Quello della “Società scomoda, tra integrazione ed emarginazione” è un titolo che ben si addice alle tossicomanie giovanili, quasi un leit-motif dialetticamente ricorrente tanto nelle storie individuali che in quelle collettive. I primi fumatori di hashish in Italia alla fine degli anni 60, se è vero che si isolano da un contesto sociale disprezzato e deriso, cercano pur sempre un nuovo modo di stare insieme e di comunicare.
Non a caso lo spinello è detto “joint” ed è fumato appunto “insieme”, nella speranza (o illusione?) vecchia quanto il mondo che la modificazione farmacologicamente indotta dello stato di coscienza serva a far star meglio l’uomo nella propria pelle ed a renderlo meno nemico del vicino. L’arrivo degli oppiacei ai primi degli anni 70, tronca bruscamente l’illusione di una nuova integrazione; quanto l’hashish, disinibendo, sembra favorire un nuovo modo di socializzare, tanto l’eroina a la droga della solitudine.
Chi si buca, nella prima fase della sua carriera tossicomanica, è perfetto ed onnipotente, ama la droga di un amore folle e totalizzante, non ha bisogno degli altri, non ha amici, se non quelli che gli procurano la roba e che è pronto a tradire e, a volte, finanche ad ammazzare, se questo può portare ad un aumento della sostanza oggetto d’amore.
Quando muore, è abbandonato da tutti, solo, in un giardinetto, nella sua macchina, nel cesso di un bar o di un ospedale. Se sopravvive, lo aspetta un “lungo cammino” in cui disperatamente ricercare un compromesso tra le sue esigenze di dipendente e quelle dell’universo dei “normali” , sempre estremamente critico e poco disposto a reinserire chi si è voluto isolare dal contesto sociale. E’ il “lungo cammino” della terapia, anch’esso costellato da un alternarsi continuo di emarginazione o di integrazione.
Terapia non vuol dire semplicemente “disintossicazione”, ma un concetto molto più vasto, in cui gli obiettivi devono andare al di là del puro superamento di una dipendenza fisica, posto che la cosiddetta ricaduta in realtà l’andamento costante del fenomeno e non un “optional”, che potrebbe anche non verificarsi. Anzi, se tossicomane non è colui che si droga, stante che ci si può drogare anche in maniera sporadica o ricreativa, veramente “viziosa” e senza dipendenza totalizzante, ma chi in una data fase della sua esistenza è incapace di sopravvivere senza droga, la disintossicazione e basta è la negazione della malattia, la negazione, cioè, che possa esistere chi, disintossicato, è destinato a soccombere.
Terapia è dunque un concetto molto più vasto che ha a che fare con l’esigenza, primaria ed assoluta, di evitare l’irreparabile e che, come in ogni malattia, non può dimenticare che lo scopo di ogni intervento sanitario in senso lato è quello di aumentare la felicità e diminuire l’infelicità di chi sta male. Fare terapia dunque vuol dire imbarcarsi in un’avventura di lunga durata, in cui fasi di relativo benessere si alterneranno ad altre di disperazione assoluta, ma in cui il passare del tempo di per sé svolge un ruolo favorente o positivo, contrariamente a quanto possa sembrare a prima vista.
Il concetto di “guarigione” nelle tossicomanie giovanili è molto sfumato: se la droga è un sintomo di un malessere sottostante, non basta non assumere più droga per guarire, ancor più di come non basta sfebbrare per poter considerare superata una qualunque malattia infettiva. Se il soggetto che incontra la droga ne diventa dipendente perché sta male, e solo in una seconda fase sta male perché è diventato dipendente, togliere la droga non basta a superare il malessere di fondo, spesso clamorosamente evidente e manifesto, in termini di psicopatologia.
Se c’è chi, svezzato, si dissocia o sviluppa una dipendenza nuova dall’ambiente “terapeutico” e passa ad una assunzione non criminalizzata né criminalizzante, quindi più compatibile, di droghe legali, ovvero anche dopo anni di astensione, si ribuca perchè riaffiora il suo male di fondo, la terminologia della “guarigione” appare inadeguata, fino ad assumere i toni di una beffa.
