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Articoli · 3 Marzo 1986

L’esperienza di Villa Maraini e gli errori dei SAT

Da: Lavorosocietà — 3 Marzo 1986 · IT

Varcato il cancello di via Ramazzini ci si inoltra per una strada contorta fra alberi e casali, un inatteso squarcio di campagna nel cuore di Roma. Il punto di arrivo è Villa Maraini, che si presenta subito animata da una pacata ma intensa attività. E’ uno dei tanti centri in Italia che si occupano di tossicodipendenza, ma uno dei pochi a gestione pubblica: sono una quindicina in tutto, contro gli oltre trecento a gestione privata censiti dal ministero degli Interni nel 1985. Perché cosi pochi?

Ci risponde Massimo Barra, medico responsabile di Villa Maraini, un pioniere nella lotta alla tossicodipendenza: cominciò ad occuparsene più di quindici anni fa, quando a Roma non era ancora arrivata l’eroina. “Quello della droga è un fenomeno relativamente recente al quale si è dovuto dare una risposta immediata. Il settore privato è certamente in grado di reagire con maggior prontezza e con caratteristiche di elasticità e dinamismo essenziali per l’efficacia della risposta.

In un paese democratico, poi, pubblico è anche sinonimo di pluralismo e quindi in contrasto con la filosofia di molte comunità terapeutiche, basate su forme di intervento polarizzate, vale a dire fortemente caratterizzate e prive di incertezze”. In realtà la filosofia di Villa Maraini sembra basarsi su di una grande libertà e su di una continua possibilità di scelta da parte dei ragazzi che la frequentano.

La sua caratteristica sta nell’essere una comunità aperta e non residenziale: vi lavorano 7 operatori fissi – 3 medici, 3 psicologi ed un assistente sociale, dipendenti dell’Usl – ed una decina di volontari tra ragazzi della Croce Rossa ed ex tossicodipendenti. Vi passano le proprie giornate attualmente una trentina di ragazzi, liberi di uscire e rientrare quando vogliono, di confrontarsi con il mondo esterno e di tornare qui a costruirsi delle alternative.

E nata nei ’76 da un’iniziativa volontaristica, sovvenzionata dapprima dalla Croce Rossa, quindi dal Comune e dalla Provincia, alle quali nel 1980 è subentrata la Usl. Ma la convivenza tra volontariato ed ente pubblico non è delle più pacifiche. “La mentalità delle Usl – spiega ancora Massimo Barra – è orientata prevalentemente verso l’ospedale o l’ambulatorio. Spesso l’attività terapeutica è sottovalutata o guardata con sufficienza.

Ne derivano inevitabili ottusità burocratiche come una errata politica degli operatori: da un lato mancano corsi di formazione specifici, di cui dovrebbe farsi carico l’università stessa, dall’altro si pretende dagli operatori un’inflessibilità di orari che non tiene minimamente conto delle caratteristiche di questo lavoro. E’ tipica la cos“ detta “sindrome di burnout”, una forma di esaurimento che colpisce chi lavora quotidianamente con la disperazione altrui”.

In effetti, la convinzione che la terapia non fosse altro che una forma di svezzamento da compiere con l’aiuto di farmaci è stato, almeno inizialmente, uno degli errori più gravi dei Sat (i Servizi di assistenza ai tossicodipendenti istituiti dal decreto Aniasi nell’ambito delle Usl e considerati da molti dei semplici dispensatori di metadone).

La causa può essere identificata certamente nell’impreparazione dei medici ad affrontare il problema, staccandosi da una soluzione puramente farmacologica e lasciando più spazio agli psicologi ed agli assistenti sociali che operano negli stessi servizi. Alcuni riconoscono ai Sat il merito di aver comunque contribuito a ridurre il numero dei morti, ma non è sufficiente. Al ministero della Sanità si afferma che la mentalità sta cambiando.

