Tratto da: “La Croce Rossa Italiana – L’epopea di una grande istituzione” di Mario Mariani. Edito da Le Scie Anno 2006
È questo il patrimonio di immagine, ma anche di sostanza (e che sostanza!), che il commissario Scelli consegnerà nelle mani di Massimo Barra, il vincitore assoluto delle elezioni (che hanno avuto il sapore di un vero e proprio plebiscito) svoltesi a metà dicembre 2005, un patrimonio che autorizza a parlare di svolta epocale e che fa in travedere un futuro molto meno incerto di quello che si prospettava tre anni prima. Raccontare, descrivere il «personaggio» Massimo Barra sembra superfluo in questa sede: i lettori hanno ormai avuto modo di incontrarlo più volte in eventi e iniziative che recano, inconfondibile, la sua impronta.
Meglio, quindi, lasciar parlare, benché per sommi capi, le sue idee, i suoi programmi (come ci sono stati esposti in una breve intervista), la sua visione del futuro di una Croce Rossa che, pur andando incontro a una vera e propria mutazione genetica, non intende allentare il legame con le proprie radici e i propri principi, proseguendo il percorso innovatore prospettato dallo statuto, nel segno della continuità con il passato più recente («Tutto ciò che è stato avviato si porterà a termine»). Una CRI che ha per obiettivo primario la valorizzazione della periferia e l’esaltazione della sua autonomia («Non voglio che lacci e lacciuoli che imbrigliano l’amministrazione pubblica imbriglino le nostre realtà locali»), il che significa, anzitutto, «favorire una gestione partecipata della cri: comitati locali e realtà territoriali avranno una forte influenza.
Del resto siamo stati abituati, anche sotto la gestione Scelli, a realizzare numerose occasioni di incontro, di dibattito e formazione; questa dimensione sarà esaltata. Ora diamo la possibilità agli organi di assestarsi, poi partiremo». E non dovrà mai essere perso di vista il fatto che ogni attività del la CRI ha due dimensioni, quella pratica, operativa, di servizio alla comunità, e quella di advocacy, del parlare in nome e per conto dei più vulnerabili, dei negletti e dei disperati di tutto il mondo che non hanno voce. Una CRI che, pur aspirando al ruolo di «ponte fra governo e società civile», e pur non dimenticando o sottovalutando quello di «ente ausiliario dei poteri pubblici e del governo», intende riaffermare la propria autonomia e indipendenza, nonché consolidare l’immagine di organizzazione umanitaria più importante del Paese, rispettata e sostenuta da tutti: fuori la politica dall’organizzazione, più potere ai vecchi saggi («Faremo di tutto per dare all’opinione pubblica l’idea di un’organizzazione super partes, non coinvolta in nessuna parte sociale o partito politico: gli italiani considerano la CRI come cosa loro e non come organismo partigiano»).
Più potere ai vecchi saggi, certo, ma anche, nello stesso tempo, maggiore spazio al protagonismo e alla partecipazione dei giovani, i soli veramente in grado, in fondo, di tradurre in pratica quotidiana l’impegno dell’Associazione ad affrontare le «nuove emergenze, dalla povertà alle tossicodipendenze, agli anziani». La continuità ribadita dal neopresidente generale sembra in parte incrinarsi quando si affronta il problema degli interventi all’estero («Non parteciperemo in alcun modo ad azioni unilaterali: ogni nostro intervento sarà gestito in modo bilaterale e multilaterale»), pur senza togliere alcuna legittimità all’impegno della Cri a Nassirya: «In quel contesto operiamo come organi ausiliari delle Forze armate e questo fa parte delle nostre facoltà e dei nostri compiti. Il caso Baghdad è diverso: le società nazionali devono tenere conto delle indicazioni che arrivano da Ginevra».
Fra le novità introdotte da Barra assume una rilevanza particolare la prospettiva di una più stretta e feconda collaborazione con le altre organizzazioni umanitarie operanti sul territorio, in questo andando incontro alle aspettative della periferia, che i frutti di tale collaborazione ha avuto modo di sperimentare da diverso tempo: «La partnership è uno strumento necessario per raggiungere l’obiettivo primario, che, lo ripeto, è l’assistenza ai bisognosi. Non si può, però, negare la natura delle diverse organizzazioni. La Croce Rossa e il volontariato sono due realtà diverse.
Noi siamo l’anello di congiunzione fra la società civile e le istituzioni; il privato sociale è altro». Un futuro tutto da costruire, quindi, di cui abbiamo delineato, per bocca dello stesso neopresidente, alcuni presupposti, alcune precondizioni indispensabili che, peraltro, non suonano certo come musica nuova alle orecchie degli attuali 300.000 volontari e 4.000 dipendenti. Il popolo della Croce Rossa, tuttavia, non può non apprezzare la vera, autentica novità di questo storico momento: per la prima volta nella storia dell’Associazione, a dirigere l’orchestra è un uomo che all’ente ha dedicato già trentacinque anni della sua esistenza e sulla cui esperienza e competenza l’intero pianeta Croce Rossa potrà certamente contare.