Il problema della terapia quindi non è semplicisticamente ed univocamente legato all’assunzione o meno della sostanza illegale, ma è intimamente connesso allo star bene o allo star male dell’individuo, capace di smettere di drogarsi il giorno in cui il suo benessere gli consentirà di sopravvivere senza droga. Terapia allora vuol dire cercare “alternative”, intendendo per alternativa tutto ciò che consenta al soggetto di sopravvivere senza droga, di alzarsi al mattino con la coscienza, (o la speranza?) di avere qualcosa da fare per cui valga la pena di alzarsi, senza dover ricorrere allo scudo protettivo ed ovattato di una realtà irreale, farmacologicamente indotta.
Ecco perché se l’alternativa è un amore o un lavoro o un interesse qualunque od un superamento obbligato della propria incapacità a stare con gli altri, il passare del tempo agisce da involontario terapeuta, favorendo, anche in termini statistici di probabilità, le occasioni e gli incontri non legati alla droga. E se, contemporaneamente, lo charme della sostanza fatalmente diminuisce, tanto per un processo di assuefazione fisica quanto per l’insorgenza clamorosa e sempre meno governabile di aspetti negativi, quanto ancora per l’inevitabile declinare nel tempo di ogni “luna di miele”, sarà quindi più facile che l’alternativa acquisti un peso emotivo superiore a quello della sostanza, che allora, e solo allora, potrà essere accantonata.
C’è una formula fisica che ben riassume sinteticamente questo lungo processo, ed a PV=K, l’evidente constatazione, cioè, che il prodotto della pressione per il volume costante. Se P è la esaustività totalizzante, la pressione cioè della droga e V lo spazio delle alternative, all’inizio di una tossicomania sarà assoluto e pressoché nullo.
Col tempo, inevitabilmente e naturalmente, P diminuisce e tende a crescere V. Fare terapia vuol dire catalizzare questa reazione, accelerare, cioè, non tanto e direttamente la caduta di P, ciò che deve avvenire coi suoi ritmi, quanto favorire l’aumento di V, cioè lo spazio delle alternative, e per questa via ottenere la diminuzione di quella P che ci indica l’attrattiva ed il vincolo della sostanza.
Terapia è dunque un processo lungo in cui gli shunts pur possibili, sono pericolosi, anzi dannosi, come è dannoso costruire una casa senza adeguate fondamenta, ed il cui motivo di fondo deve essere il processo di progressiva riscoperta di una compatibilità e di una integrazione più che la ricerca di una nuova etichetta da ex, dannosa, come dannose sono tutte le etichette.
In questo faticoso cammino di ricerca non esistono le certezze assolute, né le ricette “capaci di”, né i metodi validi per tutti, contrariamente a quanto pensa, illudendosi, un’opinione pubblica tanto preoccupata del fenomeno, da ricercare emotivamente ed istericamente una soluzione, costi quel che costi, dal mettere l’eroina dal tabaccaio, fino al suo esatto opposto, di portare tutti i drogati nell’isolotto isolato e salvifico di una comunità terapeutica.
Superata la fase della negazione totale del fenomeno, (“l’Italia è un Paese sano, legato alle tradizioni, la droga da noi non può attaccare”) e quella delle varie negazioni parziali (“problema del vicino di casa; pseudoeroinismo giovanile, senza dipendenza; fenomeno controllabile nei comuni presidi socio-sanitari”) siamo passati alla fase opposta, con la gente sempre alla ricerca di rassicuranti certezze, forse anche per esorcizzare in qualche modo l’ansia che deriva da un fenomeno poco oggettivabile in quanto diverso da caso a caso.
