La volontà di cambiare ed il trattamento di Massimo Barra
I problemi del rapporto tra libertà e coercizione sono uno dei motivi dominanti del lungo periodo in cui il tossicomane e chi gli sta intorno combattono la guerra per il superamento della dipendenza e la riconquista di un’accettabile condizione di salute. I sostenitori del primato della libertà ritengono che il coltello dalla parte del manico del proprio star bene o star male nella propria pelle sia tutto nelle mani del tossicomane. Come poter obbligare, infatti, qualcuno a star bene, senza la di lui partecipazione e la di lui volontà? Ma, al contrario, come è possibile richiamarsi ad una libera scelta della volontà quando questa è una delle funzioni attenuate nella loro integrità dalla droga che come effetto della sua azione rende proprio la volontà debole ed incapace?
Richiamarsi al libero volere quando il volere non è libero sembra essere una contraddizione in termini. Di qui la posizione di chi sostiene l’opportunità di volontà vicarie che si sostituiscano a quella mancante o indebolita o comunque condizionata del tossicomane imponendo, coercitivamente, quanto il soggetto non vuole o, più realisticamente, non può volere.
Il problema, già complesso a livello esclusivamente terapeutico, si complica ulteriormente quando la libertà e la coercizione entrano in gioco per motivi differenti dalla terapia e che a questa si sovrappongono in maniera disordinata, non coordinata, spesso antitetica. Mi riferisco ai provvedimenti giudiziari cui la gran parte dei tossicomani va incontro per i reati commessi sotto l’urgenza del soddisfacimento, costi quel che costi, del proprio bisogno primario.
Se è giusto distinguere chi si droga per delinquere da chi delinque per drogarsi come poli antitetici di comportamento, in cui peraltro la realtà spesso si pone in una collocazione grigia intermedia tra il bianco e il nero, e se è giusto avere un occhio di riguardo per chi ha deviato in quanto malato, altrettanto giusta e inevitabile è la previsione di una pena per chiunque commetta reato, quale che ne sia la motivazione. Così i provvedimenti coercitivi possono scattare quando l’iter terapeutico non ne sente affatto il bisogno ovvero li considera dannosi e, viceversa, il soggetto può restare libero di fare e farsi del male in altre fasi in cui un condizionamento esterno potrebbe giovare ed essere applicabile. Per quanto le leggi possano essere elastiche ed applicate con intelligenza è sempre difficile uscire dalle contraddizioni che nascono quando provvedimenti diversi presi da soggetti diversi per motivazioni diverse si scaricano sullo stesso individuo.
Poiché la 162 ha abolito la possibilità dei ricoveri coatti prevista dalla precedente normativa legislativa della 685, (in un articolo che sarebbe stato utilissimo anche per prevenire tante morti se fosse stato applicato, e non lo è stato), di fatto l’unica possibilità coercitiva per un tossicomane non attiene alla competenza ed alla sfera della terapia, ma a quella della giustizia.
Così può capitare che per mancanza di alternative le madri arrivino a denunciare i figli per far godere loro di un periodo di “ricovero” coatto, ritenuto, a volte non senza fondamento, una soluzione preferibile alla totale ingovernabilità del tossicomane, in una di quelle fasi ricorrenti in cui il soggetto è totalmente in balia della droga, diabolicamente posseduto, incapace di intendere e di volere, parossisticamente esposto ai rischi di irreversibilità e di morte che proprio in tali fasi si esaltano in maniera logaritmica.
Il carcere, però, non è nato per fare terapia ma per far espiare una colpa e rieducare. Per quanto nella pubblica opinione l’immagine del malato tossicomane si confonda con quella del delinquente, fare terapia e rieducare sono due concetti molto diversi che è pericoloso mescolare e sovrapporre. Pur non essendo nato per far terapia, il carcere può essere terapeutico?
E’ possibile ipotizzare la creazione di un carcere particolare a custodia attenuata e ad elevato contenuto umanitario, specificatamente rivolto alle esigenze anche assistenziali dei tossicomani reclusi? Il problema non è né di etichetta, né topografico. In altri termini non basta accentrare in un reparto solo detenuti tossicomani per creare un modello di carcere terapeutico. In effetti di che possono parlare un gruppo di tossicomani costretti a convivere contro la loro volontà in uno spazio ristretto privo di alternative? A cosa penseranno in continuazione come sollievo alla loro obbligata condizione? Quale sarà il ricordo più bello di cui bearsi e verso quale obiettivo tenderanno le loro energie? Si può chiedere al personale normalmente addetto al servizio di custodia quella tensione morale 24 ore su 24 che caratterizza le esperienze terapeutiche antidroga di tipo comunitario? Il tono di un servizio è dato da chi lo gestisce, avendone il potere.
