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Interventi · 26 Giugno 2000

L’illusione dell’Armenicum

Da: La Repubblica — 26 Giugno 2000 · IT

Un nuovo farmaco, un ospedale blindato in Armenia, una centrale operativa in Puglia: e gli esperti lanciano l’allarme

Aids, viaggi della speranza a Erevan: “Un rimedio miracoloso”

IL SEGRETO è custodito in un ospedale bunker alle porte di Erevan, tra i laboratori di un edificio modernissimo che spicca come una fortezza nella periferia desolata della capitale armena. Guardie armate e vigilanti decisi. Inutile avvicinarsi se non si è invitati. O ammalati. O disperati.

Perché l“ dentro c’è l’Armenicum. Ultima speranza, o forse ultimo inganno nella lotta contro l’Aids.

Erevan, Erevan: il nome risuona come un tam tam da mesi tra i sieropositivi di Europa e Stati Uniti, il passaparola viene rilanciato su Internet, e i viaggi della speranza, iniziati in sordina a metà del 1999, sono diventati una corsa collettiva verso l’Armenia, verso il nuovo farmaco che promette di portare “quasi a zero” la carica distruttiva del virus.

L’onda degli arrivi a Erevan cresce, gli ammalati si presentano a gruppetti, con l’illusione nel cuore, con il desiderio, che non si placa mai, di guarire un giorno, e proprio oggi da Bari, vera centrale operativa di questo strano traffico di esseri umani, partirà un nuovo drappello di sieropositivi, alcuni in buone condizioni, altri già con l’Aids conclamato.

Ma chi è tornato, dopo due cicli di cura, denuncia: “I nostri valori sono peggiorati, non abbiamo avuto alcun beneficio. E le associazioni italiane che si occupano delle persone infettate dall’Hiv lanciano l’ allarme: “E’ in atto una sperimentazione incontrollata sui malati dei nostri paesi, che iniziano a rifiutare le terapie tradizionali…” La storia dell’Armenicum è complessa, affonda le radici nello sfacelo dell’impero sovietico. Mescola enigmi scientifici ai misteri dei capitali di magnati russi e armeni che hanno visto nel nuovo preparato a base di iodio e litio il business planetario che potrebbe essere, se la sua efficacia verrà dimostrata, la miniera d’oro della scalcinata repubblica armena, dove l’80 per cento della popolazione vive sotto la soglia di povertà.

Ma il segreto di Erevan ha una sua appendice, anzi una centrale operativa proprio in Italia, in Puglia e a Bari per la precisione. Qui infatti opera un noto oncologo di origine armena, il professor Artur Timurian, referente scientifico dell’Armenicum Clinical Center di Erevan, medico a cui si viene indirizzati dall’ambasciata armena di Roma quando si cercano notizie del nuovo farmaco. Il professor Timurian dal marzo scorso, attraverso una società privata, la Barev s.r.l, organizza viaggi per sieropositivi a Erevan. Gruppi di ammalati che per un costo complessivo di 6 milioni di lire (viaggio aereo pi degenza, l’Armenicum fino ad ora era gratis) si sottopongono alla cura.

Barev è una società formata un commerciante di abbigliamento all’ingrosso di Bari, da un russo specializzato in importexport, e da un noto oculista della città. Una partecipazione azionaria piccolissima, “nell’ordine dell’1 per cento” ce l’ha anche il professor Timurian. La Barev sarebbe già in possesso dei diritti per commercializzare il farmaco quando e se l’Armenia deciderà di aprisi alla comunità internazionale. Timurian è cauto.

“Posso soltanto dire che il farmaco non è tossico. Ho visto anche dei miglioramenti. E so che c’è un enorme interesse sull’Armenicum”. Stop. Ma proprio da un gruppo di ammalati pugliesi che fanno parte della Lila, dopo due trasferte a Erevan è partita la denuncia: “Stiamo peggio di prima, quel preparato brucia nelle vene come il fuoco. Per nessuno di noi, e lo dimostrano gli esami fatti in Italia, le condizioni della malattia sono mutate, anzi alcuni hanno avuto pesanti effetti collaterali”.

A poco però valgono le parole quando su Internet, al sito Armenicum, si trovano decine e decine di testimonianze in positivo di ammalati di tutto il mondo ché raccontano, invece, quanto e come la loro vita sia cambiata dopo due o tre cicli di Armenicum. Una situazione che ha spinto Vittorio Agnoletto, presidente della Lila, e Massimo Barra, presidente dell’Erna (la rete di agenzie della Croce Rossa che si occupano di Aids), appena tornato da Erevan, a chiedere che le organizzazioni internazionali si mobilitino perché a questo punto si faccia una sperimentazione con “parametri occidentali” dell’Armenicum.

