Da: “Liberazione” di mercoledì 14 giugno 2006
Intervista a Massimo Barra, successore di Maurizio Scelli alla presidenza della Cri
Sono sperimentate in una quarantina di città europee dalle apripista Germania, Olanda e Svizzera dove sono i liberali con magistratura e organi di polizia ad averle chieste, afta più recente Spagna dove la sperimentazione è iniziata nel 2000 sotto il governo Aznar. Un rapporto dell’Osservatorio europeo sulle droghe e le tossicodipendenze del 2004 le promuove a pieni voti: riducono i casi di overdose e infezioni, offrono assistenza psicologica ai tossicodipendenti e non incoraggiano (come alcuni sostengono) l’uso.
Non solo è d’accordo col ministro Ferrero a proposito delle “shooting rooms”, le stanze per il buco, ma si offre per sperimentarle lui stesso nelle strutture della Croce rossa o in quelle di Villa Maraini, centro romano di prima accoglienza per tossicodipendenti che, trent’anni fa, fece scalpore perché aperto a tutti, 24 ore su 24. Anche a chi non fosse disintossicato. «Forse fu un’intuizione, forse è stato sano pragmatismo crocerossino, ma era una politica di riduzione del danno prima ancora che se ne cominciasse a parlare». E oggi quel centro, dove entrano 700 tossicodipendenti al giorno, è il più grande d’Italia.
Massimo Barra, romano, 58 anni, fondatore e direttore di Villa Maraini, dal 28 dicembre ha sostituito Maurizio Scelli alla guida della Croce rossa italiana dove ha iniziato a lavorare come volontario a 8 anni. Alla domanda su cosa sia la riduzione del danno, Barra risponde così: «Il suo contrario è l’aumento del danno», ossia «non c’è alternativa alla riduzione del danno».
A Liberazione vuole spiegare come sia differente la percezione della questione droga «tra chi se ne occupa e chi ne parla in tv». Quello che sostiene Barra è influenzato dai 30mila tossicomani con cui è entrato in contatto prima nel centro poi andandoseli a cercare, «perché se è vero che chi va in un centro sta male, chi non ci va sta male due volte». Su queste basi, dal ’92, sono partite le unità di strada, camper che intercettano i “tossici” sui territori per prevenire Aids ed epatiti, scongiurare overdose, fornire un minimo di contatto umano.
I nostri maggiori sostenitori sono le forze dell’ordine, quando li arrestano li portano in cella e chiamano noi per umanizzare il rapporto. Così sono state azzerate l’eterolesività e l’autolesività nelle celle. E’ una prassi nata dal basso. Dalla strada si vedono cose diverse da quelle che si crede di vedere nei salotti dei burocrati». Tra i detrattori del ministro Ferrero, e della riduzione del danno, non sono pochi quelli che sostengono che quelle politiche cronicizzino il problema.
«Invece il tempo lavora per noi – ribatte Barra – fare terapia non vuol dire rassegnarsi: il folle amore per una sostanza prima o poi finisce, il problema è sopravvivere». Senza riduzione del danno (centri di accoglienza, interventi in strada, terapie sostitutive, scambio di siringhe), vige quella che chiama la «legge del 33%: dopo 12 anni, un terzo dei tossicomani muore, un altro guarisce e il rimanente continua. Gli interventi terapeutici servono ad aumentare la quota che non muore e migliorare la qualità della vita.
E’ lo stigma a uccidere, più delle sostanze». Un’attitudine da cui non si salva la Croce rossa poiché è uno «uno spaccato della società – ammette – ma che, a livello internazionale, sostiene le politiche di riduzione del danno con la sola eccezione delle due possibilità più “politically sensitive” su cui la federazione non s’è pronunciata». Si tratta della somministrazione terapeutica di eroina e, appunto, delle “narcosalas”. Barra, a Ginevra, dove si sperimentano dal ’91, è di casa e racconta la “shooting room” di Cornavin, dietro la stazione, gestita dall’ong Stop Sida.
«C’è una sala tipo bar, coi tavolini per il caffè, e un display come in banca coi numeretti per l’attesa. E c’è un’altra sala con paraventi e specchio, come camerini di artisti, un infermiere da la siringa e acqua distillata e altri operatori sono pronti in caso di collasso». Che non sia «il massimo della felicità» è il primo a dirlo «ma anche quando viene tagliata la gamba a un diabetico è riduzione del danno. Sui tossicomani pesa un giudizio morale, devono pagare perché sono peccatori. E questa attitudine stigmatizzante fa più danni delle sostanze. Invece è interesse collettivo è che i consumatori siano conosciuti tutte le occasioni di incontro sono utili non solo alle persone coinvolte anche in termini di sicurezza. Viceversa, la violenza porta sempre violenza, quella delle istituzioni – burocrazia compresa – è concime per la violenza dei singoli». Perché, domanda il cronista, si mette a disposizione della sperimentazione eventuale delle “stanze del buco”?
«Perché la Cri è un’organizzazione seria, imparziale, neutrale; ispirata dal principio di umanità, rispettata dalle istituzioni e dall’opinione pubblica, capace di superare il fossato tra inseriti e marginali». Sulla Fini-Giovanardi si astiene dal giudizio ma ripete che la galera è un «posto di depravazione», «controproducente per chi si droga» e, in generale, «è il problema irrisolto dell’umanità: tra Castel S. Angelo dell’ultimo atto della Tosca e Regina Coeli di oggi non c’è molta differenza». Il governo Berlusconi non è riuscito a fermare l’esperienza di Villa Maraini che, però, ha pagato in termini di finanziamenti in gran parte dirottati verso S. Patrignano. Ora però Barra chiede al nuovo governo che finisca il «tempo della precarietà» e incominci quello «della certezza: di finanziamenti, di controlli, di esistenza».