SCANDALI: le accusa esplosive di un alto dirigente
Burocratizzata, schiava dei partiti, mal governata. La più importante organizzazione umanitaria è in crisi. A dirlo è un uomo che la conosce bene: il capo dei 70 mila volontari. Che nei giorni scorsi ha preso una decisione clamorosa, per protesta contro “la non corretta gestione dei fondi”. E ora ha deciso di attaccare i massimi vertici.
“Soffro a vedere la Croce rossa maltrattata in questo modo”. Massimo Barra, 52 anni, la Cri la frequenta da quando era un bambino. Ci ha creduto e ci crede: nel suo studio c’è una foto di quando aveva otto anni e, a fianco di una crocerossina, partecipa a una manifestazione a Roma con sullo sfondo la cupola di San Pietro. Da quel giorno non ha mai abbandonato l’associazione. Barra è medico, conosciuto nel campo della lotta alla droga, ed è uno dei massimi dirigenti dell’organizzazione: ispettore nazionale, cioè capo dei Volontari del soccorso, il movimento che raggruppa 70 mila soci attivi, una forza.
Ed è stufo di come viene gestita la Croce rossa. “Non se ne può più” dice. “So perfettamente che con questa intervista rischio l’espulsione, ma non sarebbe giusto restare in silenzio. I Volontari del soccorso mi hanno delegato a parlare per il bene che ancora nutrono verso questa organizzazione e per il rispetto nei confronti di chi ha bisogno del loro aiuto”. Barra e gli altri dirigenti del Consiglio nazionale dei Volontari hanno approvato all’unanimità un ordine del giorno in cui decidono di “sospendere la partecipazione alle campagne di raccolta fondi promosse e gestite dal Comitato centrale” per protestare contro “la non corretta gestione di fondi raccolti per operazioni umanitarie e non impiegati o, addirittura, dirottati a copertura di costi di gestione ordinaria”. Un’iniziativa clamorosa che, in pratica, priva la Croce rossa nazionale del contributo del suo braccio operativo.
Dottor Barra, avete deciso di non raccogliere più fondi per la Croce rossa, ma in Italia e nel mondo c’è gente che continua ad avere bisogno di aiuto.
Continueremo a raccogliere fondi per le iniziative gestite a livello locale, quelle che garantiscono trasparenza ed efficienza. Per le altre dovevamo prendere una decisione forte, di rottura. Proprio perché c’è ancora tanto bisogno di aiuti ci vuole una Croce rossa che funzioni. E questa, proprio, non funziona a dovere.
Che cosa non funziona?
Non credo che ci sia una “Crocerossopoli”, non lo so, non mi risulta. Ma so che quanto scritto da Panorama a proposito dell’uso tardivo e incompleto dei fondi raccolti corrisponde, purtroppo, alla verità.
Come mai succedono queste cose?
Perché questa Cri è un ente burocratizzato, un pezzo di sottogoverno che fa acqua da tutte le parti.
Ma anche lei fa parte della Cri, anzi, è uno dei massimi dirigenti.
Un momento, io sono il capo dei Volontari del soccorso e da questa postazione vedo che la Croce rossa a livello centrale non punta sul nostro lavoro. Anzi, quando può, lo ostacola.
Com’è possibile?
Sappiamo che è difficile crederlo, ma è così. In Italia abbiamo oltre mille sedi, potremmo arrivare dappertutto, ma spesso siamo costretti a non intervenire o a intervenire in ritardo. Non le pare assurdo?
Non sarà forse anche colpa vostra?
In qualche caso sì, può essere, ma il più delle volte abbiamo l’impressione di essere frenati a favore di altre organizzazioni “politicamente più corrette”, associazioni che quando suona la campana delle elezioni rispondono più di noi.
La sta buttando in politica.
Per forza, la Cri è sempre stata politicizzata e lo è ancora.
Forse lei non è politicamente d’accordo con chi comanda l’organizzazione ed è per questo che fa polemica.
Non scherziamo. Io alla Croce rossa autonoma, svincolata dai partiti, ci credo davvero. Con questa impostazione 18 mila volontari hanno manifestato nel 1996 per le strade di Roma per rivendicare un nuovo statuto. Forse, senza saperlo, abbiamo pestato troppi piedi.
Secondo lei, ora la Cri non è autonoma?
No, non lo è.
E chi comanda?
Tocca ai popolari, così come nella Prima repubblica se la dividevano i democristiani e i socialisti. Il presidente, la signora Mariapia Garavaglia, è il garante di questo modo vecchio di intendere la Croce rossa. Per questo i Volontari del soccorso non sono d’accordo.
Ed è per questo che, secondo lei, la Cri non funziona?
Non solo per questo. La Croce rossa è un ente pubblico e ha tutti i difetti derivanti da questo status, burocratizzazione in primo luogo.
Insomma, sta dicendo che la Cri è un carrozzone?
