Proibizionismo, liberalizzazione, distribuzione controllata. Ne parliamo con Massimo Barra, fondatore della Comunità terapeutica semiresidenziale Villa Maraini di Roma, la prima se non unica struttura laica nel senso più positivo (e purtroppo dimenticato) del termine.
Barra, perché “si” alla somministrazione controllata?
“Voi non mi potete etichettare come uno che è favorevole alla distribuzione controllata. La mia posizione è di scetticismo, sia nei confronti del proibizionismo sia dell’antiproibizionismo. Io non condivido né la cattiveria dei proibizionisti né l’illusione illuministica degli antiproibizionisti che pensano di risolvere così tutti i problemi della droga. Il problema della droga non è risolvibile: fa parte del destino dell’uomo, l’uomo se lo porta appresso fin dal paradiso terrestre, sia pure con forme che mutano a seconda delle culture, delle longitudini e delle latitudini ed anche dei tempi.
La cosa di cui si discute dopo “l’uscita” del Procuratore Generale della Cassazione è se nell’ambito di una serie di strategie volte a curare chi è già drogato ci sia spazio anche per una somministrazione controllata di eroina a chi è già eroinomane e rifiuta o non è in grado di sopportare qualunque altro tipo di intervento. Siccome io questo non l’ho mai fatto non so se funziona o non funziona.
Non sapendolo l’unico modo per saperlo è sperimentare. Per cui mi dichiaro disponibile a sperimentarlo. Condivido lo scetticismo del ministro degli Affari Sociali, che ha a che fare con i Sert che già non sono in grado di somministrare nella maggior parte del territorio nazionale il metadone secondo quelle che sono oramai le consolidate prassi conosciute a livello internazionale per preconcetti ideologici o per ignoranza crassa e pura.
Allora, prima di dare in mano una sostanza come l’eroina a chi non sa maneggiare il metadone, io mi offro – sapendo maneggiare il metadone e avendo una struttura alle spalle come Villa Maraini – di fare questa sperimentazione. E ritengo che se sperimentazione in un Paese ci deve essere, deve essere fatta da chi non è né a favore né contro perché chi è a favore parte con l’handicap di volerla fare riuscire per forza, forzando a volte la mano alla oggettività dei risultati – lo abbiamo visto anche in passato – perché le tazzine possono essere mezze piene o mezze vuote a seconda di chi le vede, e chi è contro farà di tutto per farla fallire. Siccome noi non siamo né favorevoli né contro ma disponibili, mi sembra che in questa fase dell’evoluzione storica ci siano dei ragionevoli dubbi che possano autorizzare una sperimentazione”.
In termini puramente tecnici, l’esperienza straniera che cosa ci dice?
“L’esperienza straniera, che è poi fondamentalmente l’esperienza svizzera, perché quella inglese è completamente diversa e vecchia, ci dice che somministrando eroina a determinate condizioni molto rigorose a dei tossicomani che sono fortemente marginalizzati e fortemente inquinati sul versante della delinquenza, la marginalizzazione e la delinquenza hanno un crollo. Il che, voglio dire, è anche abbastanza intuitivo perché, come dice Galli Fonseca (Procuratore Generale della Cassazione), la criminalità del tossicomane non e legata all’assunzione di sostanza ma alla necessità di trovare i soldi per procurarsela.
Il tossicomane, soprattutto l’eroinomane, quando ha la sua dose, l’eroina lo rende in pace col mondo, non certo aggressivo nei confronti degli altri, gli altri non li vede neanche perché non può che fregargliene di meno di quello che succede nel mondo, posto che ha annullato il meccanismo che ci fa reagire al mondo che è il meccanismo dell’ansia. Uno onnipotente non ha nessun buon motivo per irritarsi nei confronti degli altri”.
Una constatazione oggettiva: una distribuzione controllata limita di fatto il mercato nero dello stupefacente. Perché allora c’è tanta opposizione a questa ipotesi? Non sarebbe comunque, di fatto, un ammortizzatore sociale degli effetti del fenomeno droga?
“Il terreno su cui ci muoviamo è un viottolo strettissimo tra una montagna e un burrone. E evidente che ogni tendenza alla liberalizzazione diminuisce il costo sociale collettivo, ma è anche evidente che quanto più è facile procurarsi una droga che dà piacere tanto più questa è consumata. Quindi il viottolo passa attraverso due fatti negativi e cioè da un lato che se una droga è legale aumenta il consumo, diminuisce il prezzo, diminuisce il danno sociale nei confronti di chi non c’entra niente con la droga, mentre se la droga è proibita aumenta il danno sociale ma, aumentando il prezzo, diminuisce anche il consumo.
E quindi bisogna vedere questo handicap – handicap contro il quale comunque non c’è niente da fare, perché fa parte del destino dell’uomo – come la società intende ammortizzarlo: aumentando il numero dei drogati o aumentando il disagio sociale di quelli che con la droga non c’entrano niente. Come fai, sbagli”.
Da questa impostazione pare di capire che se non esistesse mercato nero dell’eroina, nessuno cercherebbe l’eroina? E se l’eroina non esistesse, punto e basta?
“E’ una ipotesi dell’irrealtà. E’come pensare che se non esistessero le guerre la gente sarebbe più contenta, ma purtroppo le guerre esistono fin dalla nascita del mondo così come esiste la “roba””.
Ancora: ma perché la relativa facilità nel disporre della sostanza dovrebbe automaticamente far aumentare il numero dei consumatori?
