La comunità terapeutica di Villa Maraini è nata nell’ottobre ’76 dalla riflessione di un medico del Centro per la Malattie Sociali del Comune di Roma, da 15 anni impegnato in attività di volontariato nella Croce Rossa Italiana, e dalla entusiastica accoglienza che l’idea ha riscosso presso l’Associazione.
La riflessione, basata sull’esperienza di lavoro con i tossicomani presso il Centro del Comune, è stata quella di tentare anche in ambiente urbano un esperimento di comunità terapeutica, sul modello di quelle esistenti all’estero, come la via attualmente ritenuta una delle più valide per il trattamento dei soggetti dediti a droghe cosiddette pesanti.
Villa Maraini si trova a Roma, via Bernardino Ramazzini, 30. L’esperienza s’inserisce nella tradizione della CRI e rappresenta al tempo stesso l’espressione dello spirito rinnovatore che si sta affermando nell’Associazione: compito della Croce Rossa, è quello di essere un’avanguardia della promozione sociale. Per tale funzione, la Croce Rossa di tutto il mondo organizza dei servizi ogni volta che si manifesti una necessità nuova, gestendoli per un periodo limitato nel tempo, in modo da superare agilmente le difficoltà in cui l’apparato statale versa di fronte alle richieste, in continua crescita, dei cittadini. La Croce Rossa, assolto il suo compito di promozione, cede poi quanto realizzato alle istituzioni pubbliche alle quali spetta la gestione definitiva dei servizi di utilità sociale.
Lo scopo che la C.T. di Villa Maraini si propone, è quello di aiutare i tossicomani che liberamente chiedono di essere ammessi, nel resistere alla dipendenza psicologica indotta dalla droga, facilitando lo spirito comunitario e una creatività individuale, attraverso la scoperta di alternative. L’uso di droghe è frequentemente una risposta alla noia, alla frustrazione, alla sofferenza, alla debolezza e alla mancanza di speranza di poter cambiare la propria realtà personale. L’uso di droghe può essere diminuito nella misura in cui sempre nuovi e più gratificanti strumenti per soddisfare le aspirazioni siano resi accessibili.
Tale concetto di alternativa si è sviluppato nell’ultimo decennio come uno degli approcci terapeutici più importanti nei confronti dell’abuso di droga. L’ipotesi alla base è che l’uso illecito di droga diviene un’attrattiva di minore importanza per gli individui che sono impegnati in attività costruttive scelte di loro stessa volontà. L’approccio delle alternative ha incontrato qualche successo.
Nel concetto di alternativa, ciò che interessa è il metodo più che il prodotto (cioè, ciò che si è ottenuto). Le attività specifiche sono secondarie. Di primaria importanza è il procedimento, che si realizza all’interno degli individui, di ricerca delle strade per soddisfare i bisogni ulteriori. Per essere accettabile e attraente, ogni alternativa che offriamo deve essere realistica, raggiungibile e significativa. Ogni alternativa proposta deve aiutare i ragazzi nella ricerca della comprensione di sé, di una consapevolezza più ampia e di nuove esperienze: ciò che abitualmente ricercano facendo uso di droghe.
Queste alternative devono anche seguire altri criteri: essere un contributo per la personale identità e indipendenza; permettere un’attiva partecipazione e personalmente; diventare occasione d’impiego. I giovani che sono coinvolti per un contatto umano, e per una crescita personale, impareranno che c’è qualcosa da fare, e che quello che fanno può essere importante per la comunità e per se stessi.
L’esperimento che si sta conducendo a Villa Maraini è basato su una C.T. in cui l’alternativa alla droga viene indicata da attività di diversa natura. Quelle attualmente praticate sono: a) attività agricole e di giardinaggio; b) espressioni artistiche e creative di tipo artigianale; c) apprendimento di lingue straniere.
Le condizioni di accettazione di permanenza sono: divieto assoluto di introdurre, detenere o fare uso di sostanze stupefacenti all’interno della Villa Maraini; impegno a frequentare il Centro, partecipando alle attività e alle riunioni osservandone le regole; impegno ad iniziare entro tre mesi dall’accettazione una terapia di svezzamento.