Racconta Massimo Barra: “Ho deciso di andare ad Erevan perché mi sono reso conto che tra i malati di Aids si sta diffondendo una specie di leggenda sull’Armenicum, vedo ragazzi disposti a tutto pur di partire per l’Armenia. Mi sono trovato in una situazione effettivamente blindata, perché credo che ad Erevan ci sia il terrore che le grandi multinazionali occidentali rubino la formula”. “La prima persona che ho incontrato continua Barra è stato il capo del progetto, un certo Levon Gevorgyan, in un ufficio lussuoso al centro di Erevan, guardato a vista dalla sua sicurezza privata.

Mi risulta che sia ricchissimo e anche un grande produttore di Cognac… Dal punto di vista scientifico aggiunge Barra non posso pronunciarmi, posso solo dire ciò che ho visto nei laboratori. L’Armenicum è un farmaco a base di iodio e litio in soluzione fisiologica. Che lo iodio sia un antisettico è noto, cos“ come sono conosciute le proprietà immunostimolanti del litio. La novità è averle messe insieme e somministrare il preparato per endovena. Gli armeni sostengono, su una statistica di circa 150 casi, che la carica virale si abbassa moltissimo e i Cd4 (linfociti da cui dipende il funzionamento del sistema immunitario ndr) aumentano.

Cioè la grande scommessa di tutti coloro che si occupano di ricerca sull’Aids. Vero? Falso? I dati attuali sono veramente scarsi per esprimere qualunque giudizio, ma l’Armenicum è già una leggenda, e per evitare speculazioni noi dobbiamo attuare una sperimentazione. Mi appello al ministro Veronesi: si metta in contatto con le autorità armene, apriamo un canale, per evitare ai malati inutili sofferenze e inutili illusioni. Se poi conclude Barra ci fosse invece una verità dietro, che errore sarebbe stato non prenderla in considerazioni”. Vittorio Agnoletto è ancora pi deciso: “Noi siamo veramente preoccupati.

Questi viaggi della speranza rischiano di trasformare i pazienti in cavie. Spetta agli organismi internazionali come l’Unaids, o la Ias cercare un accordo con le autorità armene, garantendo loro la paternità del brevetto, ma imponendo una sperimentazione reale”. Il nodo infatti è tutto qui. La segretezza che circonda l’ospedale di Erevan, lo scetticismo della comunità internazionale, ma anche il boicottaggio delle multinazionali che gestiscono i farmaci antiAids che hanno creato un vero e proprio monopolio del mercato. La cura infatti, per adesso, è possibile soltanto nell’ospedale di Erevan… L’Armenicum, questa è la storia, è stato scoperto da uno scienziato russo Emil Gabrielyan, ex ministro della Sanità quando l’Armenia faceva parte dell’Urss.

Sarebbe stato però Levon Gevorgyan, ricchissimo uomo d’affari, a mettere i primi fondi e formare l’équipe di scienziati russo armeni che dal 1993 studiano gli effetti della composizione di iodio e litio sui malati di Aids. Gran parte dei miliardi necessari a costruire l’ospedale (inaugurato nel dicembre scorso) arrivano invece un altro multimiliardario dell’ex impero sovietico, il petroliere Michael Bagda Sarov. E c’è un risvolto dove questa vicenda sconfina nella spystory, una spystory non confermata naturalmente. Sembra che all’origine del mistero Armenicum ci sia un gruppo di ex alti funzionari del Kgb, liquidati, nei giorni della rovina dell’Impero, non con soldi ma con fascicoli segreti. E uno di questi fascicoli sarebbe stato proprio il dossier sulle ricerche di farmaci per malattie virali come la febbre gialla…

Da qui, poi, l’intuizione di spostare le applicazioni del cocktail sulla cura dell’Aids. I confini tra la verità e la fiction si confondono, ma la realtà è che tra qualche tempo, esauriti i primi gruppi sperimentali, gli ammalati eh e si recheranno ad Erevan, l’Armenicum dovranno pagarlo. Si mormora già di cicli dal costo di 20 milioni. Il timore è quindi che in assenza di un accordo si creino in Europa, ma anche negli Stati Uniti, degli Armenicum Clinical Center cliniche private, “dove si speculerà sulla disperazione degli ammalati”.

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