Da Villa Maraini alla vice presidenza dell’organizzazione internazionale di primo soccorso. Storia del medico che si prepara a rivoluzionare la comunicazione della Croce Rossa
E’ entrato nella Croce Rossa all’età di otto anni. E da allora non se n’è più andato. La passione del volontariato e del pronto soccorso hanno plasmato la sua vita, portandolo prima ad iscriversi alla facoltà di medicina, poi a ricoprire le più importanti cariche all’interno della Croce Rossa italiana e internazionale.
Parliamo di Massimo Barra, neo eletto vicepresidente della federazione internazionale di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, che all’indomani della sua nomina racconta come ha visto cambiare la più nota e attiva organizzazione di primo soccorso del mondo dagli anni ‘70 fino ad oggi. E spiega la necessità di rinnovarne il “modus operandi”, che ha mostrato evidenti limiti anche nella missione irachena.
Incontriamo Massimo Barra a villa Maraini, centro per la cura e la riabilitazione delle tossicodipendenze da lui fondato e diretto. Un’importante realtà romana, aperta 24 ore al giorno, che “previene centinaia di migliaia di nuovi reati e diminuisce le pressioni urbane” ma che, nonostante questo, si trova sull’orlo del fallimento.
“Come è possibile non trovare soldi per villa Maraini quando si trovano i finanziamenti per tutte le feste, le porchette, i canti?”, sintetizza efficacemente Barra. Bella domanda. Vorremmo saperlo anche a noi. Dottor Barra, lei ha iniziato a fare il volontario all’età di otto anni. Perché un alunno della terza elementare sceglie di entrare nella Croce Rossa?
Di fronte al mio palazzo abitava una crocerossina che non aveva figli. Passavo lunghi periodi di tempo con lei e il marito. Il fato volle che il primo giorno che mi portò con sé alla Croce Rossa incontrammo per strada un fotografo, che scattò un’istantanea. Una foto che è diventata quasi un programma di vita. La Croce Rossa ha infatti cambiato la mia vita, e io ne sono contento anche perché mi ha permesso di diventare competente in una materia, e diventare competente in una materia dà molta soddisfazione.
Dalla Croce Rossa infatti non se ne più andato. Ed oggi è vicepresidente della federazione internazionale.
Nella Croce Rossa sono nato, ne ho sposato i principi fondamentali, fra cui quello di neutralità. Oggi è una cosa rara trovare una persona che crede nella neutralità, che non divide il mondo in destra e sinistra o in buoni e cattivi a seconda della propria appartenenza politica, ma semmai in Nord e Sud: ci sono tante altre possibilità di vedere il mondo… Io ho studiato medicina perché sono entrato in Croce Rossa, non viceversa. E quando frequentavo il liceo il professore di latino e greco mi chiamava “il dottoretto”. Insomma, ero predestinato a questa carriera. Non per niente da adolescente passavo tutti i sabati e le domeniche al pronto soccorso, oppure in missione. Ho fatto la mia prima missione all’estero nel ‘65.
Oltre a esserci cresciuto, nella Croce Rossa, avrà anche visto cambiare e modificarsi l’organizzazione stessa.
Si. Rispetto al passato oggi godiamo di una visibilità e di un’attenzione assai maggiore da parte dell’opinione pubblica. Un’attenzione che non abbiamo avuto negli ultimi cinquant’anni. Abbiamo attraversato anche un periodo in cui la partitocrazia non amava il fatto che i giovani fossero attivi nella Croce Rossa. Ricordo che alla fine degli anni ’60 e ’70 i pionieri, cioè noi, venivamo fortemente ostacolati dalla burocrazia e dai partiti politici che non gradivano questa “sottrazione di personale” ai propri movimenti giovanili.
Un’altra critica alla burocrazia? Mi ha colpito il motto che appare sul suo sito internet (www.massimobarra.it): “Ho voluto questo sito per continuare il dialogo con quanti mi onorano della loro fiducia (…) superando i confini imposti da spazio e tempo ma anche dalla stupidità delle burocrazie che da sempre combatto”. E’ odio estremo per i bizantinismi?
