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Interventi · 1995

Massimo Barra a confronto

Da: Convegno della Provincia di Agrigento su: La violenza sui minori. — 1995 · IT

Ci viene chiesto se è consequenziale che dalla droga leggera si passi alla pesante quasi che la risposta discenda da un’appartenenza dogmatica a parrocchie opposte. Se si appartiene ad una parrocchia la risposta è positiva, se si appartiene a quella opposta si può dire che non ci azzecca niente, anzi addirittura si può rilevare una stupidaggine tecnica basata sull’errore che l’hascisc non è una droga.

Fin dai secoli più lontani l’umanità ha selezionato cinque piante che sono refrattarie a qualsiasi strategia di sostituzione delle culture: il papavero da cui derivano la morfina e l’eroina (abbiamo celebrato recentemente il centenario dell’eroina. L’eroina è nata in casa Bayer alla fine dell’ottocento quando gli alchimisti scoprirono che acetilare era un processo che potenziava l’effetto delle sostanze; fecero un bel manifesto di propaganda che pubblicizzava la vendita libera sia dell’eroina che della Aspirina e l’eroina veniva presentata come panacea di tutti i mali), la coca, la canapa, l’alcool, il tabacco.

Cinque sostanze che agiscono tutte su un certo punto del sistema nervoso centrale sferzando, ingannando quelle cellule che sono deputate al piacere; indipendentemente dal fatto che siano legali o illegali vengono consumate pertanto, da sempre nel mondo, agiscono ingannando l’uomo e determinando un piacere che non era consentito al genere umano e che si sostituisce al piacere normale determinato dalla funzione di procreazione della specie, dell’accoppiamento e dell’alimentazione.

Allora è possibile chiedersi se si può prevenire in qualche modo che un soggetto che ha dei buoni motivi per drogarsi incontrando queste sostanze utilitariamente diffuse non diventi dipendente o non è possibile? Si può fare una prevenzione specifica dicendo che le droghe fanno male? Questo è assolutamente banale, anzi, dire che la droga fa male presuppone di rivolgersi ad un pubblico di sadici, di persone che sanno distinguere il bene dal male, che sanno discernere il conveniente dallo sconveniente – fare il bene è astenersi dal male – ma i comportamenti umani non sono in genere influenzati da un livello telencefalico, da un livello razionale, logico; a volte il male è bello.

Li c’è il fascino; quindi andare in giro per le scuole a dire che la droga fa male molte volte non serve a niente e se voi pensate alla possibilità di mandare messaggi addirittura da parte delle autorità cioè di sparare nel mucchio, di fare le grandi campagne, di fare pubblicità perché da questo derivi un non consumo cadete in una contraddizione in termini.

Quando voi sparate nel mucchio ci saranno 99 persone, quelle che in chiesa si compiacciono di essere buone, che interpreteranno nel senso auspicato di chi fa la campagna ma ci sarà un 1 per cento, i marginali che sono i disadattati nel senso che si adattano male a ciò che gli altri, essendo la maggioranza considerano la norma, che capiranno il messaggio a 180 gradi che, se non pensavano alla droga hanno un nuovo motivo per cominciare a pensarci e noi rischiamo di fare un danno.

Se poi il messaggio è ambiguo come capita spesso nei messaggi governativi, (le polemiche su quest’ultima campagna pubblicitaria – Fatti furbo -) credo che una mente difficilmente potrebbe essere così perversa da mandare un messaggio cosi ambiguo perché – fatti – nel gergo vuol dire iniettati droga, assumi droga.

Forse ai normali potrà rinforzare il sintomo della loro normalità ma agli anormali potrà quasi sembrare un’istigazione, magari coperta dalla riduzione del danno – fatti ma non fare troppo danno-. – Tu sei più forte di qualsiasi droga – è un messaggio fortemente ambiguo perché se può essere rassicurante nella maggioranza dell’opposizione sicuramente può indurre qualcuno a drogarsi oggi perché domani è un altro giorno comprovando il sentimento che tutti i ragazzi hanno, che a loro non capiterà; che loro sono più forti e che tutto sommato bisogna provare perché lo fanno tutti o perché non c’è differenza tra droghe legali e droghe illegali.

