento che costringe i malati in condizioni penose, la carenza del personale di assistenza, e, nel caso specifico, i diffusi pregiudizi sulle tossicomanie e le incertezze terapeutiche, frutto di inesperienza, creano un ambiente altamente ansiogeno, che è esattamente il contrario di quello protettivo e rassicurante di cui il ragazzo ha bisogno. Se in tali condizioni di stress, privo di una adeguata terapia, il giovane si ribuca, la colpa sarà solo sua e la struttura avrà trovato una per sé rassicurante conferma che il tossicomane va respinto perché tanto ogni sforzo è inutile.

Se a tale sconfortante quadro aggiungiamo il costo medio di L. 50.000 per ogni giornata di ricovero, appare evidente la necessità della ricerca di soluzioni alternative più valide, sia sostanzialmente che economicamente. Di tutte le possibilità, desideriamo sottolineare, come una tra le più convenienti e valide, quella della comunità terapeutica, di cui da un anno la Croce Rossa sta sperimentando le prospettive nel tentativo di Villa Maraini. La C.T. (comunità terapeutica) si propone come scopo fondamentale quello di ricostruire la personalità del tossicodipendente, indicando alternative all’uso della droga attraverso la ricerca di una migliore comprensione di se stesso e delle proprie potenzialità, non rifiutando ma valorizzando il momento più specificamente fisico e sanitario della condizione tossicomanica.

Condizione basilare, che solo il tossicomane può raggiungere, ma che il terapeuta può indurre a catalizzare, è la comparsa di un atteggiamento attivo, di una forte spinta, che, da inizialmente emotiva, può e deve trasformarsi in volontà razionale, da desiderio di non star male contingentemente a voglia di guarire e di star bene. L’assunzione della droga – come noto – è la manifestazione di un atteggiamento di fuga e di deresponsabilizzazione, cioè espressione di passività di fronte alle tensioni e alle frustrazioni; perciò il punto cruciale e l’obiettivo di tutto il trattamento del tossicodipendente è la riconversione della personalità verso schemi difensivi individualmente e socialmente accettabili.

Un passaggio obbligato in questo cammino è la crisi di astinenza dalla droga, che assume, se accettata volontariamente, ben altro significato di quella mal tollerata per mancanza di alternative. Dall’esperienza di un anno di trattamento di 20 giovani tossicomani presso la Comunità terapeutica “Villa Maraini” della Croce Rossa Italiana sono chiaramente emersi alcuni punti:

1) “Vivere la rota” (così, in un accesso di subcultura, viene definita la sindrome di astinenza, in ricordo della tortura che nel medioevo subivano i peccatori, lasciati morire legati ad una ruota che veniva fatta girare) provando fino in fondo i sintomi fisici da essa provocati e accentuandola volontariamente, ha un grande valore terapeutico, in quanto il tossicodipendente, combattendo la tanto per lui temuta “rota”, la smitizza.
2) Pur essendo stati fatti tentativi sperimentali di “crisi di astinenza programmata”, anche presso il Centro per le malattie sociali del Comune di Roma (1), si è trattato finora di tentativi necessariamente soltanto ambulatoriali, mentre riteniamo che l’ambiente più idoneo al compimento di essa sia la comunità terapeutica. Infatti, in una tale struttura si ritrovano contemporaneamente presenti diversi fattori, dalla cui convergenza è possibile trarre i migliori risultati:
a) la C.T. si organizza per offrire al tossicomane in astinenza un sostegno psicologico stimolante e responsabilizzante, attentamente dosato lungo tutto l’arco delle 24 ore;
b) nella CT il tossicodipendente accetta la crisi di astinenza volontariamente, ma chiede ed ottiene di essere vigilato giorno e notte nei primi giorni critici per evitare di poter accedere, in una condizione di estrema debolezza psicologica, al rifornimento di droga, che potrebbe vanificare tutto il tentativo; tuttavia non c’è nulla di coatto e il tossicomane sa che in qualsiasi momento può porre fino al tentativo, abbandonando la comunità
c) il tossicomane trova nella comunità terapeutica la possibilità, fin dai primi giorni della crisi di astinenza, di distogliere la mente, polarizzata sull’idea compulsiva dell’effetto della droga e del “buco”, volgendola ad un impegno creativo e produttivo all’interno della comunità e a favore di essa;
d) enorme importanza ha la presenza nella C.T. di extossicomani o di altri tossicomani che già abbiano vissuto la medesima esperienza, in quanto questi si presentano al tossicomane, in crisi di astinenza, come un modello gratificante da imitare e l’immagine fiduciosa della possibilità di guarigione;
e) la realizzazione dei fattori di cui ai punti precedenti permette la riduzione al minimo della terapia farmacologica; ciò che di per se stesso assume il valore di spinta alla gestione in prima persona della propria condizione di sofferenza, rifiutando il modello del rifugio nell’uso di altre “droghe” legali.
Nelle positive esperienze fatte di “astinenza programmata”, è stato decisivo il contributo dell’elemento umano: bandito il farmaco, o ridotto il suo uso al minimo, è stata la presenza rassicurante del medico e degli altri operatori a rinvigorire la fiducia del tossicomane in se stesso e nelle proprie possibilità di guarigione. In un ambiente che realizza una vera vita in comune, come la comunità terapeutica di Villa Maraini, è naturale che si lavori insieme per risolvere quelli che divengono problemi di tutti; è naturale allora che il medico passi la notte nel letto accanto a quello del ragazzo che soffre per la mancanza di droghe, come avvenuto.
Riteniamo che difficilmente, al momento attuale, altre strutture soddisfino come la comunità terapeutica all’esigenza di tentare una disintossicazione fisica che sia la premessa per uno sganciamento duraturo dalla dipendenza psicologica dalla droga. Non soddisfa l’ospedale generale né l’ospedale psichiatrico, per i motivi che abbiamo già visto. Non soddisfa l’ambiente familiare, in quanto spesso è proprio in esso che si trovano le radici della patologia psicologica del tossicomane.

La crisi di astinenza, accettata e percorsa volontariamente dal soggetto in un ambiente protetto, costituisce un valido, forse unico, parametro per saggiare qualitativamente e quantitativamente le sue potenzialità di recupero e la sua volontà di guarigione; condizione, quest’ultima, assolutamente indispensabile per qualsiasi trattamento delle tossicodipendenze.

Inoltre, “il positivo superamento della crisi d’astinenza produce un benefico e gratificante rinvigorimento dell’Io del paziente e facilita, costituendo il primo passo di una psicoterapia di appoggio della sua personalità, le successive tappe terapeutiche” (Virno).
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(1) M. Virno: Atti della Conferenza internazionale sulla farmacodipendenza 57/5/1976, ICAA Pubblication.

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