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Interventi · Agosto 1983

Mass media

Da: Il Delfino — Agosto 1983 · IT

Se uno studente di prima media, come ha riferito il responsabile dell’ Educazione alla salute presso il Provveditorato di Terni, Lido Pirro, in un tema scrive: “spacciando droga si guadagna bene, peccato che qualche volta si finisca in galera…” di chi è colpa? Scuola e famiglia denunciano il proprio disagio di fronte ai modelli di seduzione pubblicitaria ed ai comportamenti che i mezzi di informazione con il loro crescente potere, impongono.

La comunicazione di massa tende a promuovere conformismo e coscienze acritiche, rappresentando essa stessa fattore di rischio nel ricorso alla droga. In una logica regolata dal mercato e dagli indici di ascolto, la droga costituisce solo uno dei tanti argomenti da vendere. La commissione sul “Ruolo dei massmedia, dei messaggi e delle campagne di informazione nella prevenzione”, si è posta alcuni interrogativi preliminari, inquietanti e un po’ provocatori.

Li ha riassunti Massimo Barra, medico e fondatore della comunità di Villa Maraini a Roma: quotidiani, periodici, radio e televisioni hanno davvero interesse a combattere la droga e promuovere campagne preventive? Parlare di droga, anche se male, funge da deterrente o al contrario da incentivo? Quale effetto produrrebbe lo “staccare la spina” e l’ignorare del tutto la droga, almeno in cronaca nera? E’ realistico pensare ad un riequilibrio fra gli stimoli al consumo basati su emozioni irrazionali (sostanze che creano le atmosfere, fascino del proibito, climi di avventure, ecc.) e gli stimoli opposti che alludono alla realtà più cruda (bronchiti croniche, cirrosi epatiche, tragiche morti all’angolo della strada)? Alcune risposte ci sono.

Le critiche allo scandalismo, al sensazionalismo, all’iconografia terroristica, ai falsi scientifici in materia, sono antiche quanto l’esplosione del fenomeno droga in Italia. Eppure la disinformazione, specie nei titoli e nelle foto (e quanti italiani si limitano alla lettura di titoli e foto soltanto!) appartiene anche il presente. E non risparmia i telegiornali, i settimanali di politica e costume, né la stampa di settore come quella sportiva. L’analisi va puntata su alcuni bersagli precisi: – il persistere di pregiudizi nei confronti di chi fa uso di droga (vizioso, delinquente, malato, irrecuperabile), che accrescono il divario culturale e le barriere emotive tra chi è direttamente a contatto con il problema è gli altri; – la netta prevalenza dei temi di cronaca nera, con eccessi descrittivi, acrobazie aritmetiche sulla conta delle vittime, traduzione in valore commerciale delle sostanze sequestrate: il che, oltre a trascurare del tutto l’aspetto educativo del fenomeno, induce assuefazione nel lettoreascoltatore, costringendo l’informatore ad elevare le dosi sensazionalistiche del messaggio; – il contenuto dei messaggi stessi, improntati al miracolismo farmacologico o comunitario, con i suoi meccanismi di delega; o all’esasperata impotenza dinnanzi allo strapotere di mafia, di camorra e malavita organizzata, con la conseguente sfiducia; insieme ad altre contraddizioni che lasciano il cittadino nella completa demotivazione senza indicargli strade praticabili di impegno.

Naturalmente non aveva senso limitarsi a processare i massmedia. Alla commissione hanno partecipato anche i giornalisti. Per Piero Badaloni del TG1, “è necessario passare da un atteggiamento irrazionale ed emotivo dell’informazione ad una fase due più consapevole e responsabile, fuori da sensazionalismi ed eccitazioni”. Secondo il suo collega Nuccio Fava, “i massmedia hanno da ripensare e riproporre la loro funzione in questa direzione: l’obiettivo è dimostrare che il recupero dei drogati è possibile. Difficile, complesso, ma possibile. Ritengo questo il terreno più efficace per la stessa prevenzione.

Tanto più contribuiamo a far venire fuori dal tunnel della droga, tanto più vorrà dire che saremo capaci di favorire tipi di cultura, valori, comportamenti e quindi motivazioni e significati di vita, di responsabilità e di capacità di stare sulle proprie gambe” “Gli operatori dell’informazione – ha detto Antonio Leone del GR1 – devono chiedersi se, come e quando è opportuno parlare di un avvenimento. Ma non basta. Perché nel nostro paese gli strumenti della comunicazione, e per essi gli uomini che li dirigono, assumendosi il compito di dare ampi spazi a modello di comportamento di importazione, accettando in chiave consumistica ogni immagine, testo, argomento, forma di spettacolo, di fatto mettono in difficoltà i singoli operatori.

