Storie di eroina al “Telefono in aiuto”
Vi prego aiutatemi, mio nipote è come impazzito, ha preso qualcosa, smania, minaccia, non so che fare…”. Cerchi di calmarlo come può, signora, stiamo arrivando”. Poco dopo, un medico e uno psicologo entrano in un appartamento all’estrema periferia e si trovano davanti a una scena drammatica: un’anziana signora in lacrime, i mobili rovesciali, buttati dovunque, alla rinfusa e, sul cornicione della finestra, un ragazzo sui trent’anni con gli occhi sbarrati minaccia di lanciarsi nel vuoto.
E’ imbottito dl cocaina, la “sniffa” da anni e la droga, passata la prima fase di euforia, lo ha trasformato in un paranoico balbettante. Vede nemici dappertutto, perfino in casa sua, addirittura nascosti sotto il letto. Lo psicologo, con voce tranquilla, inizia un lungo dialogo che si conclude in una prima vittoria: il giovane scende, acccetta un sedativo, allaccia quel filo che forse (in questo campo la certezza non esiste) lo porterà a disintossicarsi.
L’aiuto dello psicologo
Per gli operatori del “Telefono in aiuto” (53.11.507), questa è ordinaria amministrazione. Creato il primo maggio scorso, in una palazzina color ocra, all’interno del parco di Villa Maraini, il servizio ha ricevuto una media di dieci, quindici telefonate al giorno. Per la precisione, le chiamate sono state 494 a maggio, 333 a giugno e 358 a luglio.
A differenza del “telefono amico per tossicodipendenti” (..64864), quello inventato dalla Croce Rossa, e patrocinato dall’assessorato ai Servizi sociali del Comune, non offre solo informazioni e dialoghi. E’ un pronto intervento per tutti i problemi legati, in qualche modo alla droga, a ogni tipo di droga.
C’è il medico che corre a salvare un ragazzo in overdose con una fiala di “Narcan”; lo psicologo che cerca di “tamponare le crisi psichiche”; l’assistente sociale che si occupa di famiglie degradate, di quelle situazioni che sembrano inventate da una fantasia perversa e che spesso si creano attorno a un ragazzo che si buca. A Villa Maraini raccontano storie incredibili, come quelle del padre che fa lo sciopero della fame per protestare contro la moglie e il figlio: il giovane si inietta mezzo grammo al giorno di eroina e la madre per comprargli la droga, ha dato fondo a tutte le risorse economiche della famiglia.
Quando il figlio finisce in carcere, la mamma gli spedisce trentamila lire al giorno per procurarsi il veleno anche li. Al padre, il grande assente, non è rimasta che questa risorsa quasi patetica per farsi ascoltare: il rifiuto del cibo. E ancora: un altro giovane eroinomane, un’altra madre “pronta a tutto”. Talmente disponibile che, per procurare i soldi della pera quotidiana, va a prostituirsi per le strade di Roma.
“Le madri, spesso sono il nostro problema più grande” spiega, calma Anna Zaccagnini, psicologa trentunenne che lavora (volontariamente, come tutti gli altri), al “Telefono in aiuto” “dietro a questo loro darsi da fare per il figlio, a volte, c’è un rapporto malsano, una specie di incesto che gravita sulla siringa. Può sembrare cinismo puro ma è così; spesso un figlio tossicodipendente istituisce un equilibrio familiare, sia pure distorto, che è difficilissimo da sradicare.
C’è un ragazzo che veniva qui accompagnato da cognati, fratelli, madre, padre, zii: era così inserito in questo ruolo del tossicomane, di quello che ha bisogno dell’aiuto del clan, che non aveva praticamente alcuna possibilità di uscirne. In realtà, gli altri avevano bisogno di lui: la sua tossicodipendenza li faceva sentire utili”. Il “Telefono in aiuto”, per molti, è il primo passo di quel lungo e difficilissimo percorso che porta alla liberazione definitiva dall’eroina.
Gli operatori (6 psicologi, 4 medici, 4 volontari del soccorso, un assistente sociale e 5 ex tossicodipendenti) hanno l’elenco completo di tutte le strutture antidroga del nostro paese: 158 centri di accoglienza (la stragrande maggioranza al nord, pochi al centro, pochissimi al sud), 302 comunità terapeutiche funzionanti, 54 centri di reinserimento, più “Sat” (Servizi di assistenza ai tossicodipendenti) presenti in ogni unità sanitaria.
In comunità sono stati indirizzati esattamente 40 giovani a maggio, 38 a giugno e 79 a luglio. Ma quanti, dopo i primi colloqui, hanno proseguito il programma e accettato le regole, avviato una terapia, è impossibile stabilirlo. “L’eroina”, spiega Diana Giannunzio, di 31 anni, medico, “ha tre fasi: la prima è la cosiddetta “luna di miele”, l’innamoramento che dura fino a 5 anni.
In questo periodo la droga sembra una cosa meravigliosa, lo “sballo” un paradiso, i problemi psichici appaiono superati. Poi sopravviene una lunga stasi in cui l’effetto è sempre meno forte e il giovane si buca per non stare male. La terza fase è quella dell’angoscia, della depressione, del malessere profondo: spacciatori maneschi, botte, carcere, la famiglia che non ne può più.
In quest’ultima fase intervenire è più facile”. L’estate è un periodo nero per gli eroinomani e le lugubri statistiche dei decessi stanno a dimostrarlo: due morti a giugno, tre a luglio, due fino a metà agosto. I “pusher” (spacciatori) vanno in ferie e i loro clienti sono abbandonati a se stessi, si arrangiano con “roba” cattiva, cocktail di farmaci, surrogati perfino più micidiali dell’eroina.
E’ un momento durissimo soprattutto per quei tossicodipendenti (e sono sempre di più), che non vivono di piccolo furto o di prostituzione ma hanno conservato un lavoro, una vita apparentemente normale. Sono quelli che, con la droga, hanno un solo aggancio: un unico “fornitore” di fiducia. “In questo periodo”, continua la dottoressa Giannunzio va molto un farmaco che, in teoria, dovrebbe servire alle terapie di disintossicazione, una specie di metadone in pastiglie ma più forte”.
Un ragazzo che ha smesso dl bucarsi da tre anni (le braccia istoriate di tatuaggi, viso marcato, camiciola coloratissima), racconta di essersene fatta una fiala: “E’ robba, robba pura” (dove il termine sta per eroina). Se non si trova questa specie di bomba, si ricorre a quel che c’è nell’armadietto di casa, a quel che si riesce a rimediare da un farmacista compiacente o da un medico che, col ricettario, non va troppo per il sottile: ipnotici, anfetamine, farmaci per dimagrire, addirittura sciroppi per la tosse che, iniettati per endovena, procurano una sorta di torpore.
Solitudine e disperazione
A Roma (stando almeno all’esperienza degli operatori del “Telefono in aiuto”) non è ancora comparsa, invece, il terribile “crack” (cristalli di cocaina a buon mercato) che negli Stati Uniti sta praticamente conquistando il mercato e mietendo migliaia di vittime. “Da noi il nemico principale è ancora l’eroina, spiegano a Villa Maraini, o meglio tutto quello che c’è dietro: l’angoscia, la solitudine, la disperazione, le famiglie sfaldate e incapaci di reagire”.