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Interviste · 30 Settembre 2007

Barra non scende in politica

Da: nonsolochiacchiere — 30 Settembre 2007 · IT

Candidiamolo al Nobel per la Pace

Prepararsi per fare un’intervista a Massimo Barra non è facile. Ugualmente difficile è scoprire cosa ancora non ha fatto a favore dell’Uomo e per combattere la sua sofferenza. Nella sua vita ha detto tutto ma soprattutto ha fatto molto, anche se nel documentarci su di lui e nel leggere le sue parole, sembra che sia sempre solo agli inizi, nonostante abbia «incontrato decine di migliaia di persone: ricchi e poveri, potenti e miserabili, forti ed ammalati, governanti e pezzenti, nobildonne e prostitute» ed abbia «frequentato i più diversi ambienti: Quirinale e bidonvilles, grandi alberghi e capanne di stracci, salotti e celle di prigione». Pubblicare una sua intervista colma una “colpevole” lacuna per un periodico che si chiama “nonsolochiacchiere” e che – vista l’incertezza di Massimo Barra a scendere in politica – lancia la campagna per fargli conferire il Premio Nobel per la Pace.

Cinquantadue anni dedicati alla Croce Rossa Italiana. Trentatré impegnati nella lotta alla tossicodipendenza. Sedici ore al giorno occupate dal lavoro, o meglio, da un’intensa attività missionaria. Senza alcun dubbio ci troviamo di fronte ad un Uomo che fa nonsolochiacchiere. La prima è una domanda scontata. In considerazione della sua elezione a Presidente della CRI con il 98% dei voti e, soprattutto, per non aver mai frequentato partiti e sindacati. Vede come “obbligatoria” e costruttiva una sua discesa in politica?

Assolutamente né obbligatoria né costruttiva una mia discesa in politica. Il mio problema è che non mi sento partigiano. Avendo trascorso tutta la mia vita all’interno di un movimento che – per definizione – è per tutto il popolo italiano e, quindi, apolitico e non partigiano, mi sentirei limitato a scegliere un partito. Questo è il motivo per il quale non l’ho mai fatto e penso che non lo farò mai. Mi rendo conto che non è facile improvvisarsi gestori del Paese, dal momento che le cose da imparare sono tante, a partire dalle minori quali lo smaltire tutte le sollecitazioni e le lettere per le quali ci vuole un allenamento. Io credo di essermi allenato in questi 40 anni, nel corso dei quali mi sono sempre impegnato a smaltire una quantità enorme di lavoro. Mi rendo conto che essere un bravo professionista non basta per essere poi un bravo politico. Io conosco tanti politici bravi che si dedicano al Paese, ma la maggior parte è costituita da tanti che pensano solo agli affari loro. Ma non voglio essere demagogico.

Dalla nascita, “nonsolochiacchiere” è d’accordo con lei nel suo impegno di «superare i confini imposti dalla stupidità delle burocrazie che da sempre combatto». Non pensa che le burocrazie siano volute da molti per giustificare il poco impegnativo “non far niente”?