La procedura di ammissione prevede: a) un colloquio preliminare con il medico e con altri due componenti dell’équipe medicopsicologica, cui spetta il compito di valutare le condizioni dei richiedente, accertandone la effettiva volontà di sfuggire la dipendenza psichica dalla droga; b) un incontro del richiedente coi ragazzi già ospitati presso la comunità, i quali riferiranno il loro parere sull’accettazione del richiedente. Questi può essere ammesso per un periodo di prova (1530 giorni) solo se entrambe le procedure avranno avuto esito positivo.
Il regolamento interno della comunità, approvato nel corso di una delle riunioni settimanali, cui partecipano operatori e ragazzi, prevede attività produttive, che hanno il fine di finanziare la comunità e che vengono svolte tutti i giorni lavorativi; attività secondo la libera scelta di ciascun ragazzo, cui egli può dedicarsi due pomeriggi la settimana, al di fuori del normale orario di lavoro stabilito, e il cui eventuale guadagno spetta al ragazzo stesso.
Il locale che ospita la C.T. è al piano terreno di un edificio circondato da un’estesa area verde, in parte sfruttata per le attività agricole e di giardinaggio. Il lavoro non è fine a se stesso, ma pretesto per stare insieme e fare nel modo più naturale e spontaneo un’azione psicoterapica, seppure, in senso lato, “selvaggia” e non ortodossa, si cerca di vincere insieme le problematiche individuali, che giorno dopo giorno vengono a galla, e quei fantasmi che hanno portato il ragazzo a drogarsi; si cerca di ricreare una comunicazione con le rispettive famiglie, dando al ragazzo un punto di riferimento fisso e costante, un tempo di “sedimentazione” su cui ripensare il suo passato e preparare, con più calma, un avvenire.
Il lavoro viene svolto sempre in gruppo: operatori e ragazzi. Il principio su cui si fonda l’esperimento è che non esista terapia della tossicomania che non sia, nel tempo stesso, una risocializzazione e un reinserimento. Il termine “postcura” quindi non va inteso in senso cronologico; la distinzione tra terapia e riabilitazione è solo un nostro schema mentale di abitudine alle malattie classiche. Se il tossicomane è tale ad ogni ora del giorno e ad ogni giorno del mese e ad ogni mese dell’anno, a che serve una ospedalizzazione di alcuni giorni con apparente disintossicazione fisica? Le cause che lo hanno portato alla droga rimarranno inalterate.
E’ necessario quindi un approccio diverso, più globale al problema fino all’inversione dei tempi. D’altra parte, è utopistico far confrontare il tossicomane con un tentativo di inserimento professionale senza, prima, averlo iniziato in un ambiente protetto. La terapia della droga è un lungo cammino in cui ogni tappa non ha valore di per sé se non inserita nel contesto complessivo del viaggio. Qualcuno deve reggere le fila di questo lungo cammino, concordarne le tappe, ricordarne la meta. Il rapporto che nasce tra curante e curato deve essere di assoluta reciproca fiducia e “simpatia”, cioè deve poter esser tale da far nascere un pathos in comune.
Il cammino viene percorso insieme, perché nessuno degli operatori ha la ricetta sicura o la bacchetta magica per risolvere i problemi dei ragazzi. Al Maraini non esistono ruoli, tutti fanno tutto, cercando di aiutarsi. Non basta il pur rispettabile professionalismo di chi, finito l’orario di lavoro, dimentica i suoi pazienti e volta pagina. Nella comunità ognuno deve portare tutto se stesso, con i suoi pregi e difetti, con la sua identità ed autenticità, al di fuori di ogni schema prefissato e senza le maschere della convenienza.
Ciascun ragazzo è talmente carico di problemi e di ansie che è necessario ammortizzarle fra più operatori. La crisi dell’operatore è un fatto costante e viene superata solo per la presenza rassicurante degli altri. La crisi è comunque la cartina al tornasole della partecipazione e dell’impegno. Al Maraini, in 8 mesi, sono passati numerosi operatori, di diverse specializzazioni. Molti hanno abbandonato, essendo rimasti spettatori, spesso critici e scettici. Chi è rimasto sa di essere utile a qualcuno.
Riteniamo necessario completare il periodo di un anno per considerare concluso il rodaggio e ripensare in termini critici all’attività svolta. Se allora il bilancio sarà positivo, quello che finora è un esperimento potrà sistemarsi, ampliando e migliorando le sue possibilità d’intervento.