Sì. Considero la burocrazia una psicopatologia. Non la burocrazia intesa come organizzazione, ma burocrazia e burocratismo, che è un involuzione della burocrazia, intesi come il trovare soddisfazione perversa nel creare difficoltà agli altri. Conosco persone che hanno l’orgasmo quando trovano il modo di impedire qualche cosa sulla base del mero formalismo. Questa è una forma di perversione.
E’ la burocrazia che le ha messo i bastoni tra le ruote a villa Maraini?
Sì. Noi purtroppo difendiamo interessi indifendibili. E la stigmatizzazione e la discriminazione che colpisce i tossicomani colpiscono anche chi cerca di prendersi cura di loro, di migliorarne la qualità della vita, come facciamo noi. Non a caso, dei miei vari cappelli quelli di primario e di vicepresidente della Croce Rossa internazionale sono visti come rispettabile, quello di fondatore e direttore di Villa Maraini non è rispettabile e non è rispettato. Se facessi il chirurgo plastico sarei molto più onorato. Villa Maraini è quasi una macchia nella mia esistenza. Infatti dicono di me: “è bravo però…”
E gliela fanno pagare…
Mi fanno pagare pesantemente anche la “presunzione” di poter gestire una cosa senza far parte di una corrente o di un sistema di cornice. Sia a destra che a sinistra la lotta alla droga non è realizzata per il benessere dei tossicomani ma per aiutare gli amici o gli amici degli amici, e per distribuire prebende, soldi. Da quelli che poi, quando suona la campana, si possono votare. E in questo sinistra e destra sono speculari, assolutamente uguali.
Il problema dei finanziamenti non riguarda infatti soltanto villa Maraini ma un po’ tutte le strutture che si occupano di recupero dei tossicodipendenti.
Il problema vero è che il business viene attivato in quanto tale, non per prestare aiuto ai tossicomani. I soldi cadono sempre sui soldi, così si attiva un circolo virtuoso – si fa per dire – in cui noi non siamo mai entrati. E probabilmente la colpa è nostra.
E’ riuscito a superare l’empasse finanziario in cui si trovava Villa Maraini nei mesi scorsi?
Non ancora. Siamo sempre con l’acqua alla gola, forse fra poco riusciremo a pagare gli stipendi di aprile.
Le istituzioni non vi hanno mostrato un certo interessamento?
Delle istituzioni sì è fatto vivo il presidente della regione, Francesco Storace, che carinamente mi ha telefonato e poi ci ha riuniti ed ha iniziato un processo che se si concluderà positivamente ci riporterà con i conti in pareggio. Noi chiediamo solo che tutte le prestazioni che abbiamo svolto fino ad oggi ci vengano pagate. Villa Maraini fornisce servizi a porci e cani perché è l’unico centro che rimane aperto ogni giorno 24 ore su 24, motivo per cui tutti ci sfruttano. A partire dalle Asl, che quando di sabato pomeriggio chiudono dirottano la gente su villa Maraini, con il piccolo particolare che nessuno paga. E questo è anticostituzionale, oltre a non essere corretto.
Ho letto che su questa vicenda è stata fatta un’interrogazione parlamentare. Che esiti ha avuto?
Le interrogazioni lasciano il tempo che trovano. Noi attendiamo la fine di questo processo: se ci sarà una sanatoria che ci pagherà a posteriori di tutte le prestazioni sanitarie fatte per conto delle Asl ritroveremo un equilibrio. Sennò torneremo in piazza per gridare la nostra disperazione. Tra l’altro è masochistico per lo stato ostacolare il lavoro di un centro come questo, che previene centinaia di migliaia di nuovi reati, diminuisce le pressioni urbane e “bridges the gap”, colma il fossato, fra le frange emarginate dando loro i mezzi per vivere. Come è possibile non trovare i soldi per villa Maraini quando si trovano i finanziamenti per tutte le feste, le porchette, i canti? Il che è bello, perché l’Italia è un grande paese dove il “panem et circenses”, scoperto dai latini, viene attivamente applicato. E certo è meglio che la gente mangi porchetta piuttosto che ammazzi il vicino. Oltre alle grandi feste, noi chiediamo di venire trattati come il canile municipale, che almeno ha un suo budget.