Non bastano operatori esterni convenzionati ed impotenti a modificare una cultura ed una routine che ha, anche tradizionalmente, altre priorità. Forse a questo punto, si potrebbero dare edifici carcerari in gestione totale, chiavi in mano, ad istituzioni terapeutiche omogenee e quindi, in quanto tali, private, per verificare, a posteriori, se è possibile trasformare un carcere in una comunità terapeutica e se la comunità coatta può essere parimenti terapeutica come quella che lo è in funzione della libera scelta da parte dei tossicomani e della pesante selezione delle reali motivazioni di questi ultimi.
Speculare rispetto al problema se sia possibile costruire un carcere come una comunità terapeutica sta il problema di quanti intendono scontare la pena in comunità, avendone i requisiti di legge. Le strutture antidroga impiegano molte delle loro energie a ricevere richieste di accoglienza da parte di tossici reclusi o di loro parenti. L’atteggiamento al riguardo da parte delle diverse strutture varia da caso a caso fino ad opporre un deciso rifiuto all’accoglienza di soggetti in provvedimento alternativo per le comunità terapeutiche maggiormente convinte che la selezione del soggetto veramente motivato sia l’unico metro di valutazione per l’accoglienza e che il ricevere un soggetto la cui unica spinta ideale è, come si dice in gergo “svoltare il carcere”, sia la premessa di un insuccesso non solo a carico di quella persona ma anche, per un contagio epidemico, di tutta la governabilità della struttura nel suo insieme.
C’è peraltro da osservare che la selezione ed il riconoscimento delle motivazioni è sempre un processo difficile e, a volte, opinabile. Il tossicomane conosce tutte le arti diaboliche della seduzione, sa recitare e giocare più parti, è polarizzato e tutto teso al raggiungimento dei suoi obbiettivi, trovandosi sempre in riserva con la vita. Se a questa condizione di base si aggiunge l’ovvio desiderio di trovare per sé una collocazione alternativa al carcere, risulta spesso impossibile opporre valutazioni obbiettive che agiscano in senso contrario all’accoglienza ed alla adesione alla richiesta ricevuta.
La totale disponibilità, però, non fa l’interesse del malato. L’esperienza di migliaia di casi trattati dal “Progetto Carcere” di Villa Maraini dimostra che i migliori risultati si hanno sempre adottando, senza eccezioni, il criterio della selezione obbiettiva del motivato, riuscendo ad essere il più possibile asettici e scientifici, refrattari alle inevitabili pressioni dei familiari. Accettare in provvedimento alternativo perché la madre si vergogna di avere un figlio in prigione oppure perché altrimenti “poverino” o, peggio ancora, per non perdere una retta o una cospicua offerta di parenti o amici, è prassi sempre scorretta e foriera di insuccesso.
Far capire che la comunità terapeutica è più dura del carcere perché in essa bisogna mettersi in discussione e giocare un ruolo attivo mentre in prigione si può restare passivi e sopravvivere alla meno peggio, fa parte di un sano approccio terapeutico. E’ sempre bene far parlare i fatti oltre che dar retta alle dichiarazioni di intenzione che spesso altro non sono che un flatus vocis. Richiedere un impegno concreto, quale ad esempio sostenere l’onere di uno scambio di corrispondenza impegnato ovvero la partecipazione a periodici gruppi intracarcerari di terapia, secondo la prassi ormai ultra decennale di Villa Maraini, porta a scremare le motivazioni più superficiali e a far capire che uscire dalla droga è più importante e più difficile che uscire di galera e che, ad essere strumentali, ci si rimette sempre.
Uno dei provvedimenti alternativi che meglio si addice ad un contemporaneo intervento terapeutico è la semilibertà abbinata ad un programma semiresidenziale ovvero anche ad un semplice trattamento ambulatoriale farmacologico specie se con antagonisti. Nella nostra esperienza i risultati migliori si sono ottenuti quando più integrato e sincronizzato è stato il rapporto tra magistrato di sorveglianza, direzione del carcere e terapeuti. Se l’uscita dal carcere è sempre un momento a rischio, meglio anticiparlo e viverlo in maniera protetta con un monitoraggio continuo e una flessibilità capace di adattarsi, direi giorno per giorno, all’evolversi della situazione individuale del soggetto cui il beneficio è stato concesso. In altri più espliciti termini il primo accenno di ricaduta o di comportamento scorretto rispetto al contratto terapeutico, se porta ad un’immediata sospensione del beneficio, anche per pochi giorni, agisce da fattore positivamente condizionante l’evoluzione successiva del trattamento.
Se è vero che fare terapia comporta una alleanza tra i soggetti in causa, l’alleanza non deve mai diventare copertura o complicità oltre i limiti consentiti dal buon senso e dal sentimento e la competenza individuali. Coprire per un malinteso senso di solidarietà chi si comporta male, alla lunga diventa controproducente come lo è una famiglia complice ed accondiscendente. Il tossicomane non ha bisogno di un padre buono, ma di un padre giusto. E’ bene che tutti quanti, nei diversi ruoli, gli ruotano intorno e con lui interagiscono, tengano sempre bene a mente questa necessità.