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Articoli · 25 Marzo 1991

Legge severa ma poco applicata

Da: Nuova Rassegna Sindacale — 25 Marzo 1991 · IT

Tossicodipendenze/Un bilancio della “162” a nove mesi dall’approvazione

E c’è una novità, sale l’età media di chi passa per i servizi pubblici: non più solo emarginati, ma gente che lavora

Come funziona la “nuova” legge antidroga, già vecchia di nove mesi? Si sono placate, superate da altre più recenti, le polemiche tra le forze politiche che accompagnarono discussione e faticosa approvazione della “162”. I rapporti tra Pds e Psi non sono oggi molto diversi da come lo furono in quei giorni di scontro. I cattolici rimangono divisi.

Ma nove mesi – e i primi rapporti ufficiali – permettono un ragionamento più pacato. Che cosa è dunque cambiato, veramente, nei rapporti tra istituzioni e mondo (non più soltanto giovanile) che cerca trasgressione e usa droga? A scorrere i giornali con occhio distratto non è cambiato niente. Le cronache continuano a contare i morti “con la siringa insanguinata a fianco” nei cessi delle stazioni e sulle panchine dei parchi, in ville di montagna e pensioni da emarginati. Si limitano a contarli: le notizie sono di solito brevissime, delle vittime non si sa nulla.

Le cronache si ravvivano un po’ soltanto in occasione di arresti eccellenti, o di irruzioni della polizia in ville di campagna dove sono in corso “droga party”. Ogni tanto una notizia curiosa: arrestata una madre che aveva accompagnato il figlio a comprare metadone; arrestato uno spacciatore di 70 anni, è tossicomane da trenta; un giocatore di calcio assai noto è inquisito per uso di cocaina; altri due accusati di detenzione di sostanze stupefacenti per una storia di pillole proibite.

Tutto come al solito, sembrerebbe. I morti aumentano: non sarà colpa della nuova legge, ma questa non ha certamente il merito, per ora, di aver indotto chi si droga, nonostante tutto, a una maggior prudenza. La legge punisce con una multa di non meno di 100 mila lire chi abbandona siringhe usate in luogo pubblico o aperto al pubblico: non si ha notizia di una sola contravvenzione di questo tipo in tutta Italia, ma prati di periferia e androni di palazzi del centro di ogni città sono tappeti di siringhe, esattamente come prima.

I servizi di assistenza e recupero, le comunità, gli operatori sociali sono nelle stesse difficoltà di un anno fa, benché la legge preveda molte novità. “Il fatto è che nessuna legge potrà mai impedire all’uomo di drogarsi – dice Massimo Barra, medico, da vent’anni tra tossicodipendenti, direttore della Fondazione Maraini, con una comunità diurna a Roma -. è un problema di educazione, di saper distinguere il giusto dall’ingiusto.

E neppure questa legge, che pure secondo me ha lati positivi, è riuscita a inventare una vera prevenzione: in fondo quasi impossibile, perché siamo tutti diversi e non può esistere una prevenzione ufficiale, buona per tutti”. Sostiene Ronald Siegel, psicofarmacologo americano di grande fama, che l’uso di droghe fa parte non soltanto della natura umana, ma anche di quella animale.

Tutto il can can costruito nei secoli intorno alle droghe è quindi, secondo Siegel, “un guazzabuglio di ipotesi ideologiche, alcune nobili, altre ignobili, pilotate a seconda degli interessi di quartiere, di bande o di governi, nessuna delle quali ha una benché minima giustificazione di salvacondotto scientifico”. L’uomo ha sempre usato “droghe” (definizione larga: per tutto ciò che ha effetti sui meccanismi psicologici) perché, di solito, le droghe danno piacere.