Sembra quasi di assistere, nella interpretazione collettiva di un così sconvolgente fenomeno, ad una riedizione, riveduta e corretta della favola di Cappuccetto rosso, in cui il giovane, incapace di giungere a destinazione, incontra, nel bosco della vita, il lupo spacciatore, che lo rende drogato, fino a che non compare all’orizzonte il cacciatore buono che, organizzando una comunità terapeutica, uccide il lupo e restituisce Cappuccetto rosso alla vita, magari con tanto di diploma e medaglia da ex-tossicomane. Altrettanto inaccettabile è ogni confronto tra le Comunità Terapeutiche (C.T.) ed altre forme di intervento, ad esempio farmacologiche, prima fra tutte la tanto bistrattata quanto utile terapia metadonica, posto che le due modalità appaiono destinate a curare soggetti diversi, e comunque soggetti in una diversa fase di evoluzione della propria dipendenza.
Tra l’altro, il voler paragonare modalità di intervento eterogenee, come metadone e C.T., presuppone quanto meno l’oggettività del substrato su cui tali metodiche dovrebbero applicarsi, il che rappresenta una grossa mistificazione, posto che ogni tossicomane è diverso dall’altro e diverso da se stesso in funzione del tempo che passa. Non si può, in altri termini, illudersi che esistano metodi buoni e puliti ed altri perversi e inaccettabili, quasi che la segregazione ed il tentativo di plagio sottesi, sia pure a fin di bene, in alcune esperienze comunitarie , che vanno per la maggiore e sono state capaci di commuovere tutta l’Italia, siano accettabili ed apprezzabili, più di un supporto farmacologico che si propone di favorire il reinserimento di chi è ancora troppo patologico da non riuscire ad essere completamente drug-free.
Se il soggetto che ha il dubbio di volere smettere di drogarsi, ed accetta il rischio di entrare in una C.T. è malato, quello che ancora si crogiola nella sua dipendenza e rifiuta ogni ipotesi di cambiamento, malato lo è ancora di più. Se è giusto e doveroso moltiplicare le C.T. per i primi, è altrettanto giusto e doveroso non dimenticare i secondi, abbandonandoli a se stessi quasi fossero impuri o peccatori. Pur con queste premesse, che tendono a smorzare gli entusiasmi eccessivi per una panacea che panacea non è, è bene riconoscere e valorizzare il ruolo che le C.T. stanno avendo in Italia e nel mondo, tanto nel superamento della logica e della organizzazione manicomiale, quanto nel prendersi carico di un malessere e di un disagio esistenziali sempre pi diffusi nel mondo giovanile.
Non tutte le esperienze che si definiscono C.T. possono comunque essere obiettivamente considerate tali. Se è vero che qualunque ambiente comunitario, per lo spirito di clan che vi aleggia, assume un significato protettivo e rassicurante per i suoi componenti, e quindi svolge pur sempre un ruolo terapeutico per chi vive costantemente angosciato e “scoperto”, alle prese con “i buchi del suo Io”, è pur vero che la qualifica di C.T. presuppone un programma di interventi strutturati che vanno al di là del semplice stare a lavorare insieme.
Se assumiamo come bianco la semplice comunità di lavoro, agricolo o artigianale, e nero la C.T. vera e propria, con le sue regole fisse e la sua strutturazione, in mezzo avremo una infinità di sfumature di grigio, più o meno orientate verso l’uno o l’altro polo. Tutte le forme di intervento comunitarie sono comunque valide ed accettabili, a condizione che riescano a “dare” qualcosa a chi, senza di esse, sarebbe pi infelice.
Fin quando ci sarà chi “si sente meglio nella propria pelle” in una C.T., magari atipica o informale, e anche capace di scandalizzare, questa giustificherà la sua esistenza e la sua validità. E’ bene anzi che si diffonda chiaramente una coscienza che comprenda ed accetti tale eterogeneità, anziché assistere ad una lotta per la ricerca del più bravo o del “modello giusto” da imporre. Guai a perdere l’eterogeneità, frutto anche di una capacità plastica di adattarsi alla evoluzione ed alla dinamicità di un fenomeno sempre cangiante: è la C.T. che si adatta ai bisogni e non viceversa.