La burocrazia fa parte dell’anima: non è solamente un’attitudine di organizzare il lavoro. Il burocrate trova soddisfazione e appagamento, probabilmente anche il massimo della felicità, nel bloccare – in nome di un aspetto formale – le iniziative, qualunque esse siano. Io paragono la burocrazia alla cirrosi, in cui il tessuto connettivo prende il sopravvento rispetto alla funzione, cioè rispetto al parenchima, alla cellula epatica. Un qualcosa che costringe, coarta, comprime. E alla fine schiaccia la funzione. È un fenomeno planetario. Evidentemente fa parte della natura dell’uomo, o meglio di alcuni uomini, l’anteporre con malizia, molte volte anche con cattiveria e violenza, gli aspetti formali a quelli sostanziali. Io l’ho sperimentato durante l’intera mia vita e continuo a sperimentarlo in questa mia attuale posizione, nonostante ci sia una forte spinta dal basso, invece rappresentata dai volontari, che cerca di portare il cuore al di là di tutta la burocrazia. Tutta la nostra dialettica, il nostro bipolo, qui in Croce Rossa, è tra gli aspetti formali e strutturali, che molte volte sono ipertrofici soprattutto qui a Roma, e invece una larga base di volontariato che lancia il cuore al di là dell’ostacolo, soprattutto nei comitati locali, che sono l’espressione della comunità che si organizza per superare i problemi e che, quindi, è aliena da bizantinismi e da barocchismi che sono caratteristici della burocrazia. Soprattutto della burocrazia romana. Se Croce Rossa e Villa Maraini, nei loro interventi d’urgenza, dovessero rispettare rigidamente gli schemi della burocrazia, non avrebbero fatto quanto è stato compiuto. Non è un caso che la Croce Rossa abbia ostacolato la nascita di Villa Maraini più di trent’anni fa e in tutti i modi. La stigmatizzazione e la discriminazione sono anche interni alla Croce Rossa. Se Villa Maraini è una fondazione autonoma e non è Croce Rossa è dipeso anche dal fatto che quest’ultima l’ha sempre rifiutata come figlia legittima. Al massimo l’ha tollerata come figlia illegittima. Gliel’ho fatta digerire a forza, a viva forza. Lo stigma interno è un problema mondiale. Noi stiamo combattendo contro lo stigma e la discriminazione dicendo che in campo di droga lo stigma uccide più delle sostanze. Stiamo cercando di fare un’azione mondiale affinché la Croce Rossa assuma la leadership di un movimento che faccia ragionare la gente che – in tema di droga – la maggior parte dei danni della droga è legata alla stigmatizzazione e alla discriminazione, cioè alla cattiva abitudine degli altri cittadini, che preferiscono non oggettivamente accettare. La galera per chi assume sostanze è un nonsenso perché il danno è più forte del bene. C’è una sproporzione.

Un’altra sua affermazione che ci ha colpito è «in un mondo di opposti, di gente che litiga, che appartiene a questo o a quello schieramento , per cui ragiona con il pregiudizio dello schieramento». “nonsolochiacchiere” sta conducendo in porto un’ampia iniziativa – dal titolo “La risultante delle forze” – con l’ambiziosa convinzione di mettere d’accordo i diversi schieramenti per contribuire alla sicurezza sociale. In tanti anni di attività, è mai riuscito a mettere d’accordo le diverse forze politiche?

Io parlo di terza via tra gli opposti estremismi del proibizionismo e dell’antiproibizionismo. Credo che operativamente Villa Maraini non abbia mai avuto nessun attacco frontale legato al mondo della politica. Da ogni schieramento ci appoggiano o, comunque, ci sopportano. Una sola volta, quindici/vent’anni fa, avemmo un grosso attacco da un giornale di “Comunione e Liberazione”, che si chiamava “Il Sabato”. Subimmo un attacco immotivato e un po’ volgare. Non c’è molto interesse dei politici verso la tossicodipendenza, poiché i tossici sicuramente non pagano. È solo un mare di disperazione, a volte di morte. Per cui l’unico utile per una forza politica è strumentalizzare. Produrre degli show, facendosi paladini o della purezza o della tolleranza senza incidere sul fenomeno. La cosa migliore che dovrebbero fare sarebbe quella di far funzionare i servizi.

Pensiamo che la classe dirigente, e non da oggi, evita d’impegnarsi con convinzione e determinazione a debellare la tossicodipendenza, poiché preferisce una gioventù drogata, che non si cura dei problemi del Paese e non ne crea a chi li dovrebbe risolvere. Sbagliamo nel pensar male?

Non credo che la classe dirigente voglia una gioventù drogata. Mi sembra un po’ eccessivo. In realtà non gliene frega niente sino a quanto non è coinvolto uno dei loro figli. Dopodiché diventano tutti agnellini. Noi, che vediamo tutta Roma, sappiamo che tante posizioni teoriche, pregiudiziali e ideologiche di fronte allo shock della realtà – quando toccano con mano – cambiano radicalmente. Tanti, per esempio, fanno grandi battaglie contro il metadone e, poi, si stendono alla richiesta di metadone per il loro figlio.

A parte il verificare la gestione del Servizio sanitario, perché la Croce Rossa Italiana – presente e attiva nei CPT – non interviene in carcere, ove si vive una realtà “ricca” di sofferenza umana?

