Gli androni della metropolitana, i tunnel stradali, gli abissi metropolitani intorno alla stazione. Italiani, albanesi, africani. Il popolo della disperazione, di chi qualche volta ha cercato di smettere, di chi non ci ha mai pensato. E di chi lotta per salvarli.
L’abisso è una scala cieca a due passi dal mondo. C’è un ago che luccica e il sangue che scorre. Un paltò scivola piano lungo i gradini, non un grido, non un rantolo. L’unico rumore è la metropolitana che arriva, le voci della sera. Lo hanno salvato, stavolta. Lui era lì che aspettava di spegnersi e la sua donna chiedeva una sigaretta, solo una sigaretta. Lo hanno salvato e oggi è già il secondo e ad altri è accaduto ieri: tenuti in mezzo a noi dall’amore e dal destino.
C’è una overdose di sangue a Roma, un morto ogni due giorni. Ci sono 19 ragazzi ammazzati dallo “schizzo” di una dose troppo pura di eroina, oppure truccata, tagliata con solventi chimici e polvere di marmo. Ce ne sono decine salvati dai medici e dai volontari della Croce Rossa che collaborano con la Fondazione “Villa Maraini”, struttura pubblica, la prima in Italia a inventare le unità di strada, i camper, le auto per il pronto soccorso 24 ore su 24.
Sono morti i più disperati, anni di buchi alle spalle, nessun progetto di vita, nessuna prospettiva di riabilitazione. Spiega il dottor Massimo Barra, direttore di Villa Maraini: “C’è una parte della società a perdere. Ciclicamente ci sbatte in faccia i suoi mortiÈ”. Allora è bene ripassarla, la lezione: c’è la droga e ci sono i drogati, 25.000 eroinomani a Roma, poi quelli che tirano cocaina, che si impasticcano, che non si fermano mai, nemmeno davanti alle dosi truccate.
Il massimo lo chiamano speedball , eroina e cocaina insieme, due effetti in uno, ansiolitico ed eccitante. Se va bene finisce con un collasso. E il rito accomuna tutti, senza distinzioni di razza e colore della pelle. Si “fanno” italiani ricchi e poveri, si “schizzano” neri, curdi, albanesi. Gli africani vanno sugli scudi: grandi spacciatori e grandi consumatori. Il 65 per cento dei tossici neri è nordafricano, l’11 del Senegal, dell’Etiopia e del Sudan. L’Est europeo riempie il 13 percento della classifica, il resto è sparso.
L’anno scorso sono morte 83 persone per droga. Le unità di strada di Villa Maraini ne hanno salvate 91. In sette anni, da che funzionano, sono 477 le persone scampate alla morte. Oggi è venerdì e fuori dall’ufficio di Massimo Barra c’è la solita fila di chi forse smetterà e di chi invece dice che è più forte di te. “Noi non rifiutiamo nessuno. Il problema è salvare le vite. Non esiste la tossicomania, esistono i tossici e la terapia deve adattarsi a loro e non viceversa”.
Villa Maraini sono tre edifici dentro al grande parco della Croce Rossa italiana. E’ nata vent’anni fa come comunità terapeutica. Si occupa di tutto, dai programmi di recupero alla riduzione del danno per chi non vuole smettere. C’è una tipografia, cioè una cooperativa di lavoro per chi ha deciso di rifarsi un progetto di vita, una comunità, i dormitori, che si riempiono tutte le notti ma dove non si può sostare per più di cinque giorni.
Dice il dottor Barra: “Il tossico che non vuole smettere, se seguito da una struttura, corre meno rischi”. C’è parecchia gente questa sera. Si parla della partita di eroina troppo pura, dei morti e dei modi per uscirne. Nella stanza del “Progetto carcere” le luci rimangono accese fino a tardi. L’armadio è pieno di fascicoli. Sono spesso lettere disperate, e i medici di Villa Maraini, gli psicologi, gli ex tossici che qui lavorano hanno per ognuna una risposta. L’ambulatorio è aperto giorno e notte. Dieci medici si danno il cambio: curano un ascesso e fanno i test dell’Aids.
