Discorso del Dottor M. Barra in occasione di un “Seminario di studio per operatori scolastici, socio-sanitari, genitori e studenti sul tema: “Educare alla salute per prevenire la droga” (c/o Sala “Raimondi” di Crotone dal Primo al 7 dicembre 1984). Promosso dal Ministero della Pubblica Istruzione e dal Provveditorato agli Studi di Catanzaro – Crotone.
Vi dirò anzitutto che, in un primo momento, non avevo accettato di venire nella vostra città perché essendo stato nella scorsa settimana prima tre giorni a Strasburgo e poi a Bolzano mi sembrava maniacale e delirante rientrare la domenica mattina da Bolzano e ripartire la domenica sera per la Calabria. E invece poi ho accettato il giorno in cui il Prof Loiarro, – vi racconto un episodio tanto per incominciare a riscaldarci – mi ha telefonato lungamente da casa sua.
Ora generalmente in questo mondo in cui tutti se ne fregano, in cui tutti fanno il porco comodo loro, é difficile trovare qualcuno che da casa sua fa una lunga interurbana per un dovere d’ufficio. Secondo me questa é una cosa eccezionale, assolutamente unica, e allora ho detto sì, allora ho detto vale la pena incontrarsi perché se c’é gente che ha fede, qualunque essa sia, é bene potersi incontrare, ed allora eccoci qui riuniti. Il compito mio sarebbe quello di riscaldare 1’uditorio e cercherò di farlo, anche per tenerci svegli e desti tutti quanti, nel tempo più breve possibile per permettere poi a voi di fare tutte le domande che riteniate opportune.
E anche qui ho una certa difficoltà perché 1’uditorio é estremamente eterogeneo: qui andiamo infatti da giovanissimi studenti fino al Vescovo e, quindi occorre trovare un minimo denominatore comune che vada bene per il Vescovo e per il più giovane e questa é un’impresa abbastanza difficile. Ed allora, con il permesso di tutti, come si fa in montagna che in genere le cordate si fanno sul più debole e non sul più forte, userò un linguaggio il più possibile semplice, il più possibile alla portata di tutti e invece di farvi un discorso complesso cercherò di essere il più terra-terra possibile e di affrontare comunque l’argomento droga, in quanto dovete fare un seminario di una settimana parlando di questo spauracchio droga.
Poi gli aspetti più specificamente preventivi li vedrete anche in successive riunioni, quindi, se siete d’accordo, io vorrei parlare di questo argomento di cui tutti parlano, di cui c’é ancora una conoscenza estremamente frammentaria. Ed allora io vi vorrei portare l’esperienza di uno che da dieci anni fa il medico in un centro antidroga, che in questi dieci anni ha incontrato e curato circa 3500 tossicomani da droghe pesanti, che è partito da posizioni estremamente distanti da questo fenomeno – perché io tutto pensavo di fare tranne che di occuparmi di questi problemi e me ne sono occupato solo per i casi della vita che sono assolutamente imprevedibili all’inizio e che quindi oggi posso già cominciare a sentirmi sufficientemente vecchio per fare un bilancio, per avere un’idea globale di questo fenomeno, un’idea rinforzata da una serie di esperienze che la vita mi ha concesso di fare in Italia e all’estero.
Ed allora dovendo parlare di questo argomento, io partirei proprio dalle fondamenta, cercando di costruire un piccolo edificio in una mezz’oretta, quaranta minuti. Comunque, se vi stufate prima me lo dite e passiamo subito alle domande. . Diciamo anzitutto che la droga é qualsiasi sostanza capace di modificare l’organismo se assunta. Così droga non é solo l’eroina, l’hashish, la cocaina ma è anche l’alcool, il tabacco, i farmaci. Allora, entro certi limiti, quello che ci interessa non è tanto la sostanza, perché di sostanze capaci di modificare l’organismo ce ne sono migliaia, sempre ci saranno, indipendentemente dal fatto se sono lecite o illecite.