Perché l’alcool ammazza e l’hascisc no, e sicuramente di cento ragazzi che provano e cento che non provano, il futuro tossicomane statisticamente in maniera più probabile è fra quelli che provano perché i primi sono più disponibili a farsi modificare dall’esterno e i secondi, evidentemente, sono refrattari. Per non parlare delle cosiddette nuove droghe come l’ecstasy che risalgono ai primi del novecento; anche queste nate in case farmaceutiche legali, la casa Mark.

Nel primo dopoguerra ci fu la più grossa epidemia di ecstasy, di anfetamine in Giappone e, 25 anni fa, quando iniziai non si incontravano eroinomani, l’eroina non era ancora arrivata e neppure la morfina, che arrivò nel ’74 ma c’era gente che consumava amfetamina simile all’ecstasy, prodotti farmaceutici venivano già usati per tenersi su, come usano per tenersi su l’ecstasy nel momento in cui, dopo dodici ore di discoteca inizia l’after hour e quando, da venerdì sera si deve arrivare a domenica sera no stop e serve qualcosa per tenersi su.

Una parte di questi ragazzi a un certo momento avrà bisogno di un buon sedativo per evitare di flippare, di uscire dalla tangente, di ammattire, e il sedativo migliore sarà l’eroina e avremo una nuova ondata di tossicomania che affonda le sue radici in un comportamento che attualmente è considerato normale, espressione di giovanilismo e che molte volte i genitori tendono a sottovalutare. E riprendendo il problema della pubblicità bisogna considerare la discriminazione tra la tendenza al consumo e i livelli che noi cerchiamo, con battaglie un pò di retroguardia, di porre in atto per evitare il consumo (pensate al fascino di un grand prix sempre associato con il consumo di una sostanza e, di contrappeso, allo squallore di un messaggio incentrato sulla bronchite cronica per evitare il consumo di nicotina, l’uno che si lancia nei sentieri dell’irrazionale e dell’emotivo e la banalità del messaggio telencefalico e razionale che dice – non fare uso di questo perché ti becchi la bronchite cronica.

Non abbassiamo lo status del consumatore cerchiamo d’innalzare lo status del non consumatore con gli stessi mezzi propagandistici con i quali chi vende droga diffonde il suo messaggio. Sono tentativi che talvolta hanno successo, strategie di equivalenza (l’esempio del pari, del ragazzo di fronte agli altri ragazzi) evitando l’atteggiamento paternalistico che molte volte è più dannoso della steresi, non facciamo danno.

Consideriamo anche che ci sono figli violati, figli tossicomani che soffrono perché capiscono le situazioni. Non ci sono drogati felici perciò curiamo i tossicomani e combattiamo la droga. Il problema è che la droga non fa niente gratis e la vita di un familiare di un tossicomane sia di sostanze legali che illegali è sempre una vita infelice; risente dinamicamente della situazione d’infelicità, di debolezza del genitore.

Però attenzione agli automatismi. Nel nostro camper che staziona dalle 18 alle 24 sono passate circa 7 mila persone e molte volte vengono tossicomani con i figli e molte volte noi ci sentiamo dalla parte del tossicomane per difendere il bambino dalla burocrazia perché pensare di allontanare il bambino tout cour solo perché il genitore è un malato che non rispetta le regole della maggioranza rischia di diventare un ulteriore motivo di violenza nei confronti del bambino.

Difendiamoci anche dalla burocrazia, da un modo d’interpretare i servizi in cui le persone diventano dei fascicoli, diventano delle pratiche; molte volte incontriamo poliziotti per strada e vedendo quanta umanitˆ c’è in loro, riscontriamo che tra un poliziotto e l’assistente sociale i ruoli s’invertono perché chi sta in strada assume una sensibilitˆ che chi sta dietro negli uffici ad attendere ha dimenticato e, se qui ci sono operatori, un’analisi critica del nostro modo di essere, del nostro modo di comportarsi è indispensabile per migliorare la qualitˆ dei servizi.

E se noi attendiamo solamente, fatalmente selezioniamo l’utenza perché accogliamo solamente quanti superano e sono in grado di superare la frustrazione insita nella richiesta dei ricchi. Noi dobbiamo fare anche servizi che sono aperti e che vanno incontro al disagio laddove il disagio si manifesta.

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