Archivio › Interventi
› 1996
Interventi · Marzo 1996

Imboccare la strada della legalizzazione?

Da: Confronti — Marzo 1996 · IT

DROGHE

Cerchiamo di ragionare su una questione di grande impatto emotivo come la legalizzazione delle droghe leggere. I pareri dei favorevoli, quello dei contrari:un confronto che non ammette scorciatoie ideologiche. I temi etici della responsabilità dell’individuo e dei modelli educativi offerti ai giovani.

“Ti ho regalato il mio arresto, perché sono 200 grammi di hashish”, e lei: “Ma guardate cosa mi ha dato. Ragazzi, questo fa male! E’ la morte! Ma che me fai manda’ in galera a me?”. Dopo il break pubblicitario, la D’Eusanio insiste: “Io, gli autori, la rete e la Rai ci dissociamo da questo gesto perché la droga, pesante o leggera che sia, è morte, per noi e per i nostri figli”.

Marco Pannella andò – ce lo ricordiamo tutti – il 28 dicembre 1995, alla trasmissione “L’Italia in diretta” per invitare a firmare i referendum promossi dal suo partito e “regalò” alla conduttrice un bel tocco di fumo. Che sia stato un gesto compiaciuto da gradasso o una nobile azione di disobbedienza civile, le reazioni non sono andate oltre la valanga di telefonate di protesta che ha intasato il centralino della Rai.

Il leader radicale voleva sponsorizzare proprio il referendum – quello sulla legalizzazione delle droghe leggere – che più degli altri rischiava di non ottenere le firme necessarie. E lo faceva in una trasmissione che brilla per il modo populista ed emotivo – la reazione della D’Eusanio è significativa – con cui affronta i temi sociali.

Qualche titolo sui giornali, alcuni commenti scandalizzati e niente più. La droga è un argomento che va maneggiato con cura; un po’ come l’immigrazione, suscita reazioni immediate, alimenta robusti pregiudizi, non concilia il ragionamento. Proviamo a capirci qualcosa. Dal punto di vista farmacologico, si definiscono “droghe” tutte le sostanze che “modificano la psicologia o l’attività mentale degli esseri umani” (Organizzazione mondiale della sanità).

Dunque, non solo l’eroina e la cocaina, ma anche l’alcool, il tabacco o la caffeina sono droghe, anche se queste ultime sono legali e accettate socialmente. Per “droghe leggere” si intendono l’hashish e la marijuana, cioè i derivati della cannabis, una pianta più nota con il nome di canapa. Vengono distinte dalle “droghe pesanti” – come l’eroina – perché meno tossiche e meno capaci di provocare tossicodipendenza.

Il consumo di tali sostanze determina una percezione più acuta dei contorni, dei colori e dei suoni, una tipica percezione di tempo rallentato, pensieri vaganti e associazioni vivaci, rilassamento, serenità, tendenza al riso. Ma quali rischi comporta per la salute? Su una cosa tutti concordano: nessuno è mai morto per aver fumato spinelli.

L’uso della cannabis può provocare disturbi di breve durata (nausea, vomito, giramenti di testa, tremori) e, dal punto di vista psichico, ansia – che talvolta può diventare un vero e proprio senso di angoscia – e depressione (che dipende soprattutto da condizioni emotive preesistenti). La stessa Società italiana di farmacologia (SIF), che si è pronunciata contro la liberalizzazione delle droghe leggere, ha tuttavia riconosciuto che il consumo saltuario e moderato di cannabis non comporta “conseguenze più gravi, da un punto di vista comportamentale e psicologico, di quelle indotte da un’abbondante bevuta di vino o birra”.

Invece, quest’organizzazione ha insistito sull’instaurarsi della cosiddetta “sindrome amotivazionale” (apatia, inefficienza, improduttività) che colpirebbe i soggetti che assumono cannabis in modo cronico. Di tutt’altro avviso Giancarlo Arnao – medico, uno dei maggiori esperti italiani in tema di politiche sulle droghe – che, in un volumetto intitolato Cannabis.

Uso e abuso (Stampa alternativa, 1995), ricorda come l’esistenza di tale sindrome non sarebbe stata dimostrata e che l’alcool – droga legale – sia molto più tossico, potendo provocare la morte e gravi atti di violenza. Fumare marijuana comporta più o meno gli stessi rischi delle sigarette per quanto riguarda l’apparato respiratorio ed è pericoloso per coloro che hanno problemi di natura cardio-vascolare.