E anche la distinzione tra droghe legali e illegali non é una distinzione netta quasi che si passasse dal mondo del bene, perché ammesso dalla legge, al mondo del male perché dalla legge è vietato, ma ogni sostanza rappresenta un gradino di questa scala che io chiamo la scala dell’intossicazione, in cui al gradino più basso avremo la più leggera delle droghe legali e al gradino più alto la più pesante delle droghe illegali e in cui ogni sostanza rappresenta di per sé sempre un handicap per l’organismo.
Perché? Perché l’ideale di sopravvivenza, l’ideale per campare da parte dell’organismo consiste nel mantenimento della omeostasi. Che cos’é l’omeostasi? L’omeostasi significa la costanza dell’ambiente interno, l’equilibrio di quello che sta dentro. L’organismo per sopravvivere non gradisce essere modificato e ogni volta che viene modificato dall’esterno, da una sostanza capace di modificarlo, cioè da una droga in senso lato, reagisce per ripristinare il suo equilibrio interno.
Come? Per esempio con il meccanismo dell’assuefazione. Che cos’é l’assuefazione? Vi ricordate Mitridate, re del Ponto, che era quello che aveva paura che l’ammazzavano con la droga, con il veleno, e prese il veleno a piccole dosi tant’é che quando ebbe la dose che avrebbe dovuto essere mortale non morì perché si era assuefatto. Si era abituato al veleno e quindi 1’assuefazione in fondo é un fenomeno di difesa da parte dell’organismo che non gradisce di essere modificato dall’esterno e capendo che ogni sostanza capace di modificarlo è potenzialmente nemica, impara a distruggerla e quindi se la prima volta una certa dose determina un certo effetto, mano-mano che l’organismo impara a difendersi e a sparare contro la sostanza estranea, la stessa dose ottiene effetti fatalmente inferiori e quindi se si vuole ottenere lo stesso effetto occorre aumentare la dose.
Vedete che questo è un esempio di come l’organismo non gradisce di essere modificato e tenti in ogni modo di difendersi con i suoi meccanismi dall’invasione di sostanze che sono capaci di modificarlo. Che vuol dire droga legale o droga illegale? Questa distinzione varia anche in funzione di una serie di fattori, come per esempio il fattore spazio. Se noi per esempio andiamo nell’Arabia Saudita notiamo che l’alcool è una droga illegale e chi viene trovato con una bottiglia di whisky va in galera; una bottiglia di whisky costa centomila lire al mercato nero come da noi l’eroina.
Se invece andate nello Yemen del Nord voi vedete alle tre del pomeriggio tutti quanti andare in giro con degli arbusti che sembra la domenica delle Palme e ad un certo punto cominciano a mangiare queste foglie verdi, cominciano a masticarle, cominciando a formare una palla rotonda in bocca, sempre più grossa e alle sette tutti quanti hanno questa palla, anche i poliziotti che da una parte hanno il mitra e dall’altra hanno questa palla e alle sette sono tutti “fatti” di questa sostanza che da noi é una droga illegale e lì è una droga legale.
Pensate agli indiani d’America che non conoscevano l’alcool, però usavano anche per i loro riti religiosi sostanze allucinogene derivate dal pejote, e che quando ebbero l’alcool ne ebbero effetti dirompenti. Quindi, vedete come tutto cambia in funzione di spazio, di tempo, di dose. Se voi andate in farmacia e pigliate un tubetto di sonnifero e ve lo pigliate tutto insieme, l’effetto di questa sostanza che è nata come sostanza terapeutica non serve a star meglio ma serve a sconvolgerci, ad alterare in maniera intensa il proprio rapporto con il mondo.
Se poi questa sostanza viene magari schiacciata e sparata in vena, ecco che la modificazione è ancora più clamorosa. Ecco quindi un altro parametro, la via di somministrazione. Quindi, vedete come questa frontiera tra legale ed illegale non sia una frontiera statica ma una frontiera in continuo divenire in funzione di fattori oggettivi: tempo, spazio, dosi, via di somministrazione, ma soprattutto in funzione di un fattore soggettivo che è l’attitudine del consumatore. Cosa vado cercando io dalla droga, dalla sostanza, dal fumo, dall’alcool?