Voi non avete un budget?
Non abbiamo un budget ordinario. Da ventisette anni presentiamo il progetto di curare i tossicomani. Un progetto che ormai tutti conoscono. In pratica, da ventisette anni riproponiamo la stessa cosa. Che non è una grande novità, eppure la burocrazia deve metterci lo zampino, sennò sarebbero disoccupati. Per protestare contro questo sistema qualche anno fa facemmo una manifestazione in Campidoglio, poi un’altra in galleria Colonna.
Ma la Croce Rossa non vi è d’aiuto? A villa Maraini siete in joint-venture…
Su questo punto per me c’è un conflitto non di interessi ma di sentimenti. La Croce Rossa, nei cui principi io credo fortemente, non è certo all’avanguardia nella lotta alla droga. Siamo stati obbligati a fare una fondazione perché la Croce Rossa non se ne voleva occupare. Ma villa Maraini è nata in Croce Rossa e per me dovrebbe essere Croce Rossa al cento per cento. E’ vero che sono stati fatti dei passi in avanti, e che la Croce Rossa è entrata nel consiglio di amministrazione, nel collegio dei revisori dei conti, ma sempre con riserbo. Essendo uno spaccato di tutta la popolazione italiana essa inevitabilmente rappresenta anche quelli che i tossicomani non li possono vedere.
A monte c’è quindi sempre il pregiudizio?
Il pregiudizio e la discriminazione. Che non riguardano solo i tossicomani ma anche i malati di aids. La Croce Rossa internazionale è impegnata da due anni in una lotta a tutto campo, in tutto il mondo, con lo slogan “the truth about hiv, pass it on” (la verità sull’aids, falla conoscere), una campagna mondiale e globale contro lo stigma della discriminazione. Discriminazione che è presente dappertutto, anche in Africa, quando i malati di aids vengono messi in capanne a parte o si proibisce di mangiare con loro. E pregiudizio, come quando si dice “il ragazzino malato di aids è una vittima innocente” , implicando che chi ha l’aids da adulto non è innocente, ma se l’è cercato.
E’ vergognoso che si guardi all’aids, la più grave epidemia della storia dell’umanità, ancora con tanta ignoranza.
L’aids è più grave della peste. Ed ha effetti dirompenti sulla sicurezza dei mondo, non solamente in termini di morti ma anche in termini economici e strutturali. Questo è stato capito da alcuni grandi leader, come Chirac, Mandela. Kofi Annan e Clinton, che sono anche gli uomini di potere che fanno di più per la lotta all’aids. Sono le quattro persone che io ho avuto modo di “vedere da vicino”, come dice Andreotti, che hanno il potere per ricordare al mondo che il problema dell’aids è anche un problema di sicurezza, perché crea milioni di orfani, che nella vita diventeranno più facilmente terroristi che cittadini modello.
Ho letto sul vostro sito che Villa Maraini si occupa anche di recupero degli alcoolisti. Un fatto poco conosciuto.
Si, ma non è la nostra specialità. I nostri sono alcoolisti di seconda mano, si tratta principalmente di vecchi tossicomani che passano da una droga illegale a una droga legale. Passaggio che per alcuni rappresenta un tentativo disperato di reinserimento quando le cose vanno male. Quando arriva un alcolista puro, che non sia anche un clochard o uno da assistere dal punto di vista sociale, di solito lo dirottiamo sul policlinico o altre strutture in cui operano medici che stimiamo.
