Con la maschera ben fissata sul viso e la bombola d’ossigeno assicurata sulle spalle, Daniele Silvestri è un ragazzo felice, pronto a immergersi nelle acque profonde intorno a Ponza o all’Elba. “C’è tutto un mondo bello da scoprire laggiù”, dice sorridendo. Appassionato di tutto ciò che ha a che fare con l’acqua, di ritorno a Roma porta i suoi otto compagni alla piscina pubblica Bravetta affinché prendano confidenza con il nuoto. Daniele, 34 anni, nella sua giovane vita sa bene cosa vuol dire “scoprire nuovi mondi”. Di bell’aspetto, capelli scuri cortissimi e la barba curata, Silvestri oggi è l’anima (e un componente importante) di un gruppo di giovani che ogni sera scende da un camper: sono ragazzi delle periferie più disagiate di Roma che vanno al centro dove lavora lui.
Sono tossicodipendenti incalliti. Silvestri parla la loro lingua confusa, capisce il loro gergo e conosce bene il loro stato d’animo agitato. Daniele era uno di loro; aveva tredici anni quando fumò per la prima volta marijuana con i suoi compagni di classe nel 1980. In pochissimo tempo la sua vita fu sconvolta. Tre anni dopo lasciò la scuola e cominciò a vivere in strada. Rubava, scippava, commetteva furti e poi cominciò a spacciare per trovare i soldi per l’eroina. Sua madre, una semplice casalinga, non comprese quello che stava accadendo mentre suo padre era talmente impegnato con il lavoro che raramente incontrava il figlio. Il breve periodo di servizio militare non l’aiutò a risolvere il problema della tossicodipendenza. Appena congedato, già era per strada a spacciare. “C’ero dentro così tanto che non m’importava di nulla. L’unico scopo della giornata era avere la mia dose quotidiana di eroina. Non avevo amici, interessi o vita familiare. C’era solo l’eroina”. Poi arrivò il primo arresto per spaccio di droga. Dodici mesi dopo la polizia lo arrestò di nuovo. Questa volta la sentenza fu più severa: sei anni di detenzione nel carcere di Rebibbia. Dietro le sbarre a 24 anni, il ragazzo cominciò a riflettere sul suo futuro. E poi il destino intervenne: la Fondazione Villa Maraini, immersa nel verde di un parco di pini nel quartiere di Monteverde Nuovo a Roma, una comunità terapeutica per tossicodipendenti, aveva un nuovo progetto in corso da attuare nel sistema carcerario, il cosiddetto “Progetto Carcere”, nato per offrire ai ragazzi un’altra possibilità.
“Per me è stato un passo da gigante decidere di combattere la droga. Erano 14 mesi di terapia di gruppo a Rebibbia ed ero molto titubante, non sapevo se ce l’avrei fatta”. Le severe regole imposte da Massimo Barra, direttore della fondazione, erano rigidissime: “Ti farò uscire di qui prima che tu finisca di scontare la condanna”, promise, “a condizione che tu stia lontano dalla droga”. Silvestri poteva andare tutte le notti a dormire a casa, sotto il controllo della polizia. E tutti i giorni senza eccezioni, per due anni, doveva recarsi a Villa Maraini per la psicoterapia, la cura contro la droga e le riunioni di gruppo. Mantenne fede alla promessa, allontanandosi dalla vita che aveva condotto sino a quel momento e rivolgendosi a nuovi interessi. Irrequieto e frustrato perché i suoi precedenti penali avrebbero compromesso le opportunità di lavoro una volta fuori dal carcere, si rivolse a Barra. Non si poteva ampliare la minuscola tipografia della Fondazione? Non si poteva offrire al mondo esterno una squadra di giardinieri per sistemare spazi verdi pubblici? Per Barra non c’erano problemi. “Abbiamo cominciato a stampare volantini in cui offrivamo servizi e io li distribuivo in tutta la città”, ricorda.
Dopo un po’ la comunità cominciò a lavorare e la squadra a guadagnare autostima. Negli ultimi sei anni Daniele Silvestri ha continuato a dare il suo contributo a Villa Maraini. Lavorando la notte sulle “unità di strada”, a disposizione dei tossicodipendenti che cercano aiuto e poi al “Centro di Pronta Accoglienza”, per rispondere alle necessità immediate di chiunque varchi la soglia. Ci sono stati nuovi progetti per i quali aiutare Barra. È tornato a scuola, si è diplomato e ora studia sociologia all’università. Impegni permettendo, da una mano sulle autoambulanze della Croce Rossa. Ha traslocato in un appartamento che divide con amici e insieme vendono musica reggae importata dalla Giamaica a un numero crescente di fan italiani. Non solo ha aiutato se stesso a voltare pagina, ma anche altre decine di persone come lui. Sicuro e felice, Daniele Silvestri forse ha scoperto qualche altro “mondo bello” al di là di quello delle profondità marine.