Care amiche, cari amici di Croce Rossa,
ogni volta che c’è un convegno sul Diritto Umanitario, ogni volta che si parla della storia della CRI, delle nostre radici, come ho detto a Campobasso recentemente, voi siete qui, un bellissimo colpo d’occhio. È emozionante, entrando, vedere la conventicola di persone iniziate alla Croce Rossa, ai suoi Principi Fondamentali. Siete come le monache di clausura che servono la chiesa con la preghiera, voi servite la Croce Rossa non solo con l’azione, perché poi ognuno di voi ha un aspetto operativo, ma anche con lo studio, con l’approfondimento, con la ricerca delle nostre radici.
Queste nostre radici di cui tutti parlano, sono per la Croce Rossa straordinariamente importanti, straordinariamente moderne e sono straordinariamente affascinanti, anche per i giovani, soprattutto per i giovani. Abbiamo in mano un potere che noi chiamiamo “the Power of Humanity”, il Potere dell’Umanità, che è in grado di affascinare le giovani generazioni più di qualunque altra forza al mondo, quasi noi fossimo, come diciamo di essere, la Terza Forza. Ma non solo “le troisième combattant” in uno scenario di guerra, come dice Junod, ma la terza forza nel mondo, ed in questo ci distinguiamo dalle altre organizzazioni della società civile.
Sicuramente c’è un “trend” nuovo, ossia l’affollamento del mercato umanitario. Mentre una volta noi eravamo soli, in posizione dominante, oggi ci confrontiamo con altre espressioni della società civile rappresentate dalle Onlus, dalle Ong, dal “private sector” e da tutti coloro che vogliono fare qualcosa per il bene della collettività trovando a volte una gratificazione morale, o, come nel caso del “private sector”, una gratificazione in termini strategici, di management, di promozione della propria immagine. Ma noi abbiamo un ruolo diverso dalle altre associazioni della società civile, un ruolo di ponte, e non dobbiamo giudicare.
Ieri ho incontrato il responsabile della Coca Cola per il Mediterraneo, venuto da Atene. Ed è possibile che in futuro noi avremo la possibilità di entrare in tutte le scuole a parlare di Umanità, parlare di acqua, anche grazie al loro sostegno. Per questo credo che la partnership con il “private sector” sia una realtà assolutamente accessibile e moralmente lecita per la Croce Rossa che non deve giudicare, non deve avere attitudini giudicanti. Ognuno si deve prendere le proprie responsabilità.
Noi siamo un ponte tra la Società civile e il sistema dei Governi. Proprio questa è la caratteristica fondamentale della Croce Rossa: il fatto di non essere una Onlus come può essere la Croce Bianca, la Croce Blu, con tutto il rispetto per i loro ruoli istituzionali, ma di essere un qualcosa di più, legato alla funzione di ausiliarietà dei confronti dei Governi e alle funzioni che il sistema dei governi ha delegato al Movimento Internazionale della Croce Rossa in pace ed in guerra, ma soprattutto in tempo di conflitto armato.
Non c’è nessuna organizzazione non governativa alla cui Conferenza internazionale i Governi partecipino con diritto di voto. Questa è la grande differenza, per cui è inutile il dibattito, di basso livello e tipicamente da Croce Rossa Italiana, tra pubblico e privato, alimentato da giornaletti che nessuno legge e che pubblicano dichiarazioni che non ho mai fatto e che qualche basista si sente in dovere di trasmettere a tutta Italia. Tutta Italia mi chiede conto di quelle affermazioni, ma questa è una discussione assolutamente banale, io stesso avrei difficoltà a rispondere qualora mi chiedessero se la Croce Rossa sia una Organizzazione non governativa o una Organizzazione Governativa, visto che abbiamo delle funzioni delegate dagli Stati nelle Convenzioni di Ginevra e che gli Stati votano nella Conferenza Internazionale della Croce Rossa.