Passiamo al suo cappello “rispettabile”: quello di vicepresidente della federazione internazionale della Croce Rossa. Cosa pensa della condotta di questa grande organizzazione in Iraq?
Vorrei precisare che la Croce Rossa internazionale, cioè il comitato internazionale della Croce Rossa, non ha lasciato l’Iraq, come molti credono. Ma ha deciso di assumere minore visibilità nel paese. Quando è emerso lo scandalo delle torture di Abu Ghraib la Croce Rossa internazionale ha infatti dimostrato di avere correttamente svolto le visite nelle carceri e presentato rapporto alle autorità nel mese di febbraio.
Condivide la scelta di anonimato del Comitato internazionale?
In casi come quello iracheno entra in gioco la tradizione stessa del Comitato internazionale della Croce Rossa. Che è un organismo svizzero che ha sempre lavorato nell’ombra e ha fatto della confidenzialità e della discrezionalità una religione, un modo dì essere. Il Circ ritiene siano altri gli organismi che devono denunciare le cose, e che debba essercene almeno uno in grado di avere accesso a tutte le vittime, a tutti i prigionieri di guerra per esempio, grazie alla discrezionalità. Se i governi che concedono alla Croce Rossa internazionale la possibilità di visitare i prigionieri di guerra leggessero dossier sui giornali o ricevessero denunce per violazione dei diritti umani o della Convenzione di Ginevra, probabilmente vieterebbero l’accesso alle carceri. Grazie alla discrezionalità il Comitato internazionale ha incontrato, soltanto l’anno scorso, circa mezzo milione di prigionieri, di cui oltre settantamila in situazioni di conflitto in tutto il mondo.
Filosofia che solleva non poche polemiche. Il fatto che la Croce Rossa sapesse delle torture di Abu Ghraib e non lo abbia riferito ha messo in discussione il modo di agire, ritenuto troppo riservato, del Comitato Internazionale.
Infatti, io sostengo che non siamo più ai tempi della battaglia di Solferino. Ma abbiamo un villaggio globale in cui chi non appare non esiste, o sicuramente conta poco, e la prova è che le torture sono finite nel momento in cui c’è stata la pubblicazione del rapporto.
La pressione dell’opinione pubblica potrebbe infatti favorire la vostra causa.
Si, e questo fatto è clamoroso. Ma non solo. Ho visto gente veramente affranta a Ginevra. Mentre io ero felice che la notizia fosse resa pubblica perché era la controprova che la Croce Rossa c’era, in Iraq.
Ritiene quindi che occorra modificare questo sistema?
Penso che, pur rispettando le decisioni del Comitato internazionale, la Croce Rossa debba osare di più. Non condivido la scelta riduttiva del Circ di frenare, anziché favorire l’intervento delle società nazionali in Iraq. La Croce Rossa avrebbe potuto fare molto in Iraq, ma è stata frenata dal Comitato Internazionale, che negli scenari di guerra detiene la leadership. Secondo l’accordo di Siviglia, che stabilisce l’operato delle tre componenti della Croce Rossa in situazioni diverse, il Circ è infatti “leading agency”.
Ricordare che la Croce Rossa internazionale è come una famiglia, composta da un padre, una madre e tanti figli: il padre è il Circ, il comitato internazionale; la madre è la federazione, i figli sono le agenzie nazionali. Io sostengo che in Iraq il Comitato internazionale abbia peccato di eccesso di prudenza. Anche se capisco che esso si senta responsabile della sicurezza dei propri operatori umanitari, e che in Iraq abbia ritenuto di doverli tutelare.
E’ possibile ovviare al problema dell’eccessiva riservatezza del Circ?
Noi stiamo cercando di “forzare la mano”, nel senso che più volte ci hanno scritto “non vogliamo che rimaniate sul territorio perché non possiamo garantire la vostra sicurezza” ma siamo rimasti a nostro rischio e pericolo. Fortunatamente fino ad ora le cose sono andate bene, ma se dovessero peggiorare l’opinione pubblica accuserebbe la Croce Rossa italiana, giudicandola non più coraggiosa, ma troppo temeraria, magari per apparire. Anche se, purtroppo, i conti su queste vicende si fanno sempre alla fine, sono orgoglioso di quello che è stato fatto.