Vado cercando un miglioramento di determinate mie debolezze e fattori fisici che attraverso una medicina o altre sostanze possano migliorare il mio stato o vado cercando un’alterazione del mio rapporto con il mondo, un qualcosa che mi faccia vedere il mondo diverso da quello che é, perché quello che é per mia debolezza e per quello che mi circonda, non riesco a sopportarlo, mi crea l’angoscia e anziché reagire – perché uno se il coraggio non ce l’ha non se lo può dare, come diceva Manzoni – anziché modificare il mondo che mi circonda per renderlo meno disperato ai miei occhi, modifico l’altro polo del rapporto, cioè me stesso, illudendomi, creandomi una corazza, un’illusione che dura lo spazio di un mattino perché quando poi l’effetto finisce mi accorgo che in realtà non ho cambiato niente, anzi ho perso la mia indipendenza e comincio progressivamente a dipendere da quella sostanza senza la quale sono persino incapace di stare bene.
E prima di parlare di droghe illegali, lasciatemi dire due parole sulle droghe legali. In fondo noi viviamo in un mondo condizionato dalla pubblicità: la quale pensa che qualunque difficoltà di ordine fisico, che il più delle volte non è altro che il riflesso di una difficoltà di ordine psichico, di adattamento, di rapporto interpersonale, passa solo con il ricorso ad un qualcosa che dall’esterno viene a modificarla: sarà l’amarissimo che fa benissimo; quello che crea l’atmosfera per cui per star bene con gli amici-carucci, simpatici, bisogna per forza prendere quella sostanza; sarà la dolce euchessina che si dà solo ai bambini buoni perché chissà quelli non buoni che cosa devono fare.
Vedete come tutto é un messaggio che ci bombarda dalla mattina alla sera e che ci fa capire che comunque non è colpa nostra, non è responsabilità nostra vivere meglio ma è responsabilità di un oggetto da consumare e che dall’esterno ci possa comunque modificare per creare un’atmosfera, per essere carucci e simpatici, per star bene, e ad un certo momento queste modificazioni non bastano più e noi ci possiamo avventurare, sempre con questo riflesso condizionato di qualcosa che dall’esterno ci modifichi, in sentieri in cui la forza della sostanza diventa più clamorosa e la dipendenza quindi che noi traiamo diventa più persistente e difficile da superare.
Pensate alle medicine, al loro abuso, alle nostre case piene di sostanze, alle volte inutili; pensate anche che non esiste nessun farmaco che ti dà l’effetto gratis, perché ogni farmaco se da un lato ti dà l’effetto positivo, terapeutico, per l’organismo contemporaneamente dà un effetto negativo che si chiama effetto collaterale. E l’effetto finale è la somma algebrica del più e del meno e se il più è uguale a zero, (se cioè noi consumiamo un farmaco non per una precisa scelta terapeutica del nostro medico ma perché l’abbiamo letto su un giornale o su altre riviste o perché l’ha detto l’amica, la portiera che in genere fa medicina molto più dei medici) non c’è cioè un effetto terapeutico, resta comunque l’effetto collaterale.
E ciò vale anche per le vitamine, perché prendere le vitamine quando non serve crea comunque un effetto collaterale, dannoso per l’organismo. Dite quindi ai vostri amici che le medicine non sono caramelle e che molte volte noi le prendiamo in maniera scorretta e otteniamo l’effetto di condizionare negativamente il nostro organismo. Non vi parlo ora dell’alcool perché non é la mia competenza: è chiaro che l’alcool é una droga pesante, é chiaro che l’alcool crea il più grosso problema di tossicomania del nostro paese, perché una droga tanto più è consumata quanto più facile trovarla, e siccome l’alcool è facile trovarlo, il numero di tossicomani da alcool é enormemente più alto di quello di qualunque altra tossicomania nel nostro paese.
Quando è che uno è tossicomane da alcool? Un soggetto è tossicomane da alcool quando beve perché deve bere e non quando vuole bere, beve perché ha cominciato a dipendere da quella sostanza e senza quella sostanza sta male e questo è il meccanismo che si viene a creare nel momento in cui si instaura una dipendenza. E non vi parlo neppure di sigarette, di fumo, anche se noto con piacere la vostra disciplina, noto che qui nessuno fuma. E mi auguro che questa vostra disciplina continui fino in fondo.