La cosa più sensata l’ha forse detta Gianni Tognoni, farmacologo dell’Istituto Mario Negri di Torino, intervistato da Aspe (13 luglio 1995): hashish e marijuana “sono sostanze molto sicure rispetto allo standard normale dei farmaci”, non hanno una tossicità particolare e “di fatto, nella letteratura scientifica non esistono elementi per favorire il versante dei fautori della legalizzazione, né i suoi oppositori”.

E proprio la limitata nocività di tali sostanze è uno dei presupposti della proposta di legalizzazione, da non confondere con la liberalizzazione. Quest’ultima porta ad un mercato completamente libero, senza controllo e senza vincoli, non più illegale. I fautori della legalizzazione intendono invece introdurre un regime autorizzativo.

Tra questi c’è Franco Corleone, deputato Verde, che ha presentato una proposta di legge in tal senso alla Camera il 20 luglio 1994 (identico testo è stato poi presentato al Senato da Luigi Manconi, senatore Verde). Regolamentare significa, secondo tale proposta, subordinare la liceità di coltivazione, acquisto, produzione e vendita di cannabis e suoi derivati a specifiche e rigorose autorizzazioni (art. 1); vietare la vendita ai minori di anni sedici (art..1); repressione del traffico e di ogni cessione al di fuori delle autorizzazioni (art.3); divieto di propaganda pubblicitaria diretta e indiretta (art.4); informazione sanitaria sui danni alla salute derivanti dal fumo di tabacco, solitamente associato alla cannabis, attraverso avvertenza sulle confezioni (art.1); verifica, attraverso una relazione annuale al Parlamento, degli effetti della nuova normativa, valutandone i risultati e correggendone le carenze (art.5).

Questa proposta è nata dall’attività del “Forum Droghe. Movimento per il contenimento dei danni, per i diritti, contro la proibizione”, un’organizzazione sorta all’indomani del referendum del ’93 sulla Jervolino-Vassalli, con l’intento di portare avanti una linea comune sulla questione droghe e sulle altre questioni ad essa connesse (Aids, prostituzione, carcere) in uno spirito libertario e solidale.

Tra i soci fondatori del Forum troviamo appunto Corleone e Manconi, Arnao, altri politici della sinistra, dirigenti della Cgil, operatori e alcuni esponenti di organizzazioni cattoliche: Massimo Campedelli e Sergio Segio (Gruppo Abele) e Giovanni Devastato (Coordinamento nazionale comunità d’accoglienza). Nel Documento programmatico del Forum si afferma che bisogna “leggere” la questione droghe senza subalternità all’ottica moralistica indotta dalla proibizione, che non distingue tra consumo e tossicodipendenza e fra droga e droga.

Da quest’ultima visuale sostanze diverse sono accomunate, perché tutte allo stesso modo proibite, nella categoria ideologica di “droga”; ed associate ad un “pregiudizio” di “perdizione sociale” (la tossicodipendenza) “. Insomma, non tutti coloro che usano droga sono tossicodipendenti e la marijuana non è l’eroina” (e nemmeno un superalcolico). Ci sono studenti e professionisti che consumano cannabis il sabato con gli amici e, tuttavia, sono perfettamente integrati e non vivono in stato di particolare disagio.

Ma la questione fondamentale diventa il modo di intendere il rapporto tra il cittadino e lo stato: “L’obiettivo della legalizzazione delle droghe leggere – scrive Grazia Zuffa, presidente del Forum, su Narcomafie (settembre 1995) – il primo (ma non l’unico), su cui sta crescendo il movimento, ha un valore simbolico, al di là dell’esito parlamentare: come segnale di fiducia nella regolazione sociale, piuttosto che in quella penale, di un comportamento pressoché innocuo. Facendo leva sulla capacità degli individui nel distinguere fra l’uso e l’abuso della sostanza.

Promovendo la coscienza del limite, in luogo del limite autoritario e dannoso, imposto per legge”. Il presupposto è “la valorizzazione dell’autonomia degli individui nel “prendersi cura di sé” e padroneggiare la propria vita contro la prescrizione normativa di comportamenti” e contro i danni causati dal “proibizionismo”, primo tra tutti la stigmatizzazione e l’esclusione dei tossicodipendenti e dei consumatori in genere. Naturalmente, questa visione non è apprezzata da tutti.

Aldo Curiotto addetto stampa pubbliche relazioni e membro dello staff formativo della Comunità Incontro di don Pierino Gelmini parte dalla constatazione che la legge produce costume sociale: se la legge mi dice che posso, allora il figlio può dire al genitore: “Ma che vuoi, la legge me lo permette”. L’uomo non ha molti strumenti per valutare ciò che è bene e ciò che è male e si affida proprio alla legge”.

