Villa Maraini è nata nell’agosto 1976, dopo un mio viaggio in Francia. Lavoravo di già in un Centro antidroga, in un SAT, cioè in un servizio per l’assistenza di tossicodipendenti organizzato seconda il vecchio modello, basato fondamentalmente sul metadone. Andai in Francia nel 1976, quindi in un periodo estremamente precoce in cui a Roma ancora si discuteva sull’esigenza o meno di fare centri antidroga, che i tossicomani in fondo non erano un grave problema e che dovevano essere curati nei comuni centri sociosanitari (per es. nelle sezioni territoriali INAM), che il centro antidroga era un qualcosa di emarginante e che il solo fatto di costituire un centro era comunque un fattore di emarginazione, o che addirittura i pochi operatori che si occupavano di droga erano loro stessi che creavano il fenomeno per conservarsi il posto di lavoro o per determinarne dei nuovi, quindi in un ambiente culturale estremamente retrogrado, e refrattario al riguardo.
Questo viaggio mi fece vedere due esperienze pilota: il “Marmottan” a Parigi, di C. Olivestein, che era già all’avanguardia nel mondo dell’assistenza ai tossicodipendenti, e l’esperienza di Comunità terapeutica del “Patriarche” Lucien Engelmayer, che ho personalmente conosciuto a Tolosa al “Domaine de la Boere”, una specie di San Patrignano ante litteram, guidata da un personaggio altrettanto “peculiare” come Muccioli (forse ancor più “particolare”) ed evidentemente con un grande carisma ed una grande forza di aggregazione.
Verificato così che i centri antidroga in Europa si potevano fare e non erano considerati emarginanti, sono tornato a Roma con l’idea di aprire un qualcosa che fosse una via di mezzo tra il “Marmottan” e le “Patriarche”, quindi una sorta di Comunità Terapeutica. Nel 1976 “Comunità Terapeutica” era un termine sconosciuto, non accettato dalla cultura ufficiale, addirittura un qualcosa di assolutamente bistrattato in quanto non conosciuto. Mi ricordo che appena iniziata “Villa Maraini” trovammo grossissime difficoltà con la cultura ufficiale di Croce Rossa all’insegna dello slogan: “i soldi dello Stato si devono spendere bene, non li possiamo sperperare”, slogan caro a quanti temono per loro forma mentis patologica ogni novità ed a quanti hanno paura che le novità comportino del nuovo lavoro.
Questa esperienza sembrava troppo rivoluzionaria, troppa avanzata: da un lato non c’era nessuna sensibilità da parte dell’establishement, che ancora non aveva avuto i propri figli tossicodipendenti, nei confronti del fenomeno droga; e dall’altro sembrava che la Croce Rossa non dovesse occuparsi di questo. Ma ciò era un fenomeno di difesa nei confronti di qualcosa di nuovo che, come sempre, crea ansia e comunque sovvertimento degli equilibri precedenti. Il mio viaggio in Francia è stato lo spunto per avere la certezza che a livello europeo, e quindi a livello internazionale, si poteva fare un qualcosa di antidroga che non fosse il semplice e puro servizio di distribuzione del metadone ma che fosse basato su concetti nuovi di aggregazione e di terapia derivante da questa aggregazione. E quindi la prima idea fu di aggregare 5 ragazzi per 4 ore al giorno e vedere, offrendo loro un lavoro e quindi un’alternativa retribuita, che cosa succedeva.
Undici anni di attività l’ideologia di base era comunque l’ideologia di Croce Rossa, quella dei suoi principi fondamentali, primo fra tutti il principio della umanità. La Croce Rossa deve intervenire là dove si manifestano dei fenomeni nuovi, essere l’avanguardia dello Stato, arrivare dove lo Stato non riesce ad arrivare per la sclerosi o comunque per la difficoltà delle sue strutture ad operare, salvo poi cedere agli altri le proprie iniziative. Quindi, noi ipotizzavamo “Villa Maraini” come luogo d’avanguardia della Croce Rossa, e così poi fu, nell’ambito dei suoi principi fondamentali. Dalla prima elaborazione ai successivi 11 anni di attività tutto è cambiato e tutto è stato in continuo divenire, altrimenti noi oggi saremmo una struttura fossile che non siamo, posto che ogni centro antidroga deve essere capace di rimettere in discussione le sue prassi, le sue abitudini, i suoi modi di essere, direi ogni settimana, pena il non essere adeguato alla evoluzione dinamica del fenomeno.
