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Interviste · Gennaio 2006

Intervista a Massimo Barra

Da: Rumori di fondo — Gennaio 2006 · IT

presidente nazionale della Croce Rossa Italiana direttore della Fondazione Villa Maraini

sfa Ormai il largo consumo di cocaina riguarda non solo i cosiddetti vip, ma tutte le classi sociali; eppure in Italia non esistono ancora comunità o comunque luoghi di recupero per cocainomani. Come lo spiega?

mb Innanzitutto non è detto che la comunità sia la migliore risposta. Per esempio, Villa Maraini ha strutturato un programma denominato Spazzaneve, un programma ambulatoriale con svariate tipologie di cocainomani. Noi da molti anni abbiamo denunciato che la cocaina è scesa nelle strade, cioè è passata dai salotti bene, dove è sempre esistita, al consumo da parte dei ‘proletari’, dei ‘borgatari’; e in questo passaggio si è un po’ contaminata, nel senso che si scoprì che poteva essere usata anche per via endovenosa e quindi con effetti ancora più disastrosi.

sfa In numerosissimi suoi interventi in contesti internazionali Lei non accetta la definizione di ‘nuove droghe’, in quanto scientificamente inesatta, e parla invece di nuovi consumi. Ci chiarisce ulteriormente questa posizione?

mb Perché non c’è niente di nuovo, nel senso che parliamo di sostanze vecchie di cui il mondo ha già conosciuto il consumo, come per esempio l’amfetamina dopo la seconda guerra mondiale. È evidente quindi che non c’è nulla di nuo¬vo: cambiano le mode, ma le sostanze sono sempre le stesse e quando il giro sarà completo ricominceremo a parlare di eroina, in genere con un periodo di latenza rispetto all’America latina.

sfa Secondo Lei, chi consuma cocaina ed ecstasy in quale misura può essere definito un tossicodipendente?

mb Io sinceramente non ho ancora capito se per creare un drogato è più importante l’individuo, la sostanza o il contesto, quindi le definizioni mi stanno un po’ strette. Il tossicodipendente è una persona che dipende da una sostanza; non necessariamente tutte le persone che consumano cocaina o ecstasy dipendono da queste sostanze. Con la cocaina, per esempio, abbiamo riscontrato talvolta un pattern di consumo più saltuario, magari come prima fase di approccio; ma quello che ci fa più paura è il bing-drinking e il bing-cocaine, cioè ‘l’abbuffata’: quando il soggetto, una volta diventato dipendente, non si controlla più e, dato che la cocaina è un eccitante, ha subito bisogno di un’altra sostanza, una volta svanito l’effetto. Io ho conosciuto gente che, tanta era la frenesia, si è messa l’ago-cannula in vena per avere il tempo di andarsi a cercare altra droga e si è iniettata la cocaina in tram: in questi casi non avrei nessuna remora a definirli tossicodipendenti.

sfa Giudicando dal suo osservatorio, quali sono tra le nuove dipendenze – oltre a quelle di cocaina ed ecstasy – le sostanze più insidiose?

mb Ritengo che, anche se a livelli diversi, siano tutte insidiose. Ad esempio le amfetamine, lo speed che è un eccitante. Anche con gli allucinogeni non puoi mai sapere come andrà a finire: per esempio con la salvia divinorum, che un tempo era vietata, abbiamo il trip che potrebbe però diventare un bad-trip, un cattivo trip, particolarmente insidioso. Ci sono poi i vari anestetici, ma il vero problema è che non è possibile sapere con quale contenuto interno dell’assuntore si incontra quella sostanza; c’è gente, infatti, che dice di avere incontrato il diavolo e di averci parlato! Non deve essere un’esperienza particolarmente bella, ma può anche darsi che esista il diavolo, chi lo sa? Noi mica lo vediamo, ma il beneficio del dubbio deve sempre rimanere per tutti.

sfa Qual è secondo lei il nesso, l’equazione che lega i nuovi consumatori ai luoghi d’aggregazione, come discoteche e locali notturni in generale? Potrebbe esserci qualche legame tra la tipologia del locale frequentato e il tipo di sostanza assunta?

mb Sicuramente ha una sua logica. Il giorno è diverso dalla notte: il ragazzo si disinibisce, si scioglie, perde i freni che ha durante la sua vita normale; è più logico, quindi, che uno trascorra la notte in discoteca piuttosto che il giorno. Con questo non voglio dire che di giorno non accada nulla, però la notte è una facilitatrice, anche perché c’è un’attitudine ludica, una disponibilità al divertimento, anche a’pazziare’, no? In fondo questi ragazzi che lavorano tutti i giorni, come i meccanici o i garzoni, a cominciare dal venerdì sera entrano in questo tunnel: cercano altro rispetto alla norma, altre emozioni. Se non c’è la sostanza esogena, si porta al limite quella endogena, come l’endorfina, l’adrenalina o il cortisone, come conseguenza di prove estreme: ad esempio passare con il rosso o attraversare i binari di un treno senza guardare. Anche questo è un modo di drogarsi che, in assenza di sostanze esogene, ne produce di endogene il cui effetto è altrettanto devastante.