Ma il bello di tutto questo è che noi abbiamo i Sette Principi Fondamentali, che sono il contraltare dell’ausiliarietà, cioè sono la clausola di difesa della Croce Rossa che, secondo il Principio di Indipendenza – pur essendo sottoposta alle leggi dello Stato che la ospita -deve prima di tutto mantenere quella indipendenza che le consenta di servire, sempre unicamente e prioritariamente le vittime. Il senso è che gli Stati non si possono permettere di dire alla Croce Rossa quali sono le priorità, perché secondo il Principio di Imparzialità, che è poco conosciuto ma che contiene in sé il concetto di proporzionalità, le priorità sono le vittime, tutte le vittime.
Per cui, se per esempio nel conflitto fra Libano e Israele le vittime fossero state l’80% da una parte e 20% dall’altra, distribuire gli aiuti al 50%, come fanno i politici nella disperata ricerca dell’equidistanza – o come si dice adesso dell’equivicinanza – sarebbe stato un criterio politico e non un criterio umanitario. Il nostro è un criterio umanitario, le nostre risposte sono proporzionali ai bisogni delle vittime, non alle logiche della politica. Questa è la differenza tra il sistema della Croce Rossa a livello internazionale, il sistema dei Governi e il sistema delle organizzazioni non governative, le quali non sono tenute all’imparzialità e alla neutralità come principi fondamentali, per cui possono appartenere all’area o alla sfera di influenza di questa o di quella tendenza politica, rappresentata legittimamente dai partiti. Noi no! Perché la nostra unica priorità sono le vittime.
Questo dibattito in realtà è influenzato da interessi personali, perché chi vuole la Croce Rossa pubblica la vuole per avere la garanzia del posto di lavoro e la garanzia dei finanziamenti pubblici, chi la vuole privata lo fa perché non ne può più dei lacci e laccioli delle varie Finanziarie che ci impediscono di prendere la gente che a noi serve per lavorare liberamente. Vorremmo poter spendere i soldi come vogliamo noi e non come lo vuole la burocrazia statale, che ci mette in un calderone con cui noi non abbiamo niente a che spartire, perché comunque, con tutto il rispetto per l’Inps o per l’Inail o per l’Inpdap, noi non abbiamo nulla a che fare con queste realtà. Questa cosa io la ripeto a tutte le autorità che incontro, chiedendo per la Croce Rossa una collocazione Istituzionale nel nostro paese che sia rispettosa di quello che la Croce Rossa è, e di quelli che sono gli impegni internazionali che il Governo italiano ha sancito nel momento in cui ha riconosciuto in noi la Società di Croce Rossa Italiana.
Vorrei ringraziare i presenti per l’iniezione di energia che date a tutto il Movimento Internazionale, e che serve a tutti per superare le difficoltà di ogni giorno. Sento nelle parole del Vicesindaco di Solferino un’adesione morale alla Croce Rossa che va al di là dei suoi doveri di rappresentante dell’Amministrazione della città simbolo del Movimento insieme a Castiglione delle Stiviere. Questi due luoghi sono conosciuti ovunque nel mondo, forse più che in Italia. Recentemente ad esempio ho incontrato un Coreano a Sanremo che mi ha detto: “Io devo andare a Castiglione in pellegrinaggio”!.
Ogni volta che dei Coreani vengono in Italia, vanno in pellegrinaggio a Solferino e Castiglione delle Siviere. Noi abbiamo questa bellissima manifestazione che è la Fiaccolata, ormai un asset della Croce Rossa Italiana, una cosa importantissima. Siamo costretti ad organizzarla in 50 giorni, grazie al sacrificio del personale di Croce Rossa, volontario e dipendente, dei Presidenti provinciali e regionale, e del Presidente del Comitato di Castiglione. Ciò avviene perché noi non riusciamo ad uscire dalle difficoltà della burocrazia, che rende difficile lavorare tutto l’anno per un evento universale quale la Fiaccolata, che deve essere un evento memorabile, e che io spero di riuscire alla fine del mio mandato, o prima, a far diventare il momento simbolico di questa forza unificatrice che è il Movimento Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa.
Mercoledì mi trovavo in Kyrgizstan, presso la Società di Mezzaluna Rossa locale. Erano presenti anche rappresentanti dell’Uzbekistan e del Tagikistan ed io vi posso garantire che, avendo girato il mondo, fra Croce Rossa e Mezzaluna Rossa non esiste alcun problema, poiché tra le due c’è un forte rispetto reciproco. Noi non ci poniamo neanche il problema di una diversità, anzi a volte ci sbagliamo e chiamiamo la croce mezzaluna e la mezzaluna croce, perché ci sentiamo parte della stessa identica famiglia, in cui non si fa politica, in cui non si danno giudizi, in cui non si fanno discriminazioni.
