Tornavo da un viaggio a Torino dove con Anna Maria avevo partecipato all’Ostensione della Sacra Sindone quando, sull’Aurelia, ricevetti una telefonata del Capo di gabinetto dell’interno che mi proponeva la nomina di rappresentante del Ministero in seno al Consiglio direttivo nazionale della Croce rossa italiana che doveva essere rinnovato. Rimasi felice per quella telefonata che mi riconciliava con la mia Amministrazione: piccola cosa ma molto importante sotto il profilo psicologico. D’altra parte, con la precedente dirigenza della Croce rossa avevo avuto numerosissimi rapporti per organizzare centri di assistenza in occasione dei massicci esodi di rifugiati e sfollati provenienti allora – in massima parte – dalla Polonia, dall’Albania, dai paesi dell’ex Jugoslavia (anche se a seguito di intese esteri-interno ma più probabilmente per iniziativa dell’allora Ministro dell’interno Fanfani, sui passaporti dei polacchi era stampato un timbro verde che impediva loro di chiedere asilo politico).
Come era nelle sue tradizioni migliori, la risposta della Croce rossa era sempre stata immediata ed efficiente, anche quando fu necessario creare vicino ad Ancona una piccola, agile struttura sanitaria con il compito di smistare in vari paesi europei bambini feriti provenienti dalla ex Jugoslavia. L’assoluta eccezionalità dell’intervento, unitamente al suo carattere di emergenza, non consentirono di valutare esattamente i costi, i soggetti responsabili, le procedure amministrative da seguire. E tutto ciò aveva creato in me forti preoccupazioni come in numerose precedenti e successive occasioni che mi avevano condotto al limite del logoramento psicologico.
Nel raccontare questi episodi posso dire con orgoglio di aver servito lo Stato affrontando situazioni complesse con ogni possibile efficienza ed immediatezza ma sempre nel rispetto dei vincoli amministrativi: storiche le preoccupate attese del «bollino» del tesoro che praticamente autorizzava l’attuazione dei provvedimenti.
Ma questa digressione nella memoria rifletteva un passato ormai definitivamente trascorso mentre si prospettavano impegni nuovi ma molto meno emotivamente pesanti. Mi detti subito da fare, presi contatto con qualche dirigente della Croce rossa, cercai di conoscerne la normativa di base. Il giorno della prima convocazione del Consiglio andai puntualmente in via Toscana ma – come avviene nella migliore tradizione italiana – fui protagonista di un giallo. Riuscii solo a capire che la mia nomina non era stata ancora formalmente perfezionata ma non fui in grado di verificare se ciò era avvenuto per un ritardo di comunicazione formale o per qualche altro incidente… diplomatico!
Attesi così per l’intera mattinata in una stanza attigua al salone del Consiglio e solo nel pomeriggio fui ammesso ai lavori. La vicenda aveva un pizzico di grottesco ma risultò tutto sommato divertente e anche gradevole. La Presidente mi invitò infatti a pranzo in una trattoria dei via Uffici del Vicario che, a quanto mi sembrò di capire, era sotto la sua residenza. In quella occasione fu ospite anche una consigliera calabrese che successivamente scoprii essere di estrazione democristiana come del resto la Presidente che, inforcando una montagna di spaghetti alla Alberto Sordi, ironizzava simpaticamente sui democristiani «magnoni».
L’incarico durò praticamente un quadriennio e non fu certamente monotono. Per iniziativa della Presidente, il Consiglio fu ricevuto, prima, dal Presidente della Repubblica Scalfaro e, successivamente, dal Presidente Ciampi. In una di queste due occasioni fui presentato come «il famoso Prefetto». Fu probabilmente con il Presidente Scalfaro che io avevo conosciuto molto bene quando era Ministro dell’interno. Ma la Presidente poteva essere più misurata!
