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Interviste · 29 Marzo 2006

«La Croce rossa? Una ragione di vita»

Da: il Campanile — 29 Marzo 2006 · IT

Il presidente, Massimo Barra: “E’ un’esperienza che segna. Garantirò la piena neutralità che a volte è mancata”

Probabilmente ad otto anni, quando muoveva i primi passi all’interno della Croce Rossa Italiana non pensava di arrivare a ricoprire un ruolo così importante. Ma dopo tanto tempo, speso nel campo dell’aiuto umanitario, oggi quella carica, forse, era quasi dovuta. E così, a 58 anni, Massimo Barra si ritrova Presidente di un’associazione umanitaria che opera a livello internazionale, che combatte ogni forma di sofferenza e di discriminazione. Per diffondere, umilmente, il bene e l’umanità, ragion d’essere di questo movimento con più di cento anni di storia alle spalle.

Cinquant’anni nella Croce rossa: cosa è Massimo Barra per la Croce rossa e cosa è la Croce rossa per Massimo Barra?

«Io attualmente per la Croce rossa sono il presidente nazionale. La croce rossa per me è una ragione di vita che ha influenzato tutta la mia esistenza. E poi crescendo io sono diventato medico perché ero volontario di Croce rossa e non viceversa. Sono stato in 84 Paesi e queste esperienze mi hanno forgiato il carattere e mi hanno aperto la mente ai problemi del mondo».

Quali sono i suoi progetti per il futuro?

«La Croce rossa ha un ruolo unico in Italia e nel panorama nazionale. Accanto alla componente volontaristica, che ci vede con 300mila volontari come la più grande associazione di volontariato italiana, abbiamo una componente ausiliaria dei poteri pubblici, quindi siamo costituzionalmente considerati un ente di diritto pubblico, di alto rilievo, con 5700 unità di personale retribuito. Io ho trovato la necessità di bilanciare l’aspetto volontaristico con quello istituzionale/ausiliario, che è un equilibrio di potere delicato, del quale intendo essere garante affinché i due aspetti non si ostacolino ma anzi siano sinergici e lavorino soddisfatti».

E qual è la situazione che ha trovato?

«La situazione che ho trovato non è l’ideale, ma mi sono messo a servizio unitamente a tutti i membri del Consiglio direttivo nazionale, anch’essi volontari. Credo che la Croce rossa debba confermare davanti all’opinione pubblica di essere la più grande organizzazione di volontariato, la cui missione è aiutare le persone vulnerabili, quale che sia la causa della loro vulnerabilità. E mi piacerebbe una presenza maggiore all’estero, dato che le consorelle che abbiamo in 183 Paesi con 98 milioni di attivisti hanno interventi di solidarietà internazionale superiori a quelli che facciamo noi. E’ un problema di risorse e penso che faremo appello anche all’opinione pubblica».

Come medico ed esperto di tossicodipendenze, qual è il suo contributo in questo settore specifico alla Croce rossa?

«La Croce rossa internazionale ha adottato delle posizioni coraggiose in tema di tossicodipendenze già da 20 anni. I tossicomani sono sicuramente persone vulnerabili che hanno bisogno di aiuto, quanto e più degli altri. Noi combattiamo la stigmatizzazione e la discriminazione. Diciamo che lo stigma uccide più della droga. Quindi propugniamo a tutti i governi la necessità di una politica umanitaria nei confronti delle vittime della droga. Cosa che oggi non è in moltissime parti del mondo. Quindi abbiamo fatto dei documenti, uno dei quali prende posizione in favore di strategie a riduzione del danno anche come mezzo per prevenire la diffusione dell’Hiv e delle altre malattie trasmesse per via ematica tra i tossicomani».

Quale è il ruolo dell’Italia in un’organizzazione internazionale come la Croce rossa?

«Quella italiana è una delle più grandi società di Croce rossa ed è una delle fondatrici. Poi l’idea stessa è nata in Italia, durante la battaglia di Solferino. Quindi noi nel contesto italiano abbiamo un ruolo internazionale e delle responsabilità fortissime. Come movimento di volontariato, sicuramente siamo tra le prime sei o sette società di Croce rossa nel mondo. Siamo impegnati attivamente e ci sentiamo parte del movimento inter¬nazionale alla cui vita partecipiamo quotidianamente in unione con le consorelle».