In un articolo preparato dal Prof. Vanni e dalla Ottaviani che dovrebbe avere anche la mia firma, di cui sono onorato, ho letto una frase scritta da Henry Dunant, che ne dimostra il genio. Io sono convinto che natura non facit saltus, la cui traduzione oggi sarebbe “step by step”: gli eventi seguono un loro corso. A volte però sicuramente ci sono dei momenti in cui la storia accelera, per cui c’è un prima e un dopo. La caduta del muro di Berlino, ad esempio segna un punto di confine tra un prima e un dopo. Lo Tsunami: c’è un prima e un dopo, infatti le catastrofi non sono più le stesse dopo lo Tsunami, non foss’altro perché è stata una catastrofe globalizzata, la prima vera catastrofe della globalizzazione, che ha colpito il mondo non solo per la sua entità ma perché ha coinvolto i potenti della Terra. È stata la loro presenza ad attirare così tanta attenzione e non l’ennesimo disastro, in zone da sempre colpite.
Una volta durante lo Tsunami venni intervistato in diretta da Sky. Una giornalista che stava davanti alle fosse comuni in Sri Lanka disse: “Forse è stato scongiurato il pericolo che gli occidentali vengano seppelliti nelle stesse fosse comuni dei locali”. Ciò è sintomo di una diversità e addirittura di una presunzione di superiorità che non si fermano neanche davanti alla morte. A quel punto mi sono messo a leggere la poesia “A livella” di Totò, che ebbi il privilegio di sentire detta da lui al Teatro Sistina pochi mesi prima che morisse. Duemila persone restarono in religioso silenzio, quasi non respiravano di fronte a Totò che recitava. Vi invito a leggerla, la dice lunga su come noi trattiamo gli altri.
Vorrei dunque farvi riflettere su cosa ha scritto Henry Dunant: “La mente indietreggia sgomenta, quando si considera che l’Europa arma a poco a poco con i suoi mezzi distruttori, e animandoli dei suo spirito di militarismo, più di duecento milioni di musulmani che un giorno forse potranno proclamare la guerra santa. Circa quattro milioni di buddisti, e altri milioni di asiatici professano e hanno in se stessi per il cristianesimo e la civiltà cosiddetta cristiana, un odio e un’esecrezione anche troppo giustificati dal passato, perché noi li abbiamo abbeverati di umiliazioni e di disprezzo quando si trattava dei loro culti, delle loro leggi, dei loro costumi, delle loro tradizioni, delle loro antiche civiltà”.
Questo lo diceva Henry Dunant nell’Ottocento, ed io dico che quest’uomo era un genio. Sono i geni che fanno fare i salti alla storia. Mi lasciano sgomento parole come queste: “Ecco gli eventi ai quali assisteremo, anche se è impossibile determinarne l’ordine successivo. Rivoluzioni ispirate ad anarchie, seguite da nuove tirannidi mascherate, duello fra Sud e Nord, combattimento gigantesco che probabilmente si rinnoverà in continuo per sfortuna di tutti. L’Europa sarà trascinata in una guerra generale di cui non si possono prevedere le molteplici peripezie e che comporterà senza dubbio un rimaneggiamento totale della sua carta geografica. La grande questione d’oriente, con tutti e le sue appendici, con tutte le sue difficoltà, ricomincerà più intensa e la soluzione sembra più lontana che mai. Il riassunto è il seguente: Sangue, sangue e ancora sangue, sangue ovunque!”. Quest’uomo è un profeta.
Quindi io credo che quando noi onoriamo Henry Dunant, quando onoriamo Solferino, Castiglione delle Siviere e le donne di Castiglione delle Stiviere, onoriamo le radici profonde della nostra storia, che è quella che attira ancora migliaia di persone, nonostante sembri che quasi lo facciamo apposta a non avere nuovi volontari. Il paradosso è molte volte la base della vita. Io rimango sempre meravigliato di come vediamo aumentare in continuazione il numero dei nostri volontari nonostante siamo drammaticamente selettivi. Se penso che a volte cerchiamo di cacciarli via perché non fanno le 200 ore, ma ne hanno fatte solo 199, “querelle” incredibili per cacciare via delle persone che lavorano gratis.