Quasi come in una gita scolastica furono organizzati almeno due viaggi a Mantova e a Jesolo: il primo per visitare i luoghi storici che videro la nascita della Croce rossa fondata a Ginevra nel 1864 grazie alla idea di Jean Henry Dunant, rimasto colpito dalle conseguenze della cruenta battaglia di Solferino nel 1859 (solo una decina di anni dopo conobbi più compiutamente la vita e l’azione di questo rilevante personaggio leggendo un articolo del p. Piersandro Vanzan sul numero 3860 della Civiltà cattolica dal quale appresi anche nel 1901 era stato insignito del premio Nobel per la pace); il secondo a Jesolo per visitare una struttura dell’Associazione e partecipare ad una esposizione di progetti d’intervento della Croce rossa internazionale. La Presidente teneva molto al «suo» Consiglio direttivo, tanto che un anno ci fece pervenire un biglietto per partecipare alla sfilata del 2 giugno dall’esclusivo palco presidenziale. Proprio in quei giorni un amico mi chiese come fare per prendere parte alla manifestazione: volentieri gli cedetti l’invito presidenziale dopo essermi assicurato che Alberto Ruffo – Consigliere per gli affari interni alla Presidenza della Repubblica – mi avesse fatto pervenire analoghi inviti per un palco meno prestigioso ma sempre importante dove mi era possibile portare anche i nipoti. Non ringrazierò mai abbastanza Alberto per questo regalo che si rinnovò per diversi anni.
Salvo alcuni mesi morti, il Consiglio veniva convocato mediamente ogni 40-50 giorni con ordini del giorno chilometrici. Questo era l’o.d.g. del 5 novembre 1998:
approvazione verbale seduta precedente – comunicazioni del Presidente in merito alle delibere adottate dalla Giunta esecutiva nazionale – ratifica ordinanze presidenziali – seconda variazione del bilancio esercizio 1998 – proposta di spesa dei servizi del Comitato centrale al bilancio di previsione anno 1999 – bilancio Comitati regionali – alienazione complesso immobiliare sito in Fara Sabina (RI) – stanziamento fondi per lavori su immobili – regolamento per l’attuazione del decreto legislativo 29/93 e successive modificazioni ed integrazioni – regolamento Consiglio direttivo nazionale – problematiche attinenti la Fondazione Villa Marami – sconti per i dipendenti e personale volontario sulle tariffe relative ai servizi di pronto soccorso infermi – art.37.c del D.P.C.M. 7 marzo 1997, n.110 – regolamento concernente le modalità di gestione delle entrate derivanti da raccolta di fondi e di oblazioni – linee programmatiche delle attività per il prossimo quadriennio – art. 10 D.Lgs. 7 agosto n. 279 – adeguamento alla normativa del regolamento di contabilità e di amministrazione – art. 42 del D.P.C.M. 7 marzo 1997 n.110 – revisione dei regolamenti concernenti il funzionamento delle componenti volontaristiche della CRI – art. 15.2 del D.P.C.M. 7 marzo 1997 n. 10 – regolamento per il conferimento di onorificenze e ricompense – modifica denominazione capp.105 e 108 del bilancio della Associazione.
Con D.P.C.M. n.97 del 6 maggio 2005 veniva emanato il nuovo statuto dell’Associazione italiana della Croce rossa, quando io ne ero ormai largamente fuori. Avrei voluto verificare le differenze fra il nuovo ed il vecchio statuto specialmente per quanto riguarda la rappresentanza ministeriale. Avevo chiesto notizie in merito all’Ufficio relazioni pubbliche dell’Associazione che ne aveva interessato gli uffici ma non ho avuto riscontri. Scorrendo comunque l’art. 22 del nuovo statuto appare evidente che la composizione del Consiglio è sostanzialmente cambiata almeno per quanto riguarda la rappresentanza ministeriale che non è più prevista. Salvo forse qualche sfoltimento, per il resto la struttura complessiva del Consiglio è in gran parte analoga alla precedente: «il Consiglio direttivo nazionale è composto dal Presidente nazionale che lo presiede, da dodici membri soci attivi della Croce rossa italiana, di cui sei elettivi, designati dall’Assemblea nazionale fra i propri componenti e sei di diritto, rappresentati dagli organi di vertice nazionale delle componenti volontaristiche della Croce rossa italiana» che – come prima – continuano ad essere: il Corpo militare; il Corpo infermiere volontarie; i Volontari del soccorso; il Comitato nazionale femminile; i Pionieri; i Donatori di sangue.