La nicotina del tabacco, come tutte le altre droghe induce dipendenza, una dipendenza che non è soltanto psichica come pensa la gente e come pensano i fumatori ma è anche una dipendenza fisica perché il forte fumatore, nel momento in cui smette di fumare sta male, è questo suo insieme di malesseri che lo portano a trattare male la moglie, al mangiare di più, all’essere agitato, all’essere irrequieto, all’aumentare di peso, ad avere tachicardie e qualche volta extrasistoli; questo star male è una sindrome, cioè una carenza in quell’organismo che, essendosi abituato a quella modificazione continua indotta dalla nicotina, nel momento in cui bruscamente gli viene meno sta male, cioè presenta una serie di sintomi di privazione, (certo la nicotina non è l’eroina, ma il principio è lo stesso ed è il principio per cui mano-mano che noi perdiamo la nostra integrità in funzione di sostanze che dall’esterno ci vengono a modificare, cominciamo a dipendere da queste sostanze con una dipendenza che, secondo una vecchia classificazione che secondo me dovrebbe essere superata, può essere di tipo fisico e di tipo psichico).
Che vuol dire dipendenza psichica? Dipendenza psichica vuol dire “voglia di farsi”, voglia di prendere quella sostanza, voglia di continuare l’assunzione. E dipendenza fisica vuol dire che il fisico comincia a dipendere dalla sostanza e se non ce l’ha sta male. Vediamo ora cosa succede nel mondo delle cosiddette droghe illegali che voi sapete vengono distinte in due grandi aree: le droghe cosiddette leggere e le droghe cosiddette pesanti.
Quando ero giovane, o più giovane di adesso, io distinguevo le droghe leggere e pesanti in maniera netta, dicendo che la droga pesante provocava assuefazione, provocava dipendenza fisica, provocava dipendenza psichica; la droga leggera provocava solamente una dipendenza psichica. Con il tempo mi sono accorto che questa distinzione è troppo netta – “natura non facit saltus”, dicevano i latini – . Non è che qui si passa dal bene al male, dal nero al bianco: tra il nero e il bianco c’è il grigio.
Nel mondo della droga il grigio è estremamente rappresentato in tutte le realtà sia dal punto di vista del consumo sia anche dal punto di vista della terapia e della riabilitazione. Non è che voi avete il tossicomane nero che entra in una catena terapeutica ed esce fuori bianco che più bianco non si può. Questa è della fantasia, è della illusione, sono degli schemi mentali di una opinione pubblica che essendo angosciata da questo fenomeno che non conosce, tende a generalizzare, ma voi sapete che ogni generalizzazione è pericolosa.
E allora io vi invito ad avere uno schema in testa: da un lato le sostanze, dalle più leggere alle più pesanti. Che differenza c’è? Ma la più leggera sarà intrinsecamente, cioè come suo potere intrinseco, poco capace di modificare l’organismo; mentre la droga pesante, anche indipendentemente dalla volontà del soggetto, determina dipendenza. Dall’altro lato abbiamo l’assuntore e anche l’assuntore lo dobbiamo differenziare: dal più sensibile, debole, incerto, irrequieto, angosciato, patologico, fino alla persona più integrata, inserita nel sistema, sufficientemente cattiva ed eterolesiva per essere considerata una persona normale.
E allora vediamo che succede quando una droga leggera incontra una soggetto normale, cattivo, integrato, ben inserito nelle sue attività, incancrenito nella sua routine e quando invece incontra un ragazzetto debole, fragile, indifeso, incerto, magari marginale, magari con una sua psicopatologia di base, cioè con una insufficienza esistenziale che gli deriva da quello che l’ha circondato dal momento in cui i genitori hanno avuta l’idea di concepirlo, fino al momento in cui noi lo andiamo a vedere.
Ecco, ognuno di noi ha diritto alla sua patologia, alla sua fragilità, alla sua debolezza.
