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Interventi · 24 Ottobre 1975

Droga

Da: L’Europeo — 24 Ottobre 1975 · IT

AL CENTRO ANTIDROGA dell’Ufficio di igiene del comune di Roma incontro un dottore molto giovane, Massimo Barra, che insieme ad altri volontari della Croce rossa passa la vita tra i drogati. E’ una battaglia difficile, quasi disperata, dice il dottor Barra, “ma noi abbiamo ottenuto dei risultati molto incoraggianti”. Il problema è che siamo in pochi rispetto alla popolazione dei tossicomani che è in continuo aumento. Ne abbiamo attualmente in cura circa trecento. Un piccolo motivo di soddisfazione: anche se non tutti guariscono e molti ricadono nella presa dell’eroina, noi non abbiamo mai avuto un solo caso di morte. Il dramma è che quando un giovane arriva qui è sempre troppo tardi.

L’unica azione valida quando si parla di droghe pesanti è quella preventiva. Ma quando i ragazzi si rivolgono a noi sono generalmente “a rota”, non hanno più soldi per rifornirsi e piuttosto che soffrire per la crisi di astinenza, soffrire come bestie, vengono qui a farsi dare il Metadone. Noi concediamo il Metadone a patto che seguano la nostra cura e che vengano tutti i giorni a ritirare la loro dose. Basta mancare una volta e, necessariamente, dobbiamo diventare molto duri.

Non li abbandoniamo, ovviamente, ma dobbiamo far entrare nelle loro teste che fra noi e loro ci deve essere un rapporto di assoluta onestà e fiducia. Insomma il nostro scopo non è quello di salvarli per una serata, ma di tentare di salvarli definitivamente. I drogati ricorrono a mille trucchi, a mille scuse per cercare di ottenere quello che vogliono. Cioè un aiuto temporaneo per superare la crisi e poi continuare a fare quello che facevano prima.

Col Metadone per esempio abbiamo dovuto fabbricare noi stessi uno sciroppo molto denso (cioè non iniettabile) perché, quando consegnavamo le compresse, loro a casa le scioglievano in acqua e se le iniettavano. è molto importante svezzarli dal gusto psicologico della bucatura. In principio mescolavamo la sostanza all’aranciata e c’era chi si sparava in vena anche l’aranciata.

Insomma è una bella fatica. Ma devo dire che con i nostri ragazzi c’è di solito un rapporto molto positivo. Parliamo il loro gergo, tentiamo di farli sentire a loro agio, come fossimo tra amici. Il dottor Barra ha una faccia da bambino, ha pochi anni di più dei suoi pazienti. Il nostro colloquio viene interrotto da una ragazza, Manuela, che urla e sbraita perché dice che non vogliono darle la sua dose di Metadone.

Vorrebbe portarsi a casa la dose per due o tre giorni. “Tu sei matta”, dice il dottor Barra perdendo improvvisamente la consueta dolcezza. Poi hai saltato la dose per tre volte. Stai cercando di fregarmi. “Dottore la supplico”, urla la ragazza e piange. “Se hai saltato la tua dose vuoi dire solo questo: o non ne hai più bisogno del Metadone o sei “fatta”… ” La ragazza continua a piangere e a gemere. Batte i pugni sulla scrivania del medico.

“Le guardi le pupille”, mi dice all’orecchio il dottor Barra. è piena, è completamente “fatta”. Adesso è terrorizzata perché sa che l’effetto della droga presto finirà e non sa come fare a procurarsene dell’altra. Conta solo su di noi. Ma ci ha già fregato più di una volta. Il solo modo per aiutarla è convincerla a restare con noi fino a quando si sarà disintossicata.

Se adesso cedo e le consegno il Metadone non faccio altro che prolungare la sua tortura, la sua tossicomania”. Stringo la mano del medico e me ne vado. Mentre scendo lo scalone del vecchio palazzo buio di via Merulana sento ancora il dottor Barra e Manuela che urlano.

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