Il merito della famigerata normativa del ’90 è proprio quello “di aver sancito un principio che ha prima di tutto un valore etico: drogarsi è illecito”. Curiotto si riferisce al celebre articolo 12 della Vassalli in cui si affermava che “è vietato l’uso personale di sostanze stupefacenti”. Esso sembrò a diversi giuristi “democratici” e libertari l’enunciazione legale di un precetto morale, in barba ad uno dei principi cardine del diritto penale moderno: “La legge penale non ha lo scopo di sanzionare la morale ma unicamente il compito di prevenire comportamenti dannosi per i terzi”.

Così diceva il giurista Luigi Ferrajoli, allora, riferendosi alle sanzioni penali contro i consumatori di droghe. L’argomento è stato ripreso per criticare le sanzioni amministrative che ancora gravano – dopo il referendum del ’93 (cfr. scheda) – sui consumatori di droghe. Ma Rosy Bindi, alfiere dei Popolari nell’opposizione al progetto di legalizzazione, non accetta l’etichetta di difensore dello stato etico: “Tra lo stato etico e lo stato agnostico c’è dell’altro.

La legislazione deve ispirarsi ad una visione della persona umana nella sua integrità, pur nella molteplicità delle prospettive etiche”. Con la legalizzazione delle droghe leggere, invece, si comincia a scendere per “un piano inclinato”, per cui “la società si spoglia progressivamente delle sue responsabilità verso chi è portatore di disagio, verso i problemi del mondo giovanile”.

E’ questa l’opinione di una vasta area del mondo cattolico, comprese alcune comunità come il Centro italiano di solidarietà di don Mario Picchi, che sul numero di ottobre ’95 de Il Delfino – rivista dell’organizzazione – afferma che “la capacità di raggiungere un pieno sviluppo delle proprie potenzialità di Uomo senza ricorrere a supporti chimici dovrebbe appartenere alla fede religiosa come a quella laica”.

Corleone ribatte, riferendosi all’atteggiamento di molte comunità di recupero, che “la loro è una posizione ideologica, nasce da una visione salvifica che vuole riportare le persone ad una integrità e purezza che non ammette trasgressione”. Ma nemmeno Massimo Barra – fondatore e attuale direttore della Fondazione Villa Maraini – che non è né cattolico né animatore di “comunità di vita”, approva la legalizzazione. A suo avviso, “l’uso di cannabis fa più male a chi già sta male: se un soggetto ha un equilibrio nervoso precario, certo il suo equilibrio non migliora usando hashish”.

Proprio per questo lo stato “dovrebbe dare, a chi usa droghe leggere, una bella multa, come a chi passa con il rosso, per far capire che “guarda, non fai del bene a te stesso e alla società, però c’è di peggio”. La salute è il bene più prezioso per la collettività e lo stato deve perciò adottare un comportamento coerente con la promozione di questo fine.

E lo stesso discorso vale per le sigarette”. I contrari alla proposta considerano il consumo di cannabis “un atteggiamento non positivo verso la vita” (Bindi), il segno di un disagio, e ritengono che l’opposizione a tale consumo sia un passo imprescindibile, insieme ad un lavoro di tipo educativo e di sostegno, per superare quel disagio; i favorevoli fanno notare che ci sono molte persone che usano sostanze stupefacenti pur non avendo problemi particolari e che, nei casi in cui il disagio c’è, è inutile vietare lo spinello, che è solo un sintomo e non la causa del disagio.

Nanni Di Cesare – psicologo e cofondatore dell’Albedo – è convinto che queste sostanze “non siano pericolose in quanto tali, ma per l’apprendimento che consentono: impari che quando sei triste o impacciato puoi prendere queste sostanze e fare un salto, superare il tuo problema. Ognuno di noi ha appreso che c’è un modo per non ascoltare una sofferenza (la pubblicità ti dice: “Stai male? prenditi un Moment e passa”), ma per dimenticarla, cancellarla, per non vedere in faccia i problemi. Può essere pericoloso per un adolescente imparare che con due o tre canne sta meglio, fa un salto mentale e le difficoltà spariscono”.

Il problema è appunto quello educativo-culturale del rapporto tra le generazioni, di come gli adulti si occupano o non si occupano dei processi di crescita degli adolescenti, e il divieto può diventare controproducente: “Gli adolescenti, i giovani, sono portati ad esplorare le sostanze, legali ed illegali. Legalizzando, quest’esplorazione è riportata nell’ambito di ciò di cui si può parlare (come la sigaretta o il bicchiere d’alcool).