“Perché la droga è buona. E dà piacere. E l’uomo di fronte al piacere non capisce più niente. L’uomo cerca il piacere e sfugge il dolore, è una legge universale. Adamo ed Eva stavano bene nel paradiso terrestre, ma non gli è bastato, si sono “fatti” la pera, o la mela… .
Hanno voluto godere di un benessere che evidentemente non era a disposizione del genere umano. Da allora, combinazione, del milione di piante che danno principi attivi se ne sono selezionate in tutto il mondo soltanto cinque, che vengono coltivate ubiquitariamente in tutto il mondo, in tutte le latitudini e in tutte le longitudini, quelle che guarda caso danno le cinque sostanze che l’uomo consuma da allora e che sono: il tabacco, l’alcool, la coca, la morfina e la marijuana”.
Una domanda di retroguardia: e per le cosiddette droghe leggere?
“Ma vedi, oramai la farmacologia ha fatto giustizia di questa distinzione un pò manichea tra droghe leggere e droghe pesanti, perché l’effetto della droga dipende anche da una serie di fattori: la concentrazione del principio attivo, la via di somministrazione, eccetera. E’ chiaro che una droga fumata ha un effetto diverso da quello di una droga “sparata” in vena.
Ma non è la droga che è leggera – perché la droga agisce sempre su determinati punti del cervello, se no non si chiamerebbe droga se no non determinerebbe certi effetti – è la modalità di presentazione che la rende più o meno innocua. In ogni caso l’uomo ha una cattiva coscienza nei confronti delle droghe. Ha una cattiva coscienza perché la maggior parte delle droghe sono legali.
La maggior parte delle droghe che uccidono le persone sono legali e consumate e su queste lo Stato ci lucra “en plein air”. E non gliene frega niente a nessuno! L’allarme sociale nasce solamente nel momento in cui, per l’illegalità, alcune persone attentano ai patrimoni altrui.
Quindi dei morti per droga non gliene frega niente a nessuno, se no la gente si metterebbe a piangere per quelli che fumano o muoiono di alcool che sono trentacinque volte di più di quelli che muoiono per eroina. La carità pelosa, molto pelosa, della gente scafata solo quando tocchi il patrimonio. Allora tutti quanti si scandalizzano nel loro umanitarismo sfrenato”.
Ma c’é un’altra visione umanitaria, reale cioè e non indotta dalla paura, nell’affrontare il problema?
“Noi dobbiamo tenere conto della natura delle cose e non di ciò che noi spereremmo che fossero. Dobbiamo tenere conto di ciò che è in realtà. La tossicomania ci ha insegnato, nella sua accezione attuale, occidentale, italiana, eccetera, che è una situazione patologica che ha una durata, non è infinita nel tempo. E’ un qualcosa che come ha un inizio tende ad avere spontaneamente una fine. Allora il problema non è forzare la mano alla natura delle cose, cercando l’impossibile, cioè violentando i tossicomani, impoverendoli ulteriormente, diminuendo ulteriormente la qualità già meschina della loro esistenza, umiliandoli, maltrattandoli, con la strategia del “toccare il fondo” dal quale alcuni non si sono più ritirati su.
Ma è una strategia sana di attesa quella che consente al soggetto di far evolvere il suo rapporto con la droga – quella che può essere definita una storia d’amore – con un inizio ed una fine. In questo senso la “riduzione del danno” non è una complicità nei confronti del tossicomane ma è l’unica strategia terapeutica a tutto campo perché chi parla male della “riduzione del danno” in realtà è per l’aumento del danno. Ora, anche l’aumento del danno ha avuto sostenitori, propaganda e larga stampa.
Le comunità terapeutiche cattive, comportamentiste, selvagge, behaviouriste, che condizionano il soggetto, che lo violentano perché venga a più miti consigli, partono dalla consapevolezza che il soggetto non possa smettere di drogarsi se non ha toccato il fondo. E che quindi sia giustificato, terapeuticamente, dargli una bottarella perché il fondo venga toccato presto. Di qui l’invito anche ai genitori a non essere non dico complici ma neanche accoglienti nei confronti del figlio: “cacciatelo di casa!” Ora il problema è che i cimiteri sono pieni di persone che hanno toccato il fondo secondo questa strategia.
Mentre invece la nostra esperienza ci dice che a 35 anni, a quarant’anni, dopo 12-15 anni di droga, il rapporto folle si auto-esaurisce e che quindi noi dobbiamo fare in modo di contenere i danni in quel momento, a costo di dargliela noi la droga perché non rompa troppo le scatole, nell’attesa del momento in cui non gli piace più. Perché, disgraziatamente, tutte le cose belle o tutte le cose apparentemente belle o momentaneamente percepite come tali, hanno un termine. Perché non siamo in paradiso.
E allora: sarà altro arrivare al momento della nausea per la droga con un soggetto in buona salute, che non è andato in galera, che è ben nutrito, che ha un lavoro, che non è un delinquente, piuttosto che arrivarci con una vita distrutta dalla necessità di toccare il fondo e magari perché i terapeuti o i genitori si sono trasformati in aguzzini che gli hanno dato una bottarella mentre cercava di aggrapparsi a qualcosa, proprio per non dargli appigli.
Per cui tu smetti di drogarti e muori di Aids, e muori di cirrosi, e muori di epatite, e sei un delinquente, e sei un galeotto, e sei un emarginato, e sei sieropositivo e fai una vita di merda. Allora: per non capire questo bisogna essere di una cattiveria e di una arroganza intollerabili in un ambiente umanitario come il nostro!”.