Li aiutano le infermiere volontarie della Croce Rossa. Accanto si apre la porta di uno stanzone. Barra mostra gli schedari: migliaia di nomi, migliaia di cartelle. Scherza il medico: “C’è tutta Roma qua dentro”. E’ il grande popolo che cerca di smettere o che ci ha provato una volta. Non eroina ma oppiacei, insomma farla finita con la “canna”. E’ una terapia specifica. Barra dice che è il più grande centro al mondo a usare il Naltrexone, farmaco che annulla l’effetto piacevole del fumo e inibisce il desiderio.
Ci sono programmi annuali, pastiglie e psicologi per dire che la vita può sorridere anche senza canne. Le storie nei corridoi sono tutte simili. C’è un amico che ti insegna e tu ti vergogni. Così ti rovini per sempre. Sballo e divertimento, prima le canne e poi l’eroina. La sala delle emergenze si trova inseguendo il gracchiare della radio. “Via Greve, via Greve”. E’ una strada dalle parti della Magliana. Qualcuno ha chiamato il 55.87.777: “C’è un ragazzo a terra”.
L’unità mobile, una delle due che percorre le strade di Roma, è sgommata via e l’ha salvato. Ventidue anni e oggi si era fatto un po’ di più. Ha detto: “Sto in depressione”. Il farmaco si chiama Narcan. E’ il salvavita dei drogati. Per legge tutte le farmacie lo devono avere e dare senza ricetta. Combatte l’eroina e non ha controindicazioni. Alcuni protocolli internazionali prevedono che, se un paziente arriva a un pronto soccorso incosciente, si devono fare subito due dosi di Narcan: “Non si sa mai, e se uno è solo ubriaco il Narcan è come l’acqua distillata”, spiega il dottor Barra.
In Italia spesso manca sulle ambulanze e poi è previsto che sia un medico a fare le iniezioni. Così, se il medico non c’è, si muore. “Eppure potremmo salvare tante vite, se le fiale fossero in dotazione a tutti i mezzi di soccorso”, annota Barra. L’amore e il destino. Il ragazzo di via Greve deve la vita ad una piccola auto bianca con la targa della Croce Rossa. Dentro c’era un medico con il Narcan nella borsa. E’ sera. Si parte con un turno nuovo dentro le strade della notte.
Stazione Termini e lì intorno. Sta accovacciato un popolo di naufraghi. A loro possiamo offrire solo rammendi. Il camper di Villa Maraini da sette anni è fermo tutte le sere in cima alla fila dei taxi. Offre siringhe pulite, profilattici e Narcan: “Limitiamo il dannoÈ”, spiega il dottor Stefano Placidi, di turno questa sera, “e pretendiamo che ce li portino indietro”. Ogni sera a questo camper si affacciano 150 tossici, venti nuovi mandati qui dagli amici.
E il secchio si riempie in fretta. Gli abissi sono tanti, giù nella metropolitana. Poi ci sono le vie di fuga dei tunnel stradali. Scendiamo dalla piazza di Porta Pia. Non c’è nessuno, ma molte siringhe e macchie di sangue fresco. Lo spaccio avviene tutto attorno alla stazione. “Vedi, non è difficile. Li cerchi, li trovi e non li odi mai”, dice il tossico che accetta di far da guida nel Grand Tour alla ricerca della roba. L’eroina la vendono i neri, le pasticche i bianchi.
Non è il caso di fare troppe domande. Al camper c’è la coda. Arriva un tipo con un basco verde e un televisorino in mano. Vuole due siringhe e una fiala di Narcan. Dice: “Ieri sera vicino a me uno è diventato blu. Gliel’ho iniettata sotto la lingua. L’ho salvato”. Non basta la paura per smettere: “Te ne freghi e vai. Dammi una siringa, amico”.
Giancarlo una volta era un tossico anche lui. Ora li aiuta, volontario della Croce Rossa. Molti li ha salvati. LÕaltra sera un ragazzo gli ha detto: “Vado a farmi nel cantiere. Ma, per piacere, vieni a vedere che fine faccio. Ho paura”. Il ragazzo non tornava. Giancarlo è andato. Aveva le fiale in tasca, come sempre. Il ragazzo ora è vivo. Per amore, forse per destino.