Questa è una mia battaglia che sto facendo. Proprio questa mattina (13 agosto) abbiamo scritto alla Croce Rossa indiana perché ci sono due italiani reclusi in India, sempre per un problema di droga. Ci ha scritto una parte della Croce Rossa internazionale dicendo che loro si occupano di prigionieri politici e prigionieri di guerra. Noi rispondiamo loro che li ringraziamo per la replica e che rispettiamo il loro ruolo, che ben conosciamo: per questo la nostra richiesta ai vostri uffici era di facilitare il contatto con la Croce Rossa indiana che è stato particolarmente difficile. In ogni caso noi pensiamo che i prigionieri di “legge comune”, come questi, dovrebbero cadere all’interno del ruolo di una società nazionale. Ho fatto molti discorsi per spingere il movimento internazionale ad intervenire nelle prigioni. L’attività della Croce Rossa non è limitata alle cose pratiche, cioè ai servizi, ma ha anche un’altra dimensione, la quale si chiama “advocacy”. Il che significa parlare a nome delle persone vulnerabili: di coloro che non possono parlare, di coloro che contano niente, perché non hanno accesso ai mezzi di comunicazione di massa. Diciamo anche, nella nostra strategia 2010 della Croce Rossa internazionale, che l’advocacy opera su un terreno fertile se supportata dalle attività. Se no, tutti i fessi sono buoni a parlare! La credibilità della Croce Rossa è basata sulle attività. Abbiamo fatto una Conferenza mediterranea di Atene sul ruolo della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa nelle carceri non in tempo di guerra, proprio per spingere il movimento internazionale ad essere più attivo a livello nazionale. È una battaglia che stiamo conducendo a livello internazionale.

Tra i validi operatori di Villa Maraini non pochi hanno avuto esperienza diretta con la droga e il carcere. Ha mai pensato di reclutare volontari per la CRI tra i detenuti e gli ex?

Noi abbiamo rapporti con il Ministero della Giustizia nel settore di quella minorile e la Croce Rossa ospita nelle proprie sedi alcuni giovani, che sono condannati, in alternativa al carcere per un percorso di reinserimento e alcuni sono anche diventati volontari di Croce Rossa. Non solo ci ho pensato ma l’abbiamo fatto. L’altro giorno abbiamo mandato una circolare a tutti i Comitati con i risultati della Conferenza europea di Croce Rossa, nella quale c’è scritta proprio questa strategia, che è quella di associare le persone vulnerabili all’interno della Croce Rossa. Nella circolare più volte è sottolineata l’importanza di associare le persone vulnerabili al lavoro della Croce Rossa. Questo documento è stato ispirato proprio da noi ed è stato assunto a livello europeo.

La Croce Rossa Italiana pensa ad un intervento in Libano? La “Gruppo Iniziative Sociali Onlus”, cooperativa nata dall’esperienza di “nonsolochiacchiere”, si è posta l’ambizioso obiettivo di concorrere a costruire un ambulatorio sulle colline sopra Beirut. Stiamo sconfinando in un terreno non nostro?

Attualmente non siamo impegnati in Libano ma in Siria, ove assistiamo un milione e mezzo di profughi iracheni, che hanno invaso Damasco. Noi ci facciamo carico degli interventi chirurgici maggiori. Negli ultimi anni abbiamo pagato le cure chirurgiche per tremila pazienti. In questi territori c’è un padrone di casa, che per quello che ci riguarda è la Croce Rossa Libanese. Noi possiamo aiutare la Croce Rossa Libanese, non altre organizzazioni: il nostro referente è la Croce Rossa Libanese. Con la Mezzaluna Rossa siamo in ottimi rapporti di stretta collaborazione. Ai primi di settembre andremo in Quatar a discutere proprio dell’integrazione tra Croce Rossa e Mezzaluna Rossa. Noi siamo molto più avanti al sistema politico: noi siamo completamente e perfettamente integrati. Tra Croce Rossa e Mezzaluna Rossa non c’è alcuna differenza e operiamo costantemente insieme. In Palestina, Yemen, Afghanistan e Siria siamo stati insieme proprio a confermare la comune identità d’azione. Noi andremo in Libano se ce lo chiederà l’Esercito. Le esigenze ospedaliere per le truppe in Libano sono assolte dal Belgio. Attualmente la Croce Rossa non ha un ospedale in Libano. Bene comunque un vostro impegno in tal senso.

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