“Ci siamo affannati tutti, per anni, a cercare le cause delle tossicomanie – dice ancora Barra -, dimenticando la più banale: anche l’eroina è piacevole, e se non c’è eroina, va bene qualsiasi altra cosa che stravolga”. Così il fenomeno si è allargato in parallelo con la diffusione e la disponibilità di sostanze. Tutto qui. Ai tossicomani di dieci anni fa che, se non sono morti o malati di Aids, hanno oggi trent’anni, si sono aggiunti quelli che nel rampantismo yuppie hanno scoperto l’eccitazione della cocaina e da questa la necessità di un “atterraggio soft” usando eroina; oppure quelli che credono che un paio di pillole di ecstasy in discoteca non facciano male, anche se poi ci vuole un barbiturico per dormire o più semplicemente tutti quelli che, dopo aver sentito tanto parlare di eroina, hanno deciso di provarla, e riprovarla e riprovarla ancora: “Tanto, una volta ogni tanto non fa niente, e io non sono un ragazzino”.

Finendo a loro volta dipendenti. “E’ vero che l’età media dei tossicodipendenti che passano per i servizi pubblici è salita – dice Mario Santi, del Coordinamento nazionale tra gli operatori dei centri pubblici, psicologo a Firenze -. E’ vero anche che ci sono meno giovani. Significa soltanto che è più facile trovare la roba. E per noi significa una realtà nuova: questi non sono emarginati, giovani disadattati, ma uomini e donne che lavorano, perfettamente (o apparentemente) inseriti in questa società.

Lavorano, guadagnano. E appena si rendono conto che l’eroina gli costa troppo, corrono ai servizi pubblici per essere aiutati. Il numero degli utenti, quindi, è destinato a salire, perché questi non vogliono certo andare in una comunità”. La nuova legge sembra dare importanza ai servizi pubblici. E’ cambiato il loro nome (adesso è Sert: servizio tossicodipendenze) e dovrebbe aumentare anche la dotazione minima di personale, stabilita in rapporto agli utenti.

E’ possibile che questo un giorno accada, i Sert, ex Sat, per ora vanno avanti, più o meno bene (e dove esistono: ci sono ancora Comuni che non ne hanno), come prima. “Anzi, in qualche caso un po’ peggio – spiega Santi -. Perché sono i servizi, per ora, che devono fornire operatori sociali alle prefetture, investite di nuovi compiti e prive di specialisti. Proprio il rapporto tra servizi pubblici e prefetture, comunque, sarà il banco di prova della legge”.

Si sa che cosa dice la 162. Stabilito che è vietato drogarsi, ma passato il principio che un comportamento, nella peggiore delle ipotesi definibile come deviante, non può essere punito con la galera, chi viene sorpreso con in tasca una quantità di sostanza proibita inferiore al suo fabbisogno medio giornaliero (fissato da minuziose tabelle), viene segnalato al prefetto, che entro cinque giorni lo invita per un colloquio.

Ma prima del colloquio, la polizia deve stabilire di che sostanza esattamente si tratti, e in quale quantità (che varia, ovviamente, in base al tasso di purezza). “Ci sono capoluoghi di provincia – dice Roberto Sgalla, segretario del sindacato di polizia Siulp – sprovvisti di laboratori, e la polizia non ha strumenti tecnici adeguati. Così può passare anche un mese, prima che si sappia se era droga o bicarbonato, salta il colloquio con il prefetto, per quello che può valere, e chi si drogava continua a drogarsi”.

Così, per puro e semplice buon senso, le segnalazioni di drogati “semplici” alle prefetture sono pochissime: nei primi sei mesi di validità della legge, meno di seimila (di fronte a un numero di consumatori di droghe che, secondo i più supera il milione), i colloqui soltanto la metà.

“Capita anche – racconta Sgalla – che i poliziotti delle volanti si improvvisino assistenti sociali e cerchino di convincere il tossicomane a farsi assistere. Le sale operative di tutte le questure hanno numeri di telefono e indirizzi anche delle comunità e dei centri di accoglienza. Nessun prefetto o questore che io sappia, ha invitato il personale di polizia ad applicare con rigore la legge. Altrimenti avremmo intasato prefetture e preture di pratiche riguardanti storie di droga”.

