Archivio › Interviste
› 2006
Interviste · 29 Luglio 2006

«Ma c’è bisogno di una rivoluzione»

Da: il Manifesto — 29 Luglio 2006 · IT

Da: “il Manifesto” di sabato 29 luglio 2006

Parla il nuovo presidente della Croce rossa italiana: il buco? Eredità della passata gestione «Berlusconi prima ci ha promossi e poi ha tagliato i finanziamenti. Ora Prodi dovrebbe aiutarci, e noi dobbiamo mantenerci indipendenti. Anche perché siamo un’organizzazione internazionale. Non c’è nessuna differenza tra noi e la Mezzaluna rossa o la Stella di David rossa»

Massimo Barra, 59 anni e una vita passata nella Croce rossa italiana, guida dall’11 dicembre 2005 l’organizzazione umanitaria. La sua elezione quasi plebiscitaria (623 voti su 637) ha posto fine all’era del commissariamento, che ha avuto nell’avvocato Maurizio Scelli l’ultimo protagonista. Questi primi mesi sono stati una vera prova del fuoco. Le difficoltà finanziarie e lo sciopero del personale hanno confermato una crisi che dura da tempo. «E’ necessaria una rivoluzione copernicana per mettere fine alla gestione romano-centrica», esordisce. «Bisogna ripartire da Ginevra (sede del Comitato internazionale dell’organizzazione, ndr) per omogeneizzare la Cri agli standard internazionali».

Si parla di difficoltà finanziarie, di chi è la responsabilità?

Abbiamo ereditato delle difficoltà di bilancio, per cui è necessario risparmiare su tutti i fronti, tagliando le spese e assicurando una gestione austera. Le risorse devono servire ad aiutare le persone più vulnerabili. Non sto rivolgendo messaggi a nessuno, né ho intenzione di fare polemiche. Tanto meno con l’ex commissario Scelli, di cui ho ammirato il coraggio in Iraq.

Può fornire alcune cifre?

Il buco è difficile da quantificare. Bisogna considerare gli impegni del ministero del Tesoro e lo stato dei conti. Il ministero dell’Economia sta esaminando la situazione. Sono state promesse al personale delle competenze accessorie sulla base di accordi sindacali in seguito disattesi. Su questo punto sto dalla parte del personale. Bisogna sanare la Cri senza gravare sul personale. Questa situazione precede il mio arrivo ed è frutto di decisioni che non ho preso io. Ma il nostro lavoro prosegue.

A livello governativo, cosa è stato fatto?

Le disponibilità di bilancio diminuiscono. Nonostante ciò la Cri è stata dichiarata dal governo Berlusconi ente di prima fascia, il che comporta una struttura più costosa con stipendi elevati, dipartimenti, capi dipartimenti, ecc. Al tempo stesso, Berlusconi ha diminuito i trasferimenti. E’ una vicenda che definirei schizofrenica. Non c’è nessun motivo per cui la Cri debba essere un ente di prima fascia, bisogna rispettare il rapporto tra struttura e fatturato. Non sono uno strutturalista. E’ bene ricordare che le burocrazie tendono ad alimentare se stesse, mentre la nostra priorità sono le persone vulnerabili.

Serve una struttura più leggera?

Sono favorevole a una Croce rossa light, non è vitale una struttura pesante. Anche perché ha un suo spazio indipendente dallo Stato: con le nostre sedi disponiamo di capillarità e autosufficienza. Vorrei che il comitato centrale si mettesse al servizio dei comitati locali, perché rappresentiamo un servizio per la cittadinanza: non sono favorevole ai centralismi.

L’attuale situazione è frutto anche dei lunghi anni di commissariamento?

In tutti questi anni il comitato centrale è stato vicino al potere e alla burocrazia. Un presidente eletto dal basso esprime invece una diversa sensibilità. La burocrazia dovrebbe essere al servizio del nostro core business. La Croce rossa ha tre anime: centrale, locale e internazionale. L’aspetto internazionale è poco conosciuto nei palazzi del potere italiani. Per questo il primo passo che ho fatto è stato chiedere al ministro della Salute Livia Turco di venire a Ginevra. La forza della Croce rossa sta nel fatto che incarna il potere dell’umanità in tutto il mondo: non c’è nessuna differenza tra noi, la Mezzaluna rossa e la Stella di David rossa.

Cosa ne pensa della crescente confusione tra interventi umanitari e operazioni militari?

A livello strategico forte è l’influenza di globalizzazione e mediatizzazione. L’opinione pubblica è una grande potenza e non tollera che la guerra venga chiamata col suo nome. Si spiega anche così l’uso di termini come «missione di pace». Il nostro caso è particolare, perché la Cri ha un duplice ruolo. In Iraq, per esempio, ci occupiamo sia del volontariato che della sanità militare, in accordo con la convenzione di Ginevra: in tempi di guerra la Croce rossa adotta infatti usi e costumi militari, ma si mantiene neutrale restando a disposizione di tutte le parti.

Ora c’è un nuovo governo, cosa chiede a Prodi e ai suoi ministri?

Rispettare l’indipendenza della Croce rossa è fondamentale e conviene a tutti. La Cri non può essere partigiana, perché è patrimonio di tutti gli italiani e più in generale del mondo. Il governo dovrebbe aiutarci a fare la grande riforma. Chiedo inoltre al governo di aiutarci a rispettare gli impegni presi con il personale. Anche perché c’è bisogno di pochi soldi. La Cri è troppo importante per farla restare impantanata in un contenzioso con il personale. In cambio assicuriamo una gestione austera, oculata, «taccagna».

Altri contenuti dello stesso periodo

Testo
Interventi · 26 Dicembre 2006

Afghanistan: droga; Croce Rossa Italiana sbarca a Kabul

ANSA — 26 Dicembre 2006 · IT
Testo
Interventi · 26 Dicembre 2006

Somalia: Barra (C.R.I.), Mezzaluna Rossa unico baluardo diritti

ANSA — 26 Dicembre 2006 · IT
Testo
Interviste · 23 Dicembre 2006

Su tutti i fronti

Cittànuova — 23 Dicembre 2006 · IT