E non li incoraggiano ad approfondire la conoscenza della società in cui vivono e lavorano -. L’ondata di telefilm a base di violenza che ha invaso l’emittenza privata italiana ne è una prova lampante. “Ma – ha ribadito Leone in positivo – un’informazione responsabile e attenta ai mutamenti della pubblica opinione può svolgere un grande ruolo collocandosi fra un paese che è cresciuto ed istituzioni che non hanno ancora il passo giusto per cogliere tutto ciò che di nuovo c’è nei fermenti sociali”.

Ma come? Una prima richiesta concerne la diminuzione degli spazi concessi alla cronaca nera, per riconvogliare l’interesse verso i problemi veri dei giovani coinvolgendo i giovani stessi, capaci di entrare in comunicazione diretta con i coetanei. Un secondo punto è la necessità di meglio indirizzare chi può e deve effettivamente assumersi il carico della prevenzione primaria, cioè genitori, insegnanti, educatori.

Se non si può pretendere che i grandi media svolgano un’ azione principalmente educativa, occorre almeno esigere che essi non siano diseducativi. C’è bisogno di norme (o del rispetto di quelle vigenti) per evitare che personaggi pubblici esibiscano comportamenti da cui emerga seduzione per il consumo di droghe, a partire da sigarette e alcolici. La pubblicità indiretta è cos“ importante che perfino la Commissione stupefacenti dell’Onu ha sottolineato nel documento finale della sua ultima sessione “il disappunto che personalità molto in vista, esse stesse tossicodipendenti, siano spesso presentate come persone che conducono un genere di vita brillante e invidiabile “.

Il riferimento è soprattutto al mondo dello spettacolo, che larga presa ha sui giovani. C’è poi la pubblicità diretta, quella ufficiale. La commissione ha chiesto di pensare seriamente a vietare o limitare negli spazi o nei modi la promozione di alcolici, superalcolici, sigarette e farmaci. I codici di autodisciplina pubblicitaria sono inadeguati; è indispensabile il legislatore o altra autorità che sappia vagliare i pericoli insiti nei messaggi. Già da due anni, il testo unificato del Comitato ristretto della Camera impegnato a proporre le modifiche alla legge 685 sulle tossicodipendenze, prevede l’introduzione del divieto di pubblicizzare in qualsiasi modo gli alcolici superiori ai 20 gradi.

Passerà questo articolo oppure gli interessi dei produttori ne determineranno l’affossamento? Più ancora, forse, sarebbe utile educare il pubblico – giovani e adulti – a leggere i messaggi in modo critico, conoscendo più da vicino le armi linguistiche dei potenziali avversari, o comunque dei persuasori per sapersi difendere. Questo costituisce uno dei maggiori bisogni educativi dei giovani. Anche a questo scopo – si è detto nella commissione – è utile valorizzare quella piccola stampa o emittenza espressione di gruppi di volontariato che fornisce altra informazione se non proprio controinformazione.

Ai massmedia, comunque, non si possono affidare campagne di prevenzione indiscriminate, anche se con linguaggi, strumenti e contenuti corretti. Gli investimenti economici e professionali non potrebbero evitare i formati anomali, lo scarso riscontro degli esiti e il sospetto di avere stornato denari pubblici da iniziative più utili, tranquillizzando le coscienze dei politici (“abbiamo fatto quello che potevamo”) e dell’opinione pubblica (“c’è qualcuno che pensa anche per noi a convincere i nostri figli”).

“Chi va a vedere i filmini antidroga? – si è chiesto Massimo Barra – non certo chi sta ai margini. Per costoro ci vogliono altri messaggi, un altro modo di comunicare, perché è diverso il linguaggio degli emarginati. La comunicazione verbale spesso diventa secondaria rispetto a quella non verbale, vibrazionale ed emotiva in cui tutto è relativo ed incerto, e non può essere recepito il messaggio sicuro, certo, a volte arrogante del manifesto”.

Le campagne, semmai, debbono essere mirate, selezionare i destinatari, evitare i modelli dissuasivi basati sull’allarmismo. “Qualsiasi iniziativa – mostra, audiovisivi, manifesti -avrà tanto più senso quanto più rafforzata da un contesto di analisi critica, da una continuità nel tempo e da una conseguente operatività”, ha detto Alberto Tinorelli, medico del CTST di Ferrara, che ha anche avvertito: “Ci sono difficoltà insite nei tentativi di negare un oggetto. Il far non fare diventa compito difficile soprattutto se si fonda su proibizioni legate all’ideologia, alla morale e al costume. In alcuni colleges inglesi qualche anno fa sono stati esaminati i risultati di cicli di conferenze contro la marijuana. Ebbene, il consumo era aumentato fra gli studenti dopo la campagna”.

