– settembre-ottobre 1986 – Roma.
Cambiano i consumi delle diverse sostanze? Sono diverse le personalità, l’età, i rapporti con la famiglia, la scuola e il lavoro dei consumatori odierni? I servizi sono adeguati? Oppure come dovrebbero essere? Che cosa vuol dire oggi prevenzione? Quali tendenze sono prevedibili per il futuro? “il delfino” apre un grande dibattito fra tutti gli operatori pubblici e del volontariato per stimolare la presa di coscienza dell’evoluzione del fenomeno e il costante aggiornamento. Ecco i primi interventi.
MASSIMO BARRA
“Il rischio del disinteresse”
Barra, medico e dirigente della Croce Rossa, ha creato a Roma la comunità Villa Maraini e il Telefono in Aiuto. E’ consulente dei Ministeri di Grazia e Giustizia, Interno e Pubblica Istruzione e del Comune di Roma.
D. Dal contatto quotidiano con i tossicodipendenti come definiresti le caratteristiche del fenomeno odierno?
R. Intanto non c’è più il consumatore puro di una sola sostanza. I tanti cocktail, i miscugli di eroina + cocaina, alcool + psicofarmaci, ecc. stanno a dimostrare, se ce ne fosse ancora bisogno, che la droga non è un problema di sostanze ma della persona.
Comunque, per l’eroina non esiste alcun parametro oggettivo diretto che ci dica se davvero se ne consumi di più o di meno. Se ci sono meno eroinomani in piazza, è perché hanno più servizi dove rivolgersi, o sono passati ad abusi legali, con la benedizione dei genitori e del medico di famiglia.
Psicofarmaci: sono sempre più diffusi Roipnol, Talofen, Darkene, Santenol, Temgesic. Alcuni ne preferiscono uno in particolare, altri non fanno differenza. Le ricette gliele prescrivono i medici, perché, dopo la campagna terroristica contro il metadone, nella loro ignoranza credono che il Roipnol sia qualcosa di buono.
Oltretutto per prescrivere metadone il medico dovrebbe usare la ricetta gialla, recarsi al SAT, fare la fila, perdere un pomeriggio per concordare il piano terapeutico con gli operatori, come la legge prescrive. Per il Roipnol basta la ricetta della mutua.
Senza pensare che lo psicofarmaco è peggio del metadone e secondo me anche dell’eroina, perché gli oppiacei tranquillizzano, sedano e ricompongono un’unità, sia pure artificiale: certi psicofarmaci dissociano. Un borderline diventa schizofrenico; conosco casi di ragazzi che vanno a rubare senza scopo.
E abbiamo l’assurdo per cui di metadone oggi straparlano anche Eva Express e Grand Hotel, mentre del Temgesic nessuno sa nulla. Alcool: molti eroinomani si riconvertono al bere: è un tentativo di compatibilità e di inserimento. Cocaina: è in aumento ma chi ne fa uso non si rivolge ai servizi.
E del resto con il cocainomane i servizi non saprebbero proprio che fare. A stento sanno che cosa fare con l’eroinomane. Infine, cannabis: ce n’è sempre tanta, ma se ne sente parlare di meno. Quando in tribunale arriva una pratica con scritto “marijuana” o “hashish”, l’atteggiamento del magistrato è simile a quello dell’insegnante che abbia scoperto l’alunno in bagno con la prima sigaretta di tabacco: di rimprovero bonario, quasi di comprensione.
D. Credi che l’aver parlato così tanto del problema in questi anni sia stato un bene o un male?
R. Per il singolo ragazzo a rischio non si può generalizzare. In termini di pubblica opinione, sicuramente abbiamo assistito a un caso unico di mobilitazione anche intellettuale in Italia. Dal presidente del Consiglio alle ultime mamme di borgata, tutti si sono messi a parlare di droga, tanto da recuperare il divario con altri paesi e da elaborare una strategia, una via italiana dell’antidroga, che è all’avanguardia nel mondo.
L’aspetto più positivo è stato l’acculturazione: l’averne fatto cioè un problema culturale che si traduce poi in assistenza e in operatività. All’estero non è così. Quello che dobbiamo evitare, oggi, è proprio di cominciare a disinteressarsene.
D. Ma il tuo giudizio nei confronti dei servizi rimane negativo?
R. Le comunità terapeutiche nelle loro diverse accezioni hanno dato un buon contributo. Nei servizi pubblici, l’aver mandato medici senza nessuna competenza specifica è grave. Il messaggio che passa è che per curarsi gli occhi ci vuole un oculista, per curare le emorroidi è necessario il proctologo, ma per curare la droga, che è una malattia che investe tutto l’organismo, è sufficiente chiunque.
Il che naturalmente è falso. La mancanza di competenza porta ad atteggiamenti aggressivi e difensivi per esorcizzare il problema e determina un calo dell’utenza. Se io non sono competente, elaborerò tutta una serie di regole che renderanno difficile l’accostamento di chi ha bisogno e mi consentiranno di non ammettere mai la mia incompetenza.
Se aggiungiamo il turnover degli operatori, per cui non si è mai selezionata una classe di esperti nel servizio pubblico, e la confusione delle USL per cui bisogna avere doppiamente paura ad ammalarsi, è chiaro che c’è poco spazio di manovra.
D. Che cosa chiedi a chi ha responsabilità politiche e amministrative?
R. C’è bisogno di tanti centri da cui il tossicodipendente non debba scappare, dove non sia trattato male, non sia violentato dalle norme e dagli ordini: un punto di incontro alternativo alla piazza con strategie terapeutiche polivalenti; dove la terapia si adatti al soggetto e non viceversa. Poi vorrei delle comunità terapeutiche per detenuti, o addirittura in carcere.
O almeno delle carceri da paese civile. Il resto, la quantità più o meno modica, mi lascia indifferente. Una nuova legge non servirebbe a molto.
D. Quali tendenze prevedi per il futuro?
R. Penso che non appena diminuiranno i tossicodipendenti aumenteranno i matti. La prossima emergenza da affrontare – e bisogna pensarci subito Ð è quella psichiatrica. Serviranno comunità terapeutiche per schizofrenici. Oggi anche per un genitore è più pesante avere un figlio schizofrenico che tossicomane.
Di matti ce ne sono tanti e non sanno dove sbattere la testa. C’è gente che non si droga più ma che sta ugualmente male, perché la droga copriva semplicemente una psicosi. Dobbiamo pensare a riconvertire le comunità terapeutiche.