Sicuramente l’operatività locale è frenata dal centro ed è un peccato perché c’e ancora tanta gente che crede nella Cri, sia tra quelli che ci lavorano dentro, tanto dipendenti che volontari, sia tra i cittadini che, grazie al nostro lavoro, continuano ad avere un’immagine positiva dell’organizzazione
Può fare qualche esempio di quella che lei chiama burocratizzazione?
Per mettere fuori uso un’ambulanza ci vuole il consenso del ministero della Sanità, per targarla ci vuole un secolo, qualunque decisione importante deve essere approvata dai ministeri “vigilanti” in barba al principio di indipendenza della Croce rossa.
Già, perché lo Stato finanzia la Croce rossa.
Certo, ogni anno nella Legge finanziaria c’è uno stanziamento. E secondo noi Volontari non va bene un finanziamento indiscriminato. Ben vengano fondi pubblici, ma solo per progetti mirati, specie al Sud, su cui fare il rendiconto sempre secondo criteri di trasparenza e correttezza. Anche la Croce rossa internazionale non è d’accordo che una società nazionale dipenda così tanto dai soldi del governo.
Non sarà un pò estremista?
Realista, direi. La dipendenza dallo Stato fa della Croce rossa un ente pubblico lento, appesantito da mille procedure, a sovranità limitata, attento più alla forma che alla sostanza delle cose. In questo modo la Cri ha perso di vista la gente e i suoi bisogni. Qualsiasi decisione, anche la più innocua e insignificante, in questo contesto rischia di diventare un affare di Stato.
Ma senza i soldi statali la Cri da sola ce la farebbe?
Il problema della Croce rossa non sono i soldi. In molte località abbiamo costruito sedi miliardarie con il lavoro dei volontari e il contributo della gente che è molto generosa. A patto che non tradiamo la fiducia che ripongono in noi.
Ne è convinto?
Ne sono sicuro. Nonostante gli scandali, l’immagine dell’organizzazione resta buona. I cittadini vedono per strada noi volontari aiutare i drogati, gli emarginati, i feriti, chi ha bisogno. Ogni anno i nostri mezzi percorrono oltre 40 milioni di chilometri per effettuare 1 milione di interventi a favore di 1 milione e mezzo di vittime. E questo conta.
Ma poi c’è anche l’altra faccia della Cri, quella dell’organizzazione burocratica e centralizzata.
Si, ma è la prima che deve emergere.
Cioè?
Vi sembra sensato che la Croce rossa gestisca un laboratorio per le analisi del sangue, oltretutto perdendo soldi là dove tutti gli altri guadagnano? Mica siamo il Mozambico, a queste cose pensi il servizio sanitario nazionale. Noi dobbiamo arrivare dove lo Stato non può o non sa arrivare, in quelle zone di frontiera come le vere emergenze nazionali, le calamità, l’emarginazione, l’esclusione sociale.
Non è una visione riduttiva?
La Croce rossa sta perdendo iscritti a livello mondiale, fino a qualche anno fa erano 200 milioni, ora sono la metà. Sta cambiando il modo di organizzare la solidarietà. Médecins sans frontières è nato da una costola della Croce rossa. Inoltre la gente esige giustamente di vedere come vengono utilizzati i soldi donati per la solidarietà. Non è più il tempo di organizzazioni burocratiche e centralizzate.
E allora?
Il primo passo dovrebbe essere un nuovo statuto per ridare autonomia ai comitati locali ora vessati dalle procedure del centralismo burocratico. E poi la privatizzazione.
Non le pare di correre un pò troppo?
La Cri ha bisogno di una cura dimagrante, restare un ente pubblico finisce per allontanarla dalla gente e dalle sue necessità. Dovrebbe tornare a essere un’organizzazione ausiliaria dei poteri pubblici, non essere uno di questi poteri. Del resto in molti paesi la Croce rossa è privatizzata.
Il consiglio nazionale dei Volontari che lei presiede di recente ha approvato un documento in cui si chiede il “ripristino della legalità all’interno dell’ente”. Oggi non c’è legalità?
Abbiamo solo ripetuto quanto scritto da uno dei quattro componenti del vertice del comitato centrale. Di sicuro i regolamenti sono considerati optional.
Perché la Croce rossa internazionale non è mai intervenuta a censurare i comportamenti di quella italiana se sono così scorretti come lei dice?
Per un elementare principio di non ingerenza e poi, francamente, sono altre le emergenze con cui deve fare i conti.
In passato sia il Parlamento sia la Corte dei conti e perfino organi di controllo interni alla Cri hanno aspramente criticato la gestione centrale dell’organizzazione. Ma poi non è successo niente; come lo spiega?
Con quello che dicevo prima. Per esempio, il ministro della Sanità, Rosy Bindi, sa tutto sulla Cri, non ama l’attuale gestione, ma non la tocca, non può e non vuole.
E il governo? Non sono mica tutti popolari.
Ma voi ce lo vedete Massimo D’Alema, con tutte le grane che si ritrova con gli alleati, che batte il pugno con i popolari per far funzionare la Croce rossa? Sa che nella spartizione la Cri tocca a loro, punto e basta. Ma così non può andare avanti.