sfa In che maniera il modello della riduzione del danno, che ha visto Villa Maraini in primo piano, è adattabile anche alle nuove tossicodipendenze?

mb A me i nuovi consumi impressionano di più rispetto all’eroina. La riduzione del danno qui è intesa in senso lato; è come una presa in carico a interesse dello Stato, dei cittadini e del governo. Bisogna conoscere il tossicomane e prenderlo in carico, tenendo presente che lui stesso è sempre pericoloso per sé e per gli altri; è importante essere accoglienti, non stigmatizzare e non rifiutare: è una strategia che può essere applicata in qualunque contesto e per qualunque consumo.

sfa In un’intervista rilasciata a Rai Tre nel 1986 Lei utilizzò la favola di Cappuccetto Rosso come metafora del consumatore: Cappuccetto Rosso si aggira ingenuamente per il bosco dove incontra il lupo cattivo, capro espiatorio del male cui soccombe la protagonista, che in tal modo viene erroneamente deresponsabilizzata, e paragonò la casa della nonna e il cacciatore alla comunità terapeutica e al direttore; al tempo stesso sottolineò la necessità di tener conto proprio dell’individuo e delle sue motivazioni e, conseguentemente, di come a volte la comunità terapeutica non sia la soluzione più adatta. Oggi, a distanza di vent’anni e considerando il cambiamento di tipologia del consumatore, in un’accezione che non fa più riferimento solo all’eroinomane, crede sia ancora valida quella metafora? E in che modo bisognerebbe allora intervenire oggi? Quale potrebbe essere inoltre una prevenzione efficace? Potremmo immaginare una differenziazione di tecniche di recupero?

mb Assolutamente sì! La gente ha bisogno del ‘capro espiatorio’: deve esserci sempre qualcuno – un elemento anche diabolico – che fa succedere le cose, perché altrimenti le cose non potrebbero accadere, anche perché l’uomo è capace di tutto! È un meccanismo rassicurante che mi terrorizza: per questo sono convinto che la storia di Cappuccetto Rosso sia sempre valida. Riguardo alla prevenzione premetto che non è facile parlarne; io non ho mai creduto a una prevenzione efficace, nel senso che mandare il messaggio “Non fate questo perché fa male” è inutile. Chi manda questo tipo di messaggio si appella alla ragione, alla razionalità verso un qualcosa che non è affatto razionale. La prevenzione efficace è una prevenzione ‘aspecifica’: fare in modo, cioè, che ognuno sappia discernere il bene dal male, il conveniente dallo sconvenien¬te, il lecito dall’illecito e riconosca così i propri limiti. È inutile fare il decalogo delle cose sconvenienti: ci si deve creare una personalità. A proposito della differenziazione delle tecniche di recupero, sottolineo che già esiste e Villa Maraini applica proprio questo principio. Sappiamo che ogni individuo è diverso dall’altro e pertanto la terapia si deve adattare al tossicomane a secondo del suo vissuto, della sua vita interiore. Noi abbiamo programmi differenziati.

sfa Abbiamo accennato alle motivazioni di un ragazzo; quali altre potrebbero essere le risorse interne ed esterne di un giovane del Lazio, al di là dei problemi noti?

mb Il giovane è onnipotente. Bisogna dargli le occasioni di applicare questa sua onnipotenza. Bisognerebbe che abbia opportunità associative e di protagonismo in cui avere un qualcosa che gli accenda la mente per renderlo contento di alzarsi la mattina dal letto; l’alternativa è la noia, la routine, il nichilismo, e l’ozio è il padre dei vizi. Non è solo un problema di lavoro: il lavoro di per sé non dà sempre la felicità. Nel Paradiso terrestre, ad esempio, Adamo ed Eva stavano beati e nudi senza dover lavorare e solo dopo essere stati cacciati dal Paradiso furono costretti a lavorare; quindi di per sé è demagogico dire che il lavoro dà la felicità. L’importante è avere un interesse che accenda la mente, delle opportunità e, infatti, i servizi dovrebbero creare delle opportunità anche di cittadinanza e mettersi dalla parte di chi cerca di risolvere i problemi. È importante avere qualcosa di cui occuparsi; per questo io amo la Croce Rossa: perché dà opportunità. A me per primo ha dato mille opportunità.

sfa Lei si occupa dal ‘74 di tossicomani, ma più in generale il suo lavoro ha sicuramente previsto un rapporto molto diretto con i giovani. A partire dal suo osservatorio e dalla sua lunga esperienza, che idea si è fatto dei problemi degli adolescenti? Quali sono quelli che riscontra con maggiore frequenza? E in che modo riesce a comunicare con loro?

mb Io cerco di essere on-line, mi adeguo a loro e credo di esserci riuscito. Senza voler essere per forza un ‘giovanilista’, vivendo in mezzo ai giovani mi viene anche naturale usare il loro linguaggio. Ogni generazione ha avuto i suoi problemi: adesso il problema più grosso è la globalizzazione. I vecchi dicono che i giovani non hanno ideali, ma solamente perché non hanno i loro, di ideali! Non è affatto scontato che l’ideale della full security, cioè la certezza del cibo, sia di livello superiore a un ideale di un ragazzo di oggi. Sono ideali diversi, ma ci sono.