E allora a chi farà male una droga leggera (che noi incoscientemente e stupidamente diciamo leggera, così dandogli quasi un giudizio morale di innocuità), a chi farà male, al primo o al secondo? Certo farà male a chi già sta male nella sua pelle. Chi è che svilupperà una dipendenza, cioè una voglia di farsi? Quello a cui la sostanza non gli modifica molto, non certo il secondo, quello che “fumato” gli sembra di stare meglio perché quando non sta “fumato” sta male: perché sta male intorno a sé, perché vive in una famiglia patologica, ha una serie di problemi che non riesce a sormontare e si illude di poterli sormontare stando in uno stato di coscienza diverso da quello normale, perché quando “sta fatto” riesce a parlare, a comunicare, salvo poi ad accorgersi che era tutto basato su un’illusione, questa illusione di star bene.
E allora vedete che la domanda se la droga leggera sia veramente il prodromo della droga pesante, – che sembra sia una domanda a cui si risponde “per parrocchie”, per cui chi sta in una parrocchia dirà: “ma si, è esattamente così, come potrebbe essere altrimenti? e chi sta nell’altra parrocchia dirà: “ma che vi passa per la testa di dire che la droga leggera é una droga: non sarà forse un ricostituente ma certo qualcosa che si può tranquillamente prendere!” – é una domanda mal posta, perché è chiaro che se io ho cento ragazzi che dipendono, saranno i più dipendenti, cioè i più fragili che si selezionano e che più facilmente andranno incontro al destino della tossicomania, della dipendenza dalle droghe pesanti, mentre se ho cento ragazzi che non fumano, che non hanno bisogno di nessuna modificazione, che stanno bene nella loro pelle senza essere modificati dall’esterno, saranno refrattari alla dipendenza.
E quindi statisticamente è più probabile che il tossicomane nasca da colui che già si fa modificare e ciò sarà tanto più probabile quanto più debole é il soggetto rispetto all’altro che non ha bisogno di farsi modificare dall’esterno. E siccome dicevamo prima che il consumo di una sostanza è direttamente proporzionale alla facilità di reperimento della stessa, l’ipotesi di liberalizzare, cioè di rendere facile l’acquisto di queste sostanze, è una proposta sostanzialmente aristocratica, certo antipopolare in quanto non modificherebbe lo status di chi è inserito mentre andrebbe a costituire un ulteriore elemento di sconvolgimento e di malessere per chi già sta male nella propria pelle.
La droga pesante è capace di modificare l’organismo anche se io non lo voglio, anche se io sono una persona inserita, integrata, “normale”. La droga pesante mi riesce a modificare, cioè mi riesce ad indurre dipendenza anche se io non lo voglio, anche se io sono refrattario, perché arriva a modificarmi qualcosa che è dentro di me, anche a prescindere dalla mia volontà.
Nel 1974 è stata fatta una scoperta che io giudico fondamentale per capire il problema delle droghe pesanti o che probabilmente ci dà uno spiraglio di speranza per il futuro per il superamento della dipendenza ed è la scoperta delle cosiddette endorfine. Che cos’è l’endorfina? Si é visto che l’organismo umano produce naturalmente una serie di sostanze che assomigliano alla droga, assomigliano a quella droga che deriva dall’oppio che è il capostipite delle droghe illegali, che è la morfina o l’eroina se volete, che sono tutte sostanze che si assomigliano spazialmente e si è visto che l’organismo umano produce un qualche cosa che assomiglia alla morfina.
Questo qualcosa si chiama endorfina e dalla presenza di questa sostanza dipende lo stato di benessere fisico dell’organismo, nel senso che se io ho una produzione adeguata di endorfina sto bene e se non ce l’ho sto male. Che succede quando il soggetto si comincia a drogare di una sostanza pesante derivata dall’oppio dall’esterno? Ricordate il concetto di omeostasi: l’organismo tende sempre a mantenere l’equilibrio, l’organismo vede che ha la sua sostanza esogena e per mantenere l’equilibrio blocca la produzione di endorfine e se ad un certo punto io non assumo più la sostanza dall’esterno mi trovo per una data fase scoperto sia di droga esterna che della droga prodotta da me e sto male e questa è la fase fisica della cosiddetta sindrome di astinenza, cioè quell’insieme di sintomi che presenta il soggetto assuefatto ad una droga pesante nel momento in cui questa gli viene bruscamente a mancare.
