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Articoli · Settembre 1990

La voglia matta

Da: Doctor — Settembre 1990 · IT

di Massimo Barra

Responsabile Commissione Tossicodipendenze Croce Rossa Italiana

L’incontro di un individuo con una droga, cioè con una sostanza capace di modificarlo, può dar luogo a una “dipendenza” che tanto più rapidamente si instaura quanto più la sostanza è forte e quanto più l’individuo è debole. Nella prima fase del rapporto, quando il soggetto si illude di gestire la droga anziché esserne gestito, si parla di consumo “compatibile”: il consumatore non è ancora schiavo, cioè dipendente totalmente dalla sostanza. In genere la “compatibilità” è la prima fase di ogni tossicomania, quella in cui tutti pensano di essere più forti e che a loro non sarà dato di pagare le conseguenze di un consumo che si ritiene faccia male solamente “agli altri”. A poco a poco il rapporto si capovolge: la sostanza prende il sopravvento e si crea la dipendenza.

Questa può essere “psichica” o “fisica”. La distinzione, come del resto tutte le classificazioni, è troppo drastica e netta per essere perfettamente aderente alla realtà. Se le distinzioni danno il bianco e il nero di una situazione, la verità poi è grigia e si colloca in un “continuum” in cui i salti sono sempre impercettibili e mai radicali. Se dipendenza psichica vuol dire “voglia di farsi” di quella sostanza, di- pendenza fisica vuol dire che il fisico dipende omai dalla sostanza e, se non ce l’ha, sta male, presentando dei sintomi di privazione della droga, comunemente definiti nel loro complesso “sindrome di astinenza”.

Nella pratica si può dire che non c’è sintomo fisico che non trovi la sua radice nella sfera dello psichico. Anche nel linguaggio popolare che cosa sono la “strizza”, il “batticuore”, la “pelle d’oca”, il “farsela sotto”, se non sintomi fisici che denunciano problemi di ordine psichico? Parimenti non c’è fatto psichico che non sia accompagnato o addirittura determinato da un mutamento fisico a livello microscopico nel sistema nervoso centrale che tutto governa e tutto controlla.

Un fatto fisico del sistema nervoso, ad esempio un’alterata distribuzione o una ridotta produzione di mediatori chimici, quale spesso si verifica nei consumatori di droga, noi lo chiamiamo psichico, ma non per questo è meno oggettivo, reale e riproducibile di quanto consideriamo fisico solo perché più macroscopico e visibile. Come che sia, la dipendenza è un brutto affare. Per colpa sua il drogato è pronto a tutto, anche a rinnegare se stesso pur di obbedire a quella che è ormai diventata la sua onnipotente padrona e che è stata capace di modificarlo fino al punto di renderlo malato e imperfetto.

Dire “desiderio” per definire la voglia di droga che assale un eroinomane quando scema l’effetto dell’assunzione precedente è termine impreciso, riduttivo, quasi offensivo nel suo significato minimizzatore. Non so se in italiano esista una parola che dia l’idea di quanto ineluttabilmente avviene nel corpo e nella mente (che anche fa parte del corpo!) di un drogato. Il desiderio è brama, voglia matta, necessità irrefrenabile e incoercibile, di fronte al quale tutto il resto diventa secondario e insignificante.

Il bisogno primario da soddisfare, come il mangiare e il bere. E’ compulsione che sfugge ad ogni possibilità di controllo, come un corto circuito che si sovrapponga fra bisogno, ideazione e azione. Per tutti questi motivi mi irrita sentir dire che chi ricade nell’eroina lo fa per “un fatto psicologico”, termine impreciso e inflazionato che penalizza la drammatica, ingovernabile, organica, fisicità del fatto. “Panta rei” (tutto scorre) diceva un famoso filosofo greco. Tutto cambia. Tutto si adatta. Tutto si trasforma. Anche il rapporto di un drogato con la droga si modifica col passare del tempo. All’inizio è amore folle di chi percepisce solo aspetti positivi nel consumo di una sostanza diabolicamente “buona”.