Tornando al «mio» Consiglio, ad eccezione di una certa discontinuità nella rappresentanza ministeriale, i vertici delle componenti volontaristiche ed i membri eletti dettero complessivamente prova di una grande assiduità e di spirito associativo. Tra i vertici delle componenti volontaristiche quello del Corpo militare (successivamente anche vice- Presidente) si distingueva per tatto, signorilità, sensibilità religiosa (era diacono inviato verso la fine del mandato dal cardinale Ruini in missione nell’America Latina) quello delle Infermiere volontarie, persona concreta, affidabile, molto pragmatica; quello dei Volontari del soccorso, personaggio altamente rappresentativo, medaglia d’oro della Associazione, direttore del Centro diurno di accoglienza Villa Marami; quello del Comitato nazionale femminile, persona lungamente e convintamente impegnata in Croce rossa anche per essere la Signora di un mio amico Prefetto di cui ricordavo i passaggi a Trieste, Firenze, Roma; il rappresentante di vertice dei Donatori di sangue con il quale entrai agevolmente in confidenza e che mi trasmetteva l’idea della «vecchia guardia» con un profilo di saggezza che in quel contesto non era cosa di poco conto. Degli amici ministeriali ricorderò particolarmente quelli che di solito mi sedevano accanto: il rappresentante degli esteri che, se non vado errato, andò poi ambasciatore a Tirana e, più recentemente, a Pechino; la rappresentante del Dipartimento per la protezione civile che si faceva apprezzare per assiduità, intelligenza pratica, professionalità (era medico proveniente dalla sanità) e alla quale non faceva difetto una notevole avvenenza portata con grande discrezione e signorilità. La ricorderò con gratitudine per essersi successivamente interessata e per aver curato con affettuosa amicizia il passaggio di mia figlia dalla sua Agenzia d’origine al Dipartimento dove mi auguro possa ulteriormente affermarsi. Con riferimento ai consiglieri eletti il ricordo va ad un ex parlamentare che si distingueva per grande equilibrio e moderazione, ad un professore dell’Università di Catania sempre molto presente, combattivo, prezioso per impostare e risolvere problemi tecnico – giuridici, al giovane bancario siciliano trapiantato in Veneto che sacrificava giorni di ferie pur di essere presente alle riunioni del Consiglio, alla professoressa calabrese cui ho fatto cenno e che eccelleva per doti dialettiche certamente acquisite in una non secondaria scuola politica, a tutti gli altri ed altre che arricchivano il dibattito portando il contributo della loro esperienza periferica.
Si sarebbe potuto pensare che le riunioni dovessero essere tutte lineari, pacifiche, all’insegna del «bon ton» ma non era sempre così. Un componente del Consiglio direttivo era rimasto deluso per non essere riuscito vincente nella corsa alla presidenza e questa conflittualità latente affiorava qualche volta in forme … alquanto vivaci. La Presidente – riveliamo pure il suo nome, Mariapia Garavaglia – era persona aperta, diretta, formata alla migliore scuola politica, con lunga esperienza parlamentare, giustamente celebrata per l’azione svolta al vertice del Ministero della sanità nell’irripetibile governo Ciampi. Conduceva i lavori del Consiglio con autorità, dimostrando di conoscere i problemi, sensibile al dibattito, tollerante, e pur tuttavia, almeno una volta, non potè fare a meno di perdere l’«aplomb» in presenza di qualche critica incontrollata e fuori misura.
Liquidò in due battute la proposta di assegnare un gettone di presenza ai componenti il Consiglio, con buona pace di chi aveva manovrato fra le quinte. Una seduta del Consiglio fu pressoché dedicata ad un confronto serrato con il Comitato regionale della Lombardia che segnalava un protagonismo sospetto per un organismo che considerava l’unità fra i propri, fondamentali principi ispiratori. Qualche volta venivano organizzati specifici gruppi di lavoro ed io entrai in quello promosso per definire i rapporti tra Croce rossa e Fondazione Villa Maraini.
Nel 1976, Massimo Barra, medico del Centro per le malattie sociali del Comune di Roma (che in quel periodo era l’unica struttura pubblica di cura di soggetti tossicodipendenti a Roma) nonché Presidente nazionale dei pionieri della C.R.I., con l’accordo dell’Assessore alla sanità del Comune di Roma ed il Presidente della C.R.I., sviluppava il progetto di un centro per l’assistenza ai tossicodipendenti, l’ampliamento del centro per le malattie sociali e la sua attività come «centro di accoglienza e pemanenza diurna». Per questo progetto la C.R.I., in accordo con il Comune, ristrutturava a proprie spese i locali del piano terra del padiglione Villa Maraini ove trasferiva il nuovo centro. Nella primavera dello stesso anno, il cambio della giunta del Comune faceva decadere gli accordi presi con la C.R.I. ma il suo Presidente, in luogo del mancato trasferimento del centro per le malattie sociali, autorizzava l’apertura di un centro antidroga sperimentale con il concorso di alcune componenti volontaristiche della C.R.I.. Il 1° settembre nasceva così Villa Maraini che il 16 novembre 1988 veniva costituita come Fondazione.