Indicazioni analoghe vengono dai paesi scandinavi e dagli Stati Uniti. I primi risultati positivi si sono avuti quando, anziché avvertire sui rischi per la salute, si è cercato di smontare i modelli culturali proposti dalla pubblicità stessa di prodotti come i tabacchi. “Paradossalmente ma non troppo, il miglior modo di far non fare è quello di far fare altre cose”. Luigi Gallimberti, psichiatra padovano, ha riportato i dati dell’analisi di una campagna di educazione sanitaria svolta in alcuni Comuni della USL 18 del Veneto, con un metodo standard: audiovisivo, volumetto e questionari somministrati a distanza.

Ebbene, si è visto che dopo il corso l’incremento nel grado di conoscenza fra i giovani era modestissimo. “Il nostro intervento in tal senso è apparso insignificante. Invece è accaduto che più giovani si sono rivolti a noi per le cure del caso e sono giunti all’osservazione medica ben prima di quanto si sarebbe presunto secondo i naturali decorsi”. Ciò conferma, sia pure indirettamente, l’utilità dell’informazione a livelli di prevenzione secondaria e terziaria. Su quest’ultimo piano, infatti, un franco appoggio ed una seria documentazione sulle esperienze di terapia e riabilitazione, possono favorire i contatti fra utenti e servizi, i trattamenti precoci, le minori occasioni di contagio familiare e sociale.

Uno scambio costruttivo con chi in qualche modo ha vissuto la droga (ex tossicodipendenti, familiari, operatori), può aiutare a vincere paure e ignoranza. Presentare la realtà di ex pienamente reinseriti nel mondo del lavoro in altri ambienti sociali, può contribuire a vincere resistenze culturali ed emotive da parte di datori di lavoro ed altri, sconfiggere il mito della irrecuperabilità, mostrare agli stessi consumatori di droghe modelli e valori, evitare ricadute, limitare ancora il contagio. Non si chiedono formule astratte ma impegni chiari e concreti: – valutare nei limiti del possibile metodi e risultati delle esperienze, non mescolando chi opera con la massima serietà e chi non fa nulla, chi si prodiga anche volontariamente e chi specula; – proporre e divulgare esperienze come i gruppi di autoaiuto, la cui replicabilità ed efficacia va ben oltre i tossicodipendenti, gli alcolisti e i loro familiari; – fungere da raccordo fra le esperienze della base e i politici e gli amministratori; – sostenere la preparazione di operatori qualificati, contro l’approssimazione ed il precariato attuali, denunciando se necessario gli abusi o i fallimenti; – funzionare da reciproco stimolo e controllo, fra vari organi di informazione, in chiave costruttiva con particolare attenzione critica a film e telefilm ed a quei programmi televisivi o stampati che si rivolgono prevalentemente ai giovani; – convincere la gente a stare dalla parte della giustizia, superando la paura degli spacciatori e le eventuali connivenze.

Tutta questa attività, di rimando, può trasformarsi in prevenzione primaria. Ma l’inizio non è stato incoraggiante. Su questo convegno si è scritto poco e male, soffermandosi quasi tutti esclusivamente sul numero dei tossicodipendenti vivi e su1 numero di quelli morti. Due gli appelli specifici della commissione.

Il primo al Ministero dell’Interno, perché attraverso l’Ufficio studi della Direzione generale dei Servizi civili e il gruppo consultivo permanente, apra un canale diretto con i massmedia, offrendo dati, risultati di ricerche, testimonianze ed opportunità di contatto con le realtà del territorio. Il secondo rivolto a tutte le testate giornalistiche e radiotelevisive, perché creino rubriche di servizio, in sede locale e nazionale, atte a fornire indicazioni, a far sentire meno solo chi vive nella paura della droga, a sollecitare chi alle precise richieste dei cittadini deve fornire precise risposte, a favorire lo scambio di esperienze fra città e regioni, a creare un clima di maggiore fiducia e collaborazione tra famiglie, scuole, enti pubblici, sindacati, datori di lavoro, forze di polizia, partiti, chiese locali, volontariato, gruppi spontanei.

Al contributo di professionalità e di coscienza civile richiesto agli operatori dell’informazione, va unita però l’esperienza di quanti conoscono più da vicino il problema ed ai quali si chiede – dopo aver ascoltato per anni solo il rumore dell’albero che cade – di imparare ad amplificare i suoni della foresta che cresce.

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