Tra le priorità dei prossimi mesi ha inserito la riforma dello statuto. Ci spiega perché?

«Lo statuto nasce con un peccato di origine: essendo parte di un movimento internazionale è necessario un placet da parte di una Commissione mista della Federazione internazionale, del Comitato internazionale sugli statuti. Questo placet non c’è stato perché il movimento internazionale rimprovera alla Croce rossa italiana di essere scarsamente indipendente dal governo, tant’è che lo statuto è una legge dello Stato, mentre dovrebbe essere un’iniziativa autonoma della società nazionale che può modificarlo quando e come vuole secondo le indicazioni della propria assemblea nazionale. Oltre a questo, lo statuto, del quale per altro siamo grati a Scelli che ce lo ha fatto in tempo breve permettendo di fare le elezioni, ha tante altre incongruenze proprio per la fretta con la quale è stato fatto. E quindi bisognerà rimetterci mano in maniera democratica, ascoltando l’opinione dei soci, del personale dipendente e quello dei sindacati».

A proposito del rimprovero internazionale alla Croce rossa italiana, lei in 50 anni ha mai percepito questa volontà di politicizzare la Cri?

«Tutto quello che appare, anche se non è reale, ha una sua valenza. E probabilmente, in passato, più volte la Croce rossa può aver dato l’impressione di non essere neutrale e indipendente dai vari governi. Noi vogliamo fare di tutto affinché l’opinione pubblica, ovunque sia orientata, sappia che la Croce rossa è neutrale».

A livello nazionale, invece, qual è il sostegno che la Croce rossa può apportare rispetto a vicende come quella, ad esempio, del rapimento del piccolo Tommaso?

«La Croce rossa è presente in 1500 realtà locali, città e Paesi. Per questo è espressione della stessa comunità. Perché tutto quello che può colpire, affliggere o emozionare la comunità, colpisce, affligge e emoziona la Croce rossa. Questo è il senso dell’iniziativa presa a Parma a favore della ricerca del bambino, quindi una solidarietà della Croce rossa nei confronti dei genitori, nei confronti di quanti patiscono una situazione straordinaria e quindi sono persone vulnerabili. Non esiste limite al concetto di “vulnerabilità”. Ognuno di noi può diventare vulnerabile da un momento all’altro, se gli succede qualcosa di negativo. E quindi il nostro intervento non è mai forzato, forzoso, paternalistico ma è un intervento da pari. Le nostre sedi sono aperte a tutti gli italiani ai quali diciamo “i problemi si risolvono il giorno prima” che si manifestino. Abbiamo migliaia di corsi per creare una cittadinanza attiva».

Il 20 marzo Emergency e Croce rossa hanno siglato un patto per una collaborazione futura più costante. Qual è il significato di questo incontro?

«Noi vogliamo essere un’associazione che collabora con tutte le realtà non governative, a condizione che rispettino i nostri principi fondamentali, per avere con esse rapporti di sinergia e collaborazione».

E del fatto che Gino Strada abbia detto di voler tornare a Kabul visto che qui in Italia il clima elettorale è troppo infuocato e incivile, che ne pensa?

«Quando uno sta continuamente in giro per il mondo e lavora sul campo, le situazioni come quelle politiche di questi giorni in questo Paese così ricco come l’Italia vengono viste come beghe ridicole o poco importanti. Quindi capisco uno che si trova meglio a Kabul dove è protagonista e dove ha l’impressione di poter incidere sulla vita e sulla morte delle persone».

Insomma, che cosa significa essere un volontario della Croce rossa?

«Innanzitutto essere un buon cittadino, che non sta dalla parte di coloro che contestano ma si rimboccano le maniche per risolvere i problemi della vita quotidiana. Significa occuparsi delle persone vulnerabili. Significa anche fare vita sociale e considerare i volontari non sulla base di pregiudizi ma sulla base di una comune adesione ai principi fondamentali della Croce rossa, primo fra tutti il principio di umanità».

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