Più queste cose restano fuori dal dialogo con i genitori e con gli adulti in genere e più i ragazzi restano soli a provarle, senza nessuno che possa guidarli in quest’esperienza, condividendola con loro”. Saper guidare i ragazzi in esperienze come queste richiede sensibilità e capacità di dialogo. Ma anche conoscenza delle sostanze: quanti di noi ne conoscono gli effetti? Roberto Rocchi – medico, coordinatore dell’Unità di strada-tossicodipendenti dell’associazione Parsec – ritiene che “siamo lontani in Italia dalla formazione di una cultura sull’uso dei farmaci e di sostanze che, una volta introdotte nell’organismo, vanno a modificare lo stato psichico del soggetto”.

Sino a qualche anno fa non uscivamo dalle farmacie con le borse piene? Un altro dei pericoli adombrati da chi avversa la legalizzazione è quello della “droga di passaggio”: la cannabis sarebbe il primo gradino che porta poi all’uso delle droghe pesanti. A suffragare questa tesi ci sarebbe il fatto che la stragrande maggioranza dei consumatori di eroina ha fatto uso di droghe leggere. Ma è ampiamente dimostrato che queste stesse persone hanno fatto uso anche di alcool e di tabacco.

“In realtà – dice Arnao – è ragionevole supporre che le persone destinate a ricercare gli effetti dell’eroina siano caratterizzate da una tendenza all’uso di sostanze psicoattive e alla sperimentazione di stati di coscienza alterati: questo tipo di persone si rivolgeranno in prima istanza alle sostanze psicoattive legali (alcool, tabacco), e alla sostanza illegale più diffusa e meno pericolosa (cannabis); successivamente, constatando che esse non corrispondono alle loro esigenze, saranno spinti all’uso di eroina”.

Non c’è nessuna prova scientifica del fatto che la cannabis porti all’eroina. Semmai una delle ragioni che possono favorire il passaggio è che ambedue i tipi di sostanze sono gestite dai medesimi circuiti illegali: vai per comprare la marijuana e ti offrono cocaina. Uno degli obiettivi principali che si prefigge la legalizzazione è proprio quello di separare il mercato delle droghe leggere da quello delle droghe pesanti.

Che le si compri nei coffee shops – veri e propri locali dove passare la serata – (come in Olanda) o in farmacia (come si è proposto in Germania), non ci sarà più contatto con lo spacciatore fornito di ogni tipo di droga, comprese quelle sintetiche che ti mandano in pappa il cervello. Dunque, non mancano ragioni all’uno e all’altro schieramento, ma nel frattempo lo scontro in Parlamento pare essersi assopito.

Alleanza Nazionale e i Popolari si sono opposti in modo ostruzionistico alla proposta presentata da Corleone e sottoscritta da ben 160 deputati, così come all’analoga proposta di legge d’iniziativa popolare presentata dal Coordinamento radicale antiproibizionista (Cora) il 26 maggio 1994. Forza Italia è divisa ed esponenti autorevoli come Antonio Martino sono favorevoli.

Tutto si è impantanato nelle due commissioni parlamentari congiunte che se ne stanno occupando (Affari sociali e Giustizia). Gli uffici di presidenza delle due commissioni hanno deciso una lunga tornata di audizioni per sentire esperti d’ogni tipo. Poi i lavori sono stati sospesi per la finanziaria, dopo è caduto Dini… E Carmelo Palma – uno dei tre coordinatori del Cora – si chiede come mai non passi una legge firmata da così tanti parlamentari: “Parecchi dei deputati antiproibizionisti, che hanno sottoscritto la proposta, non vogliono andare allo scontro politico su questo tema in Parlamento e nel paese”.

Il gruppo progressista ha fatto proprio il progetto, ma nel programma dell’Ulivo non c’è traccia di legalizzazione. Come si potrebbe? Rosy Bindi lo dice chiaro: “Sono pronta a rompere, su questa questione, con l’Ulivo e a votare diversamente, anche se prima occorre un confronto coraggioso e aperto. Il nostro schieramento, però, non può regalare alla destra la battaglia in difesa dei valori”. La palla, ora, passa alla sinistra.

Altri contenuti dello stesso periodo

Testo
Interventi · 28 Dicembre 1996

Rischia di chiudere Villa Maraini

Roma è Roma — 28 Dicembre 1996 · IT
Testo
Interventi · 28 Dicembre 1996

Chiude Villa Maraini?

Il Manifesto — 28 Dicembre 1996 · IT
Testo
Interventi · 28 Dicembre 1996

Centri per tossicodipendenti, soldi agli sgoccioli

Il Messaggero — 28 Dicembre 1996 · IT