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Articoli · 15 Ottobre 2002

La Scelta Terapeutica nella Doppia Diagnosi

Da: 15 Ottobre 2002 · IT

Primo Congresso Nazionale su Disturbi Mentali e Tossicodipendenze

Organizzato dalla U.S.L. 7 di Carbonia (CA) 15 – 19 Ottobre 2002

Prevenzione Terziaria Parlo di prevenzione terziaria perché penso che quella primaria basata sulla conoscenza delle sostanze e delle storie di droga non serva a niente, a volte sia addirittura controproducente. La pubblicità, basata sulla conoscenza del prodotto, serve a vendere e a favorire i consumi.

Parlare in maniera ridondante di sostanze per evitare che siano consumate sembra quasi una contraddizione in termini. Più che una prevenzione orientata specificatamente ne serve una aspecifica: tutto ciò che dalla vita prenatale in poi riesce a far star bene l’individuo nella propria pelle e lo aiuta a saper distinguere il bene dal male, il conveniente dallo sconveniente. Chiunque può spacciare le sue azioni come preventive della diffusione della droga, sfruttando la difficile, forse impossibile, misurabilità degli effetti.

Dai corsi di chitarra alle marce antidroga, dai manifesti agli autobus drogocentrici, dal parlar male della droga al dare la parola agli ex, tutto sembra orientato più a finanziare gli amici e gli amici degli amici dei governanti di turno che ad evitare la diffusione delle droghe. Diverso è il discorso della prevenzione terziaria, misurabile e valutabile nei suoi effetti. Prevenzione terziaria, in tema di droga, non può essere intesa tanto come prevenzione delle ricadute, essendo queste parte integrante e costituenti della malattia, quanto piuttosto prevenzione delle patologie che spesso si accompagnano alla dipendenza e che possono rendere grave e irreversibile un quadro normalmente meno grave e sempre reversibile. Per attuare una prevenzione terziaria è vitale il contatto coi tossicomani ed è interesse di tutti che le Istituzioni Terapeutiche adottino strategie aggressive ed interventistiche, non limitate all’attesa di quanti sono in grado di rivolgersi ad un centro antidroga ma capaci di andare a cercare i tossicomani nei luoghi stessi del consumo di droga. Tanto più il soggetto è incapace di volere e pericoloso per sé e per gli altri tanto più imperativo è andargli incontro.

Prevenzione delle overdose, delle malattie infettive trasmissibili per via ematica o per via sessuale, della violenza auto ed eterolesiva, della criminalità e dell’aggravamento delle condizioni generali di salute sono tutti obiettivi realistici e raggiungibili con un intervento adeguato.

Tavola Rotonda

Modelli organizzativi, valutazione dei bisogni e risultati I modelli organizzativi dell’assistenza ai tossicomani, tanto più di quelli a doppia diagnosi, risentono fortemente della ideologia che li ispira e che in tutto il mondo occidentale oscilla tra 2 poli opposti che vanno al di là della tradizionale contrapposizione tra proibizionismo e antiproibizionismo. Da un lato c’è chi pensa che è necessario diminuire lo status sociale del tossico, sostituire la propria alla altrui carente volontà, mettere alle corde e annientare la personalità patologica per poi più facilmente poterla ricostruire su basi nuove.

La droga è considerata il nemico da battere, il sinonimo del male in assoluto per cui tutto si giustifica, coercizione, violenza psicologica, condizionamenti. è la strategia che predica il cacciare di casa, il far toccare il fondo, il deprimere, per poi formare un uomo nuovo affrancato dalla schiavitù della droga, rispettoso delle regole che gli saranno imposte grazie ad una strategia behaviorista.

Al polo opposto si situa chi ritiene che comportamenti terapeutici tendenti a deprimere chi ha già buoni motivi, a monte forse, sicuramente a valle dell’incontro con le sostanze, per essere depresso, rappresentino una contraddizione in termini. Lo sforzo terapeutico, anziché deprimere, deve tendere all’empowerment del paziente, al miglioramento dei suoi sensi carenti di autostima, alla catalizzazione di circoli virtuosi anziché viziosi. L’occhio del terapeuta è più benevolo e tollerante, essendo convinto che il paziente si asterrà dalle sostanze quando i tempi della malattia lo consentiranno, più per un esaurimento del piacere legato all’esperienza drogastica che per merito delle terapie praticate.
L’obiettivo della terapia non è di ottenere tutto e presto, ma è focalizzato sulla qualità della vita del paziente, senza forzare la mano alla natura della malattia che viene rispettata nella sua evoluzione e nei suoi tempi. Provando a chiamare integralista o redentorista la prima posizione e laica o di empowerment la seconda, e pur essendo partigiano ed attivista di quest’ultima, penso che il nostro sforzo di terapeuti dovrebbe essere rivolto alla ricerca di compatibilità e di sintesi capace di influenzare positivamente la vita del tossicomane attraverso “modelli organizzativi e valutazione dei bisogni e risultati” adeguati.

Massimo Barra
Direttore della Fondazione Villa Maraini

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