In una documentazione dell’epoca avevo scoperto la filosofia alla quale Massimo Barra aveva ispirato il suo progetto: «non esiste la tossicomania come realtà oggettiva ed immutabile; esistono tanti tossicomani, ognuno diverso dall’altro ed anche da sé stesso in funzione del tempo che passa. Dare una sola risposta terapeutica costringe il soggetto ad adattarsi ad un intervento non necessariamente adeguato alla sua dipendenza, con elevato rischio di abbandono ed insuccesso. E’ la terapia che deve adeguarsi al soggetto e non viceversa. Di qui la necessità di un ampio ventaglio di opportunità da offrire ai tossicomani dopo aver fatto una diagnosi esatta della sua patologia. Villa Maraini in tanti anni non ha mai rifiutato nessuno, convinta che se il malato che vuole smettere è malato, quello che ancora non lo vuole è malato due volte e richiede un surplus d’attenzione».
Avevo conosciuto Massimo Barra quando ero al Ministero, ne avevo utilizzato in varie occasioni le non comuni doti di comunicatore, con Sandro Voci gli avevo commissionato una ricerca, avevo incluso Villa Maraini fra i centri destinatari di interventi finanziari del Ministero, avevo superficialmente percepito le non poche difficoltà che la istituzione incontrava e che lui affrontava sempre con determinazione, consapevole della bontà del proprio progetto.
Al gruppo di lavoro partecipava anche un amico della Fondazione, consigliere della Corte dei Conti, che preparò una dettagliatissima cronistoria dei rapporti intercorsi nel tempo tra C.R.I., Comune di Roma, Provincia di Roma, Regione Lazio etc. e Fondazione. Era una relazione molto dettagliata, documentata, quasi puntigliosa e dalla quale emergeva il percorso difficile ed accidentato della istituzione che, evidentemente, non aveva ancora trovato una definitiva collocazione ed una propria sicurezza economica.
Come mi era successo qualche altra volta nella vita e come mi sarebbe ancora successo in altre circostanze, sospesi bruscamente la collaborazione con il gruppo presieduto dal vice Presidente della C.R.I., mortificando una persona assolutamente incolpevole, di grande signorilità e moderazione, preoccupato soltanto di ricercare convergenze e punti di vista condivisi.
Non ricordo esattamente cosa fosse successo ma debbo anche pensare che la mia reazione qualche motivo lo avesse. Non si poteva certo dire che fossi «nemico» di Villa Marami di cui apprezzavo la modernità di vedute e la capacità di stare sul campo e di misurarsi con problemi forti e reali. Ma bastò una mia innocente e assai misurata nota critica per sollevare la reazione di Massimo Barra che lapidariamente affermò: «chi non è con noi è contro di noi». L’incidente fu ovviamente chiarito né poteva essere altrimenti.
Parecchi anni dopo lo incontrai casualmente in un ufficio postale e mi complimentai con lui per la sua elezione alla presidenza della C.R.I. Mi raggelò dicendo: «domani torna il Commissario. Evidentemente la C.R.I. ha problemi strutturali!». Salvo questo incontro fortuito non seppi più nulla dell’Associazione e delle persone che avevo conosciuto. Quel quadriennio di frequentazione periodica fu certamente utile, interessante, paradossalmente più gratificante di altri incarichi, proprio per essere stata completamente gratuita.
Il quadriennio si concluse traumaticamente. Mentre il Consiglio era impegnato nelle modifiche statutarie e mentre si stavano preparando le elezioni per il rinnovo delle cariche istituzionali, un colpo di mano determinò, ancora una volta, una gestione commissariale. Non era certo la conclusione migliore per la presidenza Garavaglia che a me era apparsa di alto profilo, trasparente, coraggiosa e – aspetto sicuramente non secondario – capace di governare un organismo complesso nelle cui pieghe potevano annidarsi zone d’ombra e personalismi fuori controllo.
Al termine della sua esperienza ministeriale con il governo Ciampi Mariapia Garavaglia aveva deciso di non candidarsi più alle elezioni politiche: questo le aveva consentito non solo di impegnarsi nella C.R.I. ma di essere cooptata come vice sindaco nella giunta Veltroni al Comune di Roma: simpatico esempio di occupazione di una importante istituzione romana da parte di una lombarda! Spinta probabilmente dallo stesso Veltroni tornò quindi alla politica – peraltro mai abbandonata – e certamente Palazzo Madama non potrà non avvalersi del suo prezioso contributo.