Cinque milioni di italiani dediti al volontariato
Di Massimo Barra
Sembrano lontane anni luce, pur risalendo soltanto ai vicini anni 60 e soprattutto 70 le polemiche contro il volontariato da parte di talune forze politiche tradizionalmente più vicine ai collettivi che alle esigenze dei singoli. Si affermava allora con foga che lo stato sociale dovesse farsi carico di ogni forma di intervento assistenziale e che l’opera dei volontari, quindi, fingendo da copertura e da rimedio temporaneo alle carenze dello Stato, svolgesse un ruolo sostanzialmente negativo, da tappabuchi, quando non addirittura da crumiri.
Da qui l’ostilità dichiarata verso tutti gli organismi volontari, specie quelli sostenuti da un solido retroterra ideologico ed ideale che veniva combattuto, quando non addirittura deriso e sbeffeggiato. Da allora, molta acqua è passata sotto i ponti ed oggi tutti sono pronti ad erigersi paladini del volontariato, di cui sono lodate le buone azioni, magari con la segreta speranza di arrivare a cavalcarlo ed a gestirlo, sottoponendolo alle leggi della ripartizione e della lottizzazione, ciò che con ogni energia dobbiamo evitare.
Le più recenti stime indicano in più di 5 milioni i cittadini italiani regolarmente impegnati in attività volontarie, dove volontario sta ad indicare chi svolge una determinata azione di sua volontà, libero da condizionamenti, spontaneamente, al di fuori dell’ottica del compenso e sottraendosi ad un tipo di rapporto utilitaristico.
Cinque milioni di cittadini costituiscono un fenomeno evidentemente di massa e non di élite che attraversa trasversalmente tutte le fasce sociali. La storia del volontariato nel nostro Paese è parallela a quella della necessità dell’uomo, poiché questo tipo di libera iniziativa ha quasi sempre preceduto le forme organizzate di assistenza e previdenza statali, costituendo spesso un modello ed una utile esperienza per la nascita di queste ultime. Cionondimento l’esperienza ci ha insegnato che quanto più lo Stato si è organizzato per erogare servizi, tanto più pressante si è fatta l’esigenza di disporre di cittadini capaci di “dare un’anima” o un “supplemento d’anima” al servizio stesso.
Quand’anche il servizio statale fosse perfetto, e le polemiche di questi mesi sul servizio sanitario nazionale ci dicono che perfetto non è, ci sarà sempre bisogno di un “elemento umanizzante” del sistema, che nasca non dal dovere ma dal volere, non da un obbligo ma da una disponibilità; in altre parole non da un ordine di servizio ma da un gesto d’amore. Lungi dal temere il volontariato, quindi, o dal considerarlo in termini antitetici od ostili, le istituzioni pubbliche hanno tutto l’interesse ad usufruire dei suoi servizi, che diventano indispensabili in quei settori in cui tecnologia e tecnicismo rischiano di essere, se esasperati, negativi e controproducenti.
Soprattutto l’assistenza ai “nuovi poveri” (i malati in ospedale, gli anziani soli, i marginali ed i disadattati, i tossicomani ed i malati mentali, gli immigrati, i carcerati, i nomadi) ha bisogno non solo di professionalità e di tecnica, ma di quel “supplemento d’anima” che solo il volontariato può offrire e che da solo è più efficace di qualsivoglia intervento ufficiale.
In tutti questi settori è fondamentale per lo Stato (di cui la Croce Rossa deve continuare ad essere all’avanguardia) di poter disporre di un patrimonio di energie volontarie, capaci con la loro mobilitazione di contrastare gli aspetti più deteriori di quella “patologia del benessere” che sta sostituendo, in un Paese come l’Italia, divenuto ricco, la “patologia da povertà” che l’ha attanagliato fino a pochi anni fa.