L’applicazione del principio di umanità alle tossicodipendenze evidentemente esclude interventi troppo coercitivi e si pone come obiettivo fondamentale quello della qualità della vita della persona assistita, cioè il problema della sua infelicità, non tanto il problema della sua “redenzione”. “Villa Maraini” non ha in tasca la ricetta della verità, come altre esperienze di comunità terapeutica, né pretende di sostituire ad uno stile di vita un altro stile di vita. Il suo obiettivo è di fare della terapia nell’accezione più larga del termine, evitando innanzitutto che avvenga l’irreparabile nel rapporto con la droga, ponendosi il problema della felicità del soggetto e cercando di catalizzare la riscoperta da parte del tossicodipendente di alternative al suo stile di vita, normalmente tanto autodistruttivo e che porta sempre ad infelicità.
Non si tratta quindi, di elaborare un progetto di vita sano, ad imporre anche con la forza o con le catene a chi non lo accetti, bensì di strutturare un insieme di interventi liberali, per quanto possa essere liberale l’approccio al tossicodipendente, con lo scopo fondamentale di fargli migliorare la qualità della vita, sapendo anche attendere se necessario, senza farsi bruciare dalla febbre del “tutto e subito”, e dal delirio di onnipotenza e con la consapevolezza che il passare del tempo è guadagnato e non perso ai fini della terapia. Con questa filosofia di base ricalcata dai principi fondamentali della Croce Rossa, “Villa Maraini” ha potuto essere terapeutica anche per una frangia di soggetti non motivati, che normalmente vengono disattesi, se non scacciati, da altre esperienze comunitarie in quanto considerati o irrecuperabili, o peccatori, o comunque non pronti per intraprendere un iter terapeutico.
In tal senso l’ideologia di base si è calata nella realtà ed a distanza di 11 anni ciò è sempre valido e, direi, sempre più valido in quanto, se pure all’inizio questa attitudine era vissuta in maniera non consapevole, oggi è diventata uno stile di gestione con un suo preciso retroterra culturale ed ideologico. Allora più che l’ipotesi c’era una inconsapevolezza direi entusiastica e velleitaria: tante cose che sono avvenute, non avremmo mai potuto pensare che sarebbero avvenute, né c’era persona forse, in Italia, che potesse prevedere l’evoluzione del fenomeno.
Tra pubblico e privato oggi c’è sicuramente una maggiore consapevolezza collettiva della gravità del fenomeno, che ha determinato una sostanziale accettazione della nostra realtà e del nostro modo di operare anche perché, non essendo mancati nel frattempo i successi ed anche un certo interesse dell’opinione pubblica nei confronti di “Villa Maraini”, tutto ciò ha contribuito alla sua accettabilità ed alla sua “digestione” da parte del sociale. Ciò ha favorito l’instaurarsi di un “circolo virtuoso” con maggiori possibilità operative ed anche maggiori collegamenti con le altre realtà cittadine. “Villa Maraini” dopo 11 anni si è consolidata come una esperienza unica di superamento dell’antinomia tra pubblico e privato e di integrazione tra diverse modalità di intervento e non a caso, aggi, si pone al centro di quello che noi chiamiamo SCIA (Sistema Cittadino Integrato Antidroga) come un insieme di strutture tra loro coordinate ed attivate dall’Assessorato ai Servizi Sociali del Comune di Roma, e capace di rispondere a qualunque tipo di esigenza manifestata dal tossicomane con una risposta a rete e non con una risposta ad imbuto.
Massimo Barra