sfa Attualmente si riscontra un ampio uso di ecstasy, cocaina ecc. La motivazione principale che spinge un ragazzo a fare uso di queste sostanze sembra essere il fatto che facilitino le relazioni, la comunicazione, il rapporto con l’altro in generale. Come spiega ciò in una società come la nostra, aperta e progressista, non più caratterizzata da tabù e inibizioni, anche sessuali, che prevalevano un tempo? Non le pare un po’ un controsenso?

mb Se come presupposto si ha questa descrizione della società, non ci sarebbe bisogno di assumere sostanze per facilitare le relazioni; però è necessario sempre considerare il singolo.

sfa Uno degli strumenti di cui ci siamo avvalsi nel condurre la ricerca Rumori di fondo è stata l’intervista a testimoni privilegiati di locali del litorale laziale. Ponendo loro la domanda su quali potessero essere a loro avviso le motivazioni che spingono un ragazzo ad assumere sostanze, abbiamo ricevuto risposte che fanno riferimento all’esigenza di omologazione e di appartenenza al gruppo, a difficoltà in ambito familiare o a una presunta debolezza di carattere. Condivide il carattere di queste risposte, focalizzato sulla singola individualità? In caso contrario, a che livello ritiene vadano cercate le motivazioni che inducono l’avvicinamento al contesto droga?

mb Se entro in un gruppo dove ci si comporta in certo modo e si usano certi tipi di sostanze è naturale che io mi omologherò. Esiste proprio una tendenza, una spinta sociale che tende a uniformare i comportamenti, indipendentemente dal fatto che siano giusti o sbagliati. Se entro in un gruppo dove si fuma, sarò obbligato a fumare anch’io, perché la spinta del gruppo in sé è forte ed è anche forte il bisogno di accettazione.

sfa In base alla sua esperienza e in base alla possibilità offertale da Villa Maraini di disporre di un osservatorio privilegiato sul fenomeno tossicodipendenza, quali ritiene siano le dinamiche identitarie che caratterizzano la personalità di un ragazzo, in relazione ovviamente ai ruoli richiesti per interagire con i peculiari contesti familiari e non che lo coinvolgono, alle aspettative della società e alle potenzialità da essa messe a disposizione, pur ipotizzando che non sia semplice dare una risposta univoca e decontestualizzata?

mb Io penso che alla base di ogni terapia, quindi alla base anche di quello che facciamo noi, ci debba essere l’empowerment, perché la caduta di potere porta sempre malattia e la malattia si accompagna alla caduta di potere. Tutto quello che noi facciamo obbedisce alla logica del potere e qualunque evento della nostra vita può essere interpretato alla luce del principio di potere. Il tossicomane ha poco potere e infatti in genere è bistrattato, maltrattato, cacciato via; c’è proprio una filosofia che tende a ridurre progressivamente, a stigmatizzare e a maltrattare ulteriormente il tossicomane affinché alla fine, con l’acqua alla gola, egli venga a più miti consigli. Noi sappiamo bene di che si tratta, perché le cose di cui ho appena parlato, messe insieme, possono uccidere più di una sostanza. Quindi noi cerchiamo di aumentare l’empowerment: il metadone dà il potere di dire no allo spacciatore ed è l’unica possibilità a sua disposizione; l’empowerment consente a una prostituta africana di negoziare l’uso del preservativo, consente alle donne di non essere schiave dei capricci dell’uomo. E sempre una strategia vincente e deve essere alla base di qualunque intervento terapeutico; non ci può essere un intervento terapeutico se non c’è questo tipo di equilibrio.

sfa Lei ha sempre considerato il consumatore un malato più nello spirito che nel fisico; da questo punto di vista, quali sono le dimensioni valoriali che la società dovrebbe affermare o riaffermare per promuovere una cultura della promozione del benessere fisico, ma in primo luogo psichico? Quali sono i punti di riferimento a livello macroscopico che dovrebbero rafforzare l’identità dei ragazzi, la cui assenza determina invece situazioni di disagio che possono portare all’assunzione di droghe?

mb Sicuramente ti rende malato tutto ciò che può portare alla vulnerabilità. Una persona vulnerabile di natura, considerando globalmente tutto quello che gli è successo dal momento del concepimento a oggi, è sicuramente più soggetto a buttarsi nelle sostanze. Prevenire la vulnerabilità è quindi fondamentale. La vulnerabilità è proprio il contrario dell’étre bien dans sa peau [star bene nella propria pelle], quindi tutto ciò che attenta all’étre bien dans sa peau accentua la vulnerabilità. Ogni giorno noi siamo soggetti a questa lotta tra la vulnerabilità e l’étre bien dans sa peau.

sfa Che ruolo può avere la scuola nella prevenzione dell’abuso di sostanze?

mb Anziché fare cose inutili, può fare emergere la fantasia degli studenti e dargli il protagonismo necessario per scatenarsi.

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