Quando avverrà il contrario, la C.T. avrà perso la sua flessibilità e il suo entusiasmo, per trasformarsi in risposta istituzionale sclerotica ed opprimente. Una fase importante per ogni C.T. è quella della selezione, la fase cioè che precede l’ingresso e che serve non tanto e soltanto a superare una lista di attesa che nasca da una disparità tra posti disponibili e richieste di ammissione, quanto a selezionare la “motivazione” del richiedente, sottoposto ad un insieme di difficoltà progressivamente crescenti.
Tale meccanismo ad imbuto, da un lato rappresenta la garanzia migliore per la “governabilità” della struttura alla quale consente di mantenere caratteristiche di terapeuticità, dall’altro costituisce un ulteriore limite obiettivo alla illusione che tutti i tossicomani possano trovare in C.T. la soluzione del loro problema. Ogni corto-circuito, cioè ogni meccanismo di indiscriminato ingresso, a prescindere dalla verifica delle motivazioni, è allora da evitare, come foriero di successivo interesse.
Chiaramente, tanto più la C.T. è polarizzata o polarizzante, tanto pi rigoroso, nei fatti più che nelle apparenze, sarà il meccanismo selettivo, frutto o di preselezione a monte o di abbandono spontaneo nelle prime fasi. Ugualmente, tanto più atipica ed isolata sarà la C.T. nei riguardi del mondo esterno, tanto pi probabile sarà l’insorgenza nei suoi ospiti di una nuova dipendenza, da ambiente, anziché da sostanza, anch’essa difficile ed in alcuni casi impossibile da superare.
Tale nuova dipendenza è alla base della costituzione di una nuova categoria, quella dell’ex che, e da un lato appare oltremodo utile per ogni struttura, dall’altro rischia di diventare un elemento di cristallizzazione di una incapacità reale ad affrontare il mondo esterno senza la copertura comunitaria al posto di quella farmacologica. In effetti, la sostituzione della dipendenza psichica e fisica dalla droga, con la dipendenza dall’ambiente è un tragitto terapeutico caratteristico soprattutto delle C.T. chiuse e rigidamente gerarchizzate, anche se tutte poi tentano, spesso con buoni risultati, nella fase di svincolo, di far superare anche questo nuovo handicap.
Se pensiamo all’ingresso in C.T. come al passaggio da una fase artistica, in cui l’eroina induce ad un isolamento dagli stimoli esterni, in una condizione di semisonno o semiveglia, ad una fase simbiotica, in cui il tossicomane è totalmente dipendente dalla madre comunitaria, la successiva evoluzione del processo deve portare ad una terza fase di “separazione-individuazione”. Se questo non si verifica, si rimane ancorati alla fase simbiotica di dipendenza: “la C.T., in tal caso, assolve ad uno solo degli obiettivi, cioè la crescita fisiologica, ovvero la soluzione del sintomo rappresentato dall’assunzione di droga, mentre la crescita psicologica rimane cristallizzata: l’evoluzione profonda ed i processi che sono alla base del comportamento tossicomanico non vengono organizzati ed indirizzati ad uno sviluppo sano, corretto e indipendente, per cui il soggetto rimane bloccato e chiuso, senza vie di uscita, onde non gli resta che persistere nel mantenere uno stato di dipendenza.
A questo punto, solo un fatto traumatico può cambiare la situazione, ma questo cambiamento non può essere che una regressione che porta alla fase precedente ed induce a ricominciare daccapo, sperando che questa volta la fase evolutiva si completi e permetta di raggiungere una sana e duratura libertà.” (BARRA – BARCA – PATRUNO). Allora, e solo allora, il soggetto esaurisce il suo “lungo cammino”, rientrando a pieno titolo e senza etichette nel contesto sociale. Allora, e solo allora, il successo potrà dirsi completo.