Il 13 febbraio scorso è stato, infatti, emanato un decreto per regolare il regime di convenzione tra unità sanitarie locali ed associazioni o cooperative di riabilitazione che sancisce, tra l’altro, l’esclusione di programmi farmacologici. Ma l’intervento concreto viene delegato ancora all’iniziativa privata ed i Sat restano un mondo a sé, incapace di offrire alternative o di indirizzare ogni soggetto alla soluzione più giusta per lui e per il determinato momento in cui si trova. Occorre infatti considerare che il cammino della tossicodipendenza è lungo e caratterizzato da continui cambiamenti e che ogni intervento non può essere che parziale.

E’ il tempo stesso che, abbinato ad una terapia stimolante, toglie fascino alla droga e permette di scoprire le alternative. L’intervento deve mirare quindi ad accelerare le reazioni possibili individuando ciò che è più giusto offrire ad ogni singolo ragazzo. A Villa Maraini, chi frequenta la struttura la crea, sia attraverso le attività quotidiane (pulizia, cucina, ecc.), sia attraverso attività culturali e ricreative, scelte dai ragazzi stessi nella riunione settimanale. Non manca, infine, la possibilità di un reinserimento lavorativo, seppure in ambiente protetto, per chi vuole partecipare alla ristrutturazione dei locali, alla pulizia del parco o all’attività della tipografia interna.

E quando uno vuole se ne va. E’ un modello, ritengono gli operatori della Villa, dal quale i Sat dovrebbero trarre ispirazione. Ma al ministero della Sanità un piano programmatico di sviluppo ancora non esiste. La legge finanziaria per il 1984 ed il 1985 ha individuato nel fondo sanitario nazionale una quota a destinazione, vincolata da erogare su presentazione di programmi regionali valutati dagli organi centrali. Le indicazioni ministeriali, a questo proposito, parlano di potenziamento dei servizi pubblici territoriali, attivazione di comunità terapeutiche pubbliche o convenzionate, formazione di personale, potenziamento del sistema di rilevazione dati.

Le quote ammontavano a 30 miliardi nell’84 e 40 nell’85, che si dovrebbero ripetere nell’86. Ma i ritardi sono notevoli: il fondo dell’84 è stato svincolato nell’85 e quello dell’85 deve ancora esserlo, I dati per la ripartizione fra regioni e province autonome si basano sulla popolazione residente, sulla popolazione in fascia d’età a rischio (considerata tra i 15 ed i 29 anni), sul numero di decessi per tossicodipendenza e sul numero di denunce per reati in questo campo. Nel 1984 le quote più alte sono andate rispettivamente a Lombardia (5,238 miliardi), Lazio (3,761), Campania (2,812), Sicilia (2,501), Veneto (2,360) e Piemonte (2,152). Con la legge 297 del giugno ’85 è stato istituito anche presso il ministero degli Interni un fondo da distribuire attraverso i Comuni, sotto il controllo di una commissione presso la presidenza del Consiglio.

Per evitare duplicazioni di finanziamenti le quote del ministero degli Interni (15 miliardi per l’85, 19 per ’86 e 19 per l’87) sono state destinate espressamente al potenziamento delle strutture di reinserimento, trascurando quelle di recupero. Pur riconoscendo in questo atto la volontà politica di intervenire sul problema della tossicodipendenza, al ministero della Sanità non mancano critiche sulla abilità della distinzione espressa e sulle probabili difficoltà degli organi di controllo a verificare le capacità terapeutiche effettive di chi si rivolge ai Comuni.

Accanto ai problemi dei finanziamenti si presenta infine, ugualmente grave, quello del blocco delle assunzioni: dal maggio ’85, infatti, la stessa sanatoria che ha permesso di assumere di ruolo il personale già convenzionato, non consente più di avviare nuovi rapporti di convenzione, ostacolando cos“ la possibilità di avere nei servizi interventi occasionali di specialisti e limitando il potenziamento dei personale fisso. Si arriva al paradosso in regioni come la Lombardia, che offre validi corsi di formazione per personale specializzato, ma privi di sbocchi nelle strutture pubbliche.

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