Oppure facciamo selezioni da decimazione per il corso di Diritto Internazionale Umanitario: 400 domande, 40 posti. Solo il 10% di possibilità di essere ammessi contro il 90% di coloro che sono esclusi dalla possibilità di andare 10 giorni in una caserma a discutere dalla mattina alla sera di diritto umanitario per poter fare un esame, il tutto gratuitamente. Sembra quasi che noi facciamo apposta ad essere così selettivi eppure, siccome il paradosso è la base della vita e a volte il paradosso è terapeutico, io penso che questa nostra selettività, questa nostra severità, alla fine paghi in termini umani, in termini di costruzione morale, che è la differenza che fa la Croce Rossa, che fa la Croce Rossa nell’ emergenza. Perché l’emergenza non è un problema del giorno dopo, ma è un problema del giorno prima, ed è un problema morale.
Noi ci dobbiamo posizionare all’interno della Società senza giudicare, senza discriminare, senza distinguere tra buoni e cattivi. Come disse Nostro Signore: “non giudicate se non volete essere giudicati, non condannate se non volete essere condannati”. L’attitudine giudicante fa danni, provoca stigma e discriminazione e lo stigma e la discriminazione piovono sempre sul bagnato. Infatti quanto più una persona è in difficoltà, tanto più è oggetto di stigmatizzazione per i suoi comportamenti e di discriminazione da parte degli altri. In questo la Croce Rossa dà una grande lezione, perché noi non giudichiamo, perché noi non condanniamo.
Noi ci siamo per aiutare, non so se noi siamo buoni o no. Ho i miei dubbi sulla bontà dell’uomo, come disse il grande filosofo Hobbes “homo homini lupus”, quindi non voglio attribuire a noi una patina di nobiltà, anche se pensando ai fatti credo che la Croce Rossa stia dalla parte giusta. E credo che il nostro orgoglio di essere Croce Rossa sia un orgoglio giustificato dalle nostre radici.
Qualcuno ha parlato dei geni e qualcuno ha parlato delle tradizioni, Bernard Kouchner che io cito sempre, fondatore di “Médecins sans Frontières”, è una costola uscita dalla Croce Rossa, come lo stesso Gino Strada di Emergency. Mi chiedo a questo punto come mai ad un certo momento noi produciamo costole che abbandonano la casa madre. Probabilmente perché siamo troppo complessi, perché siamo troppo grandi.
La complessità internazionale del nostro Movimento comporta un elevato livello di burocrazia, ma c’è chi non vuole aspettare, vuole correre, ed ha ragione. Una volta, al palazzo dell’ONU di New York, Bernard Kouchner mi disse “la Croix Rouge est vieille”, “la Croce Rossa è vecchia” e invece noi abbiamo coniato uno slogan “The Red Cross is young” “la Croce Rossa è giovane”.
Credo che la sfida tra vecchiaia e gioventù si vinca con la nostra capacità di affascinare le giovani generazioni. Recentemente sono stato a Napoli con il vostro Presidente Regionale per una riunione del Consiglio Nazionale. Sulla porta del Comitato c’erano due ragazzini di 15 anni in divisa che non avevano altro compito se non quello di accoglierci con un sorriso, ma erano fieri di stare là, come dei soldatini, al servizio dell’associazione nel posto che l’associazione avevo loro dato. Io credo che questa capacità di affascinare, direi di sedurre le giovani generazioni, è la nostra grande forza, e quindi termino questo mio intervento ringraziando Paolo Vanni. Paolo Vanni fa un’opera di disseminazione preziosa, di cui noi abbiamo un fondamentale bisogno. Sono certo che insieme a voi continueremo su questa strada e contamineremo anche quanti non sono stati ancora raggiunti dal nostro messaggio, che stanno anche in Croce Rossa, i disfattisti, quelli che vogliono distruggere. Noi li dobbiamo inquinare, con la forza delle nostre idee.
Grazie.