Così ha scritto qualcuno per ricordare Enzo Baldoni, che definiva se stesso una “balena”. Le bandiere arcobaleno sono a lutto per un uomo di pace assassinato dalla guerra irachena. Troppe domande sul suo sequestro e sulla sua morte rimangono ancora senza risposta
PASSANO i giorni, diminuiscono le certezze. La prima ricostruzione del presunto sequestro e della morte di Enzo Baldoni e del suo autista Ghareeb è andata in pezzi in meno di 24 ore. Il «giallo» del video si è dimostrato per quello che era, una bufala costruita [soprattutto dal Corriere della Sera, che ha raccontato nei dettagli scene mai esistite] citando fonti quantomeno discutibili.
La Farnesina, Frattini e i vertici dei servizi segreti hanno peccato, come minimo, di leggerezza. La versione ufficiale del commissario straordinario della Croce Rossa italiana, Maurizio Scelli, è cambiata almeno due volte, tra venerdì e sabato. E, al momento in cui scriviamo, è lontana dall’essere attendibile.
Probabilmente qualcosa in più sarebbe in grado di dirla Giuseppe De Santis, capo missione Cri a Baghdad, amico di Baldoni e presente nel convoglio che tra il 19 e il 20 agosto ha condotto la sua spedizione «non autorizzata».
Ma Scelli ha attaccato De Santis, sabato 28, ancora sul Corriere, accusandolo di essersi lasciato «gasare» da Baldoni e di aver sottovalutato il rischio. Una spiegazione che non spiega. E puzza di caccia al capro espiatorio.
Di certo, oltre alla morte di Enzo e Ghareeb, c’è che il personale della Croce Rossa a Baghdad ha ricevuto ordine di non parlare dell’accaduto, di non rispondere alle domande. Tra il caso Baldoni e la Croce Rossa, o almeno una parte dei suoi vertici, è stata posta immediatamente una barriera. Perché? Per questioni interne all’organizzazione, come ipotizza qualcuno dei vertici internazionali della Croce Rossa? Un conflitto tra l’anima «volontaristica» e quella istituzionale?
Può darsi che ci siano problemi più complessi. Perché a dare l’annuncio della scomparsa di Baldoni è stata l’ambasciata italiana, citando controlli di routine sui connazionali [che non sono mai stati fatti], e non la Croce Rossa, che sapeva benissimo dove e quando Baldoni era scomparso? Per ora, ci sono soprattutto domande.
Il convoglio è arrivato a Najaf?
Le versioni divergono. Scelli sostiene che il convoglio non è arrivato nella città santa sciita, assediata dall’esercito statunitense e dalle forze del governo di Allawi. Secondo questa ricostruzione, i camion della Cri avrebbero ripiegato su Kufa. Una giornalista free lance australiana che si trovava nel convoglio dice, però, una cosa diversa. E cioè che i camion carichi di acqua, medicinali e kit chirurgici di emergenza sono riusciti a entrare a Najaf, almeno per qualche chilometro, fino alle vicinanze del Mausoleo di Ali, base degli uomini di Moqtada al Sadr.
Qualche giorno prima, il 15 agosto, un primo convoglio «non autorizzato» [materiali della Croce Rossa su veicoli della Mezzaluna Rossa] aveva fatto la stessa strada, arrivando fin dentro il mausoleo. Dove – scrive Baldoni e riferisce Diario nel numero della settimana scorsa – Moqtada in persona aveva consegnato una lettera di ringraziamento alla Croce Rossa.
In pochi giorni, il cerchio attorno alla città sciita si è fatto più stretto e, racconta Helen, l’australiana, a fermare i camion della Cr sono stati i marines. Non prima, però, che qualche miliziano ferito potesse ricevere un minimo di assistenza. La destinazione è importante. Anche il convoglio del 15 agosto era stato bloccato da Roma. Ufficialmente per motivi «tecnici»: i mezzi non erano in buone condizioni.
Il secondo stop, tuttavia, induce a pensare che i motivi non fossero tecnici, ma politici. Massimo Barra, vicepresidente della Federazione internazionale di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, dice che si tratta di «questioni istituzionali, di rispetto delle regole che stabiliscono che, se in un paese operano più federazioni nazionali di Croce Rossa, allora a decidere delle operazioni è la ‘leading agency’. In caso di guerra, è la federazione internazionale».
Insomma, non si può andare in ordine sparso. De Santis lo sapeva. Se tutto fosse andato liscio, come nella missione del 15 agosto, probabilmente, nessuno avrebbe sollevato obiezioni. Visto che le cose sono andate male, il problema si pone. La spiegazione tecnica, ancora una volta, non cancella i dubbi.