Se i 67.000 interventi che abbiamo svolto – dall’operazione chirurgica alla medicina più spicciola – non fossero stati compiuti, ci avrebbe rimesso la popolazione. E d’altro canto, se lei va al mercato e domanda alla signora che fa la spesa “la Croce Rossa deve intervenire in tempo di guerra?”, la signora risponderà senza esitazione che la Croce Rossa deve essere presente perché è nata in tempo di guerra, per assistere i feriti. Questo è un sentimento molto comune e anche per questo ritengo che il Comitato abbia fatto male a far finta di partire, a mantenere un profilo basso. Perché così toglie speranza alle persone.
Che ormai non sopportano più di guardare il telegiornale e vedere solo morti ammazzati, sangue, teste che rotolano, violenze, miseria. Il consumo di psicofarmaci è in continuo aumento e qual è l’antidoto? Certo non la Croce Rossa, ma essa è una delle poche speranze dell’umanità. Dare l’immagine, falsa, che la Croce Rossa internazionale abbia abbandonato l’Iraq è stato masochistico. E su questo stiamo riflettendo.
Che cosa fate, in concreto?
La Federazione ha creato un gruppo di lavoro all’interno del governing board, di cui mi ha affidato la presidenza, per studiare i temi della strategia di comunicazione. Questo è un terreno minato. La Croce Rossa si ispira infatti a sette principi fondamentali, che sono quelli di: umanità, imparzialità, neutralità, indipendenza, volontarietà, unità e universalità.
I nodi dei quali si discute sono neutralità, indipendenza e imparzialità. La neutralità impedisce alla Croce Rossa dì prendere posizioni che abbiano un significato politico. Però la “advocacy”, intesa come tutela, come “essere avvocato di”, richiede un certo grado di denuncia. Se voglio parlare a nome di chi non ha voce, delle persone vulnerabili di tutto il mondo, a nome dei drogati, delle persone di strada, di quelli che hanno fame, di chi ha problemi di salute e non ha accesso ai farmaci, delle posizioni le devo prendere.
È possibile conciliare il ruolo di advocacy con la neutralità?
Questo è il nodo del problema. Ulteriormente complicato dal fatto che oggi esiste una seconda potenza al mondo dopo gli Stati Uniti d’America: l’opinione pubblica. Che ha accesso in tempo reale ad informazioni che una volta avevano solo i governi. Oggi capita che i ministri acquisiscano le informazioni dalla televisione. Fatto che rivoluziona il nostro modo di essere.
Io comprendo le tradizioni ma bisogna andare avanti o rischiamo di diventare vecchi, come sosteneva Bernard Kouchner, ex ministro della sanità francese, che a New York all’assemblea generale dell’Onu sull’aids mi disse: “la Croix Rouge est vieille” (la Croce Rossa è vecchia). Ha ragione e noi, che alla Croce Rossa crediamo, dobbiamo fare in modo che non sia vecchia. A questo proposito vorrei fare presente che in Italia abbiamo un grande movimento giovanile, d’avanguardia nel mondo e d’ispirazione alle altre società nazionali.
Quanto tempo resterete in Iraq ancora?
Fino alla fine dell’anno.
Da chi siete finanziati?
Dal governo italiano. Mentre con nostri fondi stiamo studiando la possibilità di creare un posto medico avanzato in Siria, ai confini con Iraq, dove c’è un certo flusso di immigrazione.
Potete entrare in Siria senza problemi?
Si, perché la Mezzaluna siriana è un’importante società nazionale e il suo presidente vede di buon occhio un intervento di questa natura. La Siria fa parte delle società arabe che avrebbero voluto fare di più in Iraq ma che probabilmente sono state frenate dal Comitato internazionale.