E’ il periodo della “luna di miele” quando nessuna forza umana è capace di staccare il tossicomane dal suo unico, onnipotente oggetto d’amore. Ma, come tutte le lune di miele, anche questo periodo apparentemente felice di folle infatuazione è immancabilmente destinato a durare poco per lasciare il campo alle prime delusioni. Da un lato l’assuefazione che obbliga ad aumentare sempre di più le dosi per ricercare un effetto che tende inevitabilmente a scemare, dall’altro il costo esistenziale oltreché economico della dipendenza dalla sostanza ma anche dagli altri; gli sbattimenti, le umiliazioni, le rinunce, lo stress di una vita sempre in bilico e tutta condizionata. Inizia così un lungo e tormentato periodo di sentimenti ambivalenti di odio per la droga che è alla radice di tutti gli attuali problemi, ma anche di amore per una sostanza che, come un’amante fedele, non dice mai di no ed è lì sempre pronta per alleviare le pene di chi a lei è inesorabilmente legato. Ma il tempo che passa è destinato a cambiare ancora questi sentimenti.

Dopo dieci anni l’amore non c’è più. Restano l’amarezza, il rimpianto, l’odio per l’eroina e per tutto quanto questa ha comportato. Le ultime volte, dopo essersi “fatti” resta l’amaro in bocca. Meglio il ‘prima’, l’attesa, la ricerca, che il “dopo”, come nel Sabato del villaggio di Giacomo Leopardi. La droga non è più capace di dare nemmeno l’illusione di un benessere superiore, è solo un tampone che consente di recuperare per poco una normalità ormai perduta. Il tossicomane è consapevole.

Vuole in ogni modo smettere. Adotta comportamenti protettivi nei confronti dei più giovani. E’ disponibile, avendo l’acqua alla gola, a un intervento terapeutico, anche il più duro o il più limitativo della sua libertà. Vuole smettere a tutti i costi, perché non ne può più, perché gli aspetti anche soggettivamente negativi del suo rapporto con la “roba” superano di gran lunga quelli “positivi”. Questo passaggio in tre fasi dalla luna di miele, all’ambivalenza, all’odio, pure se con toni e sfumature diverse, è una costante per tutti.

Ciò che varia è l’arco di tempo in cui la parabola giunge alla sua fase calante. Un adeguato supporto terapeutico serve ad accelerare il cammino, a condizione di usare il metodo giusto nel soggetto giusto al momento giusto. Voglio dire che se il tossicomane cambia, a mano a mano che cambia il suo rapporto con la droga, anche la terapia deve variare di pari passo, perché una cosa è trattare con chi non ne può più e ha quindi una forte motivazione a smettere e a venirne fuori, ed è disponibile ad accettare tutto pur di guarire, altro invece è trattare con chi tale motivazione non ha ancora raggiunto ed è refrattario e ribelle a ogni trattamento, non avendo ancora perso l’illusione di ricrearsi un buon rapporto con la droga.

Se per gli uni le terapie d’ambiente, come le comunità terapeutiche, sembrano essere quelle d’elezione, per i secondi restano indispensabili quelle farmacologiche, prima fra tutte il tanto discusso quanto poco conosciuto metadone. Se un cane vede il suo cibo preferito, gli viene l’acquolina in bocca. Se il cane vede il cibo e una luce rossa, gli viene l’acquolina in bocca.

Se un giorno lo stesso cane, abituato a vedere cibo e luce, vede la sola luce rossa, ugualmente gli viene l’acquolina in bocca, come se avesse visto anche il cibo preferito. E’ il classico esperimento di Pavlov, alla base delle scoperte dei cosiddetti “riflessi condizionati”. Allo stesso modo per un drogato la vista di una siringa vuota, il passare per una certa strada, l’incontrare “quelle” persone, il ritrovarsi in un ambiente significativamente legato a un ricordo di droga, scatena un’immediata reazione di desiderio che, se non soddisfatto, dà luogo a un malessere fatto di sintomi di tipo astineziale.

Per questo il cambiar aria e ambiente è in genere un fatto positivo ed è una delle componenti del benessere che prova il tossicomane lontano da casa, in una comunità terapeutica o, più semplicemente, in vacanza. Salvo poi risentirsi di nuovo oppresso al momento di tornare indietro.

La definizione della salute per l’Organizzazione Mondiale della Sanità è quella di uno stato di completo benessere psichico, fisico e sociale. L’assenza della salute si chiama malattia. Per questo il tossicomane è il prototipo del “malato”, perché sta male tanto dal punto di vista fisico quanto da quello psichico e sociale. Chi non riconosce che il tossicomane è un malato nasconde, come gli struzzi, la testa sotto la sabbia. Assomiglia a quel personaggio dei “Promessi Sposi” che negava l’esistenza della peste. E morì di peste.

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