Il problema era proprio Najaf?
Dal silenzio degli operatori della Croce Rossa a Baghdad rimbalza una perplessità. Per quanto la strada tra Baghdad e Najaf sia pericolosa, due mine, una all’andata e una al ritorno, contro lo stesso convoglio, sembrano un po’ più di un attentato casuale. Forse più di una tessera del mosaico iracheno non voleva che questi mezzi arrivassero a Najaf.
Per la Croce Rossa, per la sua parte «istituzionale», sarebbe effettivamente imbarazzante ammettere che si portano soccorsi a chi resiste alle forze statunitensi e al «legittimo» governo iracheno. Nel convoglio precedente, aveva scritto Baldoni, viaggiava un dirigente delle milizie di al Sadr.
Nello stesso tempo, però, qualche piccolo favore umanitario a Moqtada al Sadr può servire a «proteggere» le installazioni, il personale e i militari italiani. Nassiriya è in zona sciita. Un «convoglio di buona volontà» era stato organizzato anche durante il sequestro di Agliana, Stefio, Cupertino e Quattrocchi con destinazione Falluja, allora epicentro dei combattimenti. Se tutto fosse andato liscio, ci sarebbe stata una carta in più da giocare con gli sciiti.
Un rapimento casuale?
Una mina all’andata e una al ritorno. La macchina di Baldoni e Ghareeb che precede il convoglio. Scelli dice di alcune centinaia di metri. Tuttavia, nel blog di Helen c’è una foto del convoglio scattata subito dopo l’esplosione della prima mina: la macchina bianca su cui si presume siano Ghareeb e Baldoni è visibile a poca distanza dal primo camion.
Al ritorno le cose sono cambiate? Perché? Helen racconta anche della seconda esplosione, sulla via del ritorno, a soli cinque chilometri dal posto della prima e a un chilometro da un check point della polizia irachena. Perché gli agenti non sono intervenuti subito, e ci sono voluti tre giorni prima di riconoscere il corpo di Ghareeb all’obitorio di Iskanderiya? Chi lo ha portato lì?
Una risposta a queste domande arriva da un articolo comparso sul sito www.reporterassociati.org. Marco Mostallino, citando fonti della Mezzaluna Rossa irachena, scrive che la macchina di Baldoni non era la prima, ma la seconda del convoglio [e quindi smentisce Scelli], e dice che a recuperare il corpo di Ghareeb sono stati alcuni civili accorsi dopo l’esplosione.
Il funzionario della Mezzaluna Rossa aggiunge anche che, nonostante gli sforzi dell’organizzazione, non è stato possibile individuare il gruppo che ha rapito Baldoni ne avviare alcun contatto. Altro che le «trattative» e 1’«ottimismo» di Scelli e di Frattini. La fonte si chiede anche come mai l’auto di Baldoni sia stata presa di mira con tanta precisione. Potrebbe essere stata un’ azione «chirurgica»?
Se così fosse – ma è solo un’ipotesi – quale potrebbe esserne la ragione? Baldoni è il numero 52 [al 28 agosto] nella lista dei caduti della stampa internazionale. Con i giornalisti, l’Iraq è stata la guerra più letale della storia.
La risposta potrebbe essere nelle ore che il convoglio ha passato tra Najaf e Kufa, e nella «pista» che Baldoni stava seguendo per arrivare a intervistare Moqtada al Sadr. C’era andato vicino, come racconta lui stesso nel suo blog, con il convoglio precedente, quello del 15 agosto. Forse, Enzo Baldoni potrebbe essere stato ucciso per il suo lavoro e per come lo faceva. Per essere entrato, due volte, dove i giornalisti non sarebbero dovuti arrivare. Se non «a lavoro concluso».
Il video era autentico?
Enzo Baldoni compare nei video dei rapitori con una maglietta diversa da quella che indossava il giorno in cui sparì. Gliel’avevano data i sequestratori? Oppure, come qualcuno ipotizza, il video è stato fabbricato con immagini tratte dai nastri che Baldoni portava sempre con sé? In quei pochi secondi, Baldoni dichiara solo il suo nome e nazionalità, e più volte guarda in basso, come leggesse da un testo preparato prima.
Ma se il video è stato costruito così, non potrebbe Baldoni essere rimasto ucciso insieme al suo interprete, dopo di che qualcuno ha messo in scena il rapimento, concluso così rapidamente per evitare che l’inganno venisse scoperto? In questo modo si spiegherebbe l’inusuale, anche secondo fonti di Al Jazeera, assenza di un video dell’uccisione: la foto potrebbe essere stata scattata a un Baldoni già morto nello scoppio della mina.