Insomma: una battaglia inutile, intorno a questa legge, visto che poi non viene applicata? “Di sicuro si è badato più alle ideologie che al problema concreto – risponde Sgalla-. Ma la legge contiene anche cose interessanti: per esempio permette indagini più agili, consentendo gli acquisti di droga per risalire ai grossisti da parte di agenti e carabinieri specializzati; permette di rinviare un arresto per entrare nella fiducia dei trafficanti, cioè per infiltrarsi nelle organizzazioni.

E questo è giusto, com’è giusto impiegare più agilmente uomini all’estero”. Anche Ivan Cavicchi, responsabile del Dipartimento della Cgil, vede luci e ombre nella nuova legge. “C’e un bel passo avanti nei confronti del tossicodipendente che lavora, al quale è permesso di disintossicarsi, anche con un lungo soggiorno in comunità, senza perdere il posto.

Era una norma già ottenuta dal sindacato in molti contratti, ma fa chiarezza. Questa legge crea però problemi nuovi, nel mondo che ci interessa: si prevedono per esempio test per lavoratori “a rischio”, ma manca ancora il decreto che, stabilisce quali siano i mestieri a rischio, e con quali modalità si possano svolgere questi esami. E bisognerà stare attenti che questo non divenga un sistema per controllare l’accesso al mondo del lavoro, che per un ex tossicodipendente è un grosso aiuto al reinserimento.

Più delicata ancora la questione sollevata dagli operatori, ai quali si chiede un ruolo improprio di controllo sociale. Qualcuno, don Ciotti per esempio, ha già affermato che non diverrà mai un delatore, segnalando – come dovrebbero fare gli operatori – chi interrompe il trattamento di disintossicazione e dovrebbe per questo tornare in carcere”.

A Cavicchi non piace in particolare tutta la parte che riguarda la prevenzione, che delega molto alla scuola: “Rimane un concetto misterioso questa prevenzione per la quale si spendono tanti soldi. Credo che la vera prevenzione sarebbe una politica del lavoro e delle città, ma non è questa la filosofia di una legge che si muova nella logica della tutela giuridica di cittadini ritenuti incapaci. Cioè, in fondo, in una logica di controllo”.

L’esperienza di una comunità laica. LA PASTICCA “BLOCCA PIACERE” Impiegati in banca o alle poste, infermieri professionali, un medico, un giornalista, un’alta percentuale di diplomati e laureati: gli utenti della comunìtà diurna di Villa Maraini, a Roma, sono assai diversi dall’immagine tradizionale del “tossico”.

E questa comunità, che ha festeggiato il quindicesimo anno di vita, è anomala rispetto alle altre: è laica; non sottrae al suo ambiente e ai suoi rischi chi vuol smettere di drogarsi; per far superare la dipendenza psicologica da eroina usa uno strumento chimico, oltre alla tradizionale psicoterapia di gruppo. Il farmaco utilizzato a Villa Maraini (ma anche in altri servizi pubblici) è il naltrexone, un antagonista degli oppiacei.

Vuol dire, per chi prende la pasticca, che iniettarsi eroina o acqua fresca è la stessa cosa: il medicinale impedisce alla droga di sviluppare i suoi effetti, si sono spesi soldi senza risultati. Peggio: se ci si droga prima, si cade di colpo in crisi d’astinenza. “Certo, per affrontare il naltrexone bisogna essere ben motivati – dice il responsabile del centro, Massimo Barra – .

Ma anche per resistere due anni in comunità bisogna esserlo. Il vantaggio che offriamo noi è che si può continuare a lavorare e a vivere in famiglia”. Hanno usato finora il farmaco “blocca piacere” 300 persone, il 60 per cento tiene duro da un anno.

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