E voi sapete che questa astinenza viene enfatizzata da alcuni, misconosciuta da altri e che é la base, in fondo, per dire che il tossicomane è un malato perché se la salute nella definizione dell’OMS “è uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale”, se c’é un malato, questi è il tossicomane, il quale sta male sia dal punto di vista psichico, che fisico che sociale e quindi é l’archetipo del malato, cioè di quello che non gli funziona più niente, perché ormai nel suo organismo é avvenuta una tempesta, uno sconvolgimento che lo reso dipendente dalla sostanza esterna per cui non assume più la droga per “stare fatto”, per stare apparentemente bene, ma esclusivamente per ritrovare la sua “normalità”, cioè per stare non male, e la normalità è vincolata alla sostanza: se ha la sostanza sta bene, se non ce l’ha sta male; é nata la dipendenza.
Ora capite che il tossicomane non é solo colui che si droga, ma è colui che é incapace in una data fase della sua esistenza di sopravvivere senza droga. E’ questa comunque una realtà evolutiva, la dipendenza cambia in funzione del tempo, non esistono due tossicomani eguali, come non esiste nessun tossicomane che é eguale a sé stesso in funzione del tempo che passa, perché anche il rapporto con la droga tende spontaneamente a modificarsi.Vediamo come, brevemente.
Primo rapporto con la droga pesante: sensazione di totale benessere. Io parlo di luna di miele: il tossicomane ama la droga di un amore folle; tanto più era marginale, oppresso, in difficoltà prima, tanto più quando”sta fatto” si sente un toro, un leone, un onnipotente. Non c’é motivo al mondo per cui abbandoni questa sua sensazione di benessere, é la fase della luna di miele, ma la luna di miele, come tutte le lune di miele, dura poco, poi cominciano gli aspetti negativi della routine, dell’abitudine, si scopre che non é tutto oro quello che luccica, si scopre che ci sono tanti aspetti negativi che nella droga diventano parossistici, incredibili ed io paragono anche questo primo periodo al peccato originale.
Adamo ed Eva in fondo stavano bene nel Paradiso terrestre, ma hanno voluto godere di un benessere superiore, hanno voluto diventare onnipotenti e questo é costato loro la cacciata dal Paradiso terrestre e per tutta la vita loro hanno ricordato quell’attimo di onnipotenza iniziale. Evidentemente la droga non era concessa al genere umano, come non era concesso questo stato di benessere assoluto. Il tossicomane gode di un attimo di onnipotenza, poi viene cacciato dal paradiso terrestre, per tutta la vita maledice quel momento di superbia iniziale, maledice quell’attimo che l’ha costretto e l’ha reso vIncolato e l’ha reso dipendente.
E ora cominciano gli aspetti negativi: l’acqua alla gola, la necessità di trovare i soldi con tutto quello che questo comporta e che voi sapete benissimo: il rubare a casa, le umiliazioni cui va incontro il tossicomane quando gli si dice: “sei un avanzo della società” e “perché perdo tempo con te quando ci sono i malati veri e tu non sei neanche un malato e quindi non rispetto neppure il tuo malessere”.
Tutti questi messaggi continuamente aggravano una situazione di depressione di un soggetto che è già depresso perché se non era depresso non aveva bisogno di ricorrere alla droga per essere meno disintegrato dall’ambiente circostante. E tutto questo costa non soltanto in termini volgarmente economici ma anche in termini esistenziali. Ed allora dalla prima fase dell’amore folle della luna di miele, il tossicomane passa ad una seconda fase di ambivalenza, di amore e di odio per la droga: “Io ti amo perché in fondo non mi dici mai di no e quando sto con te sto tranquillo, però ti odio perché sei alla base della mia dipendenza, della mia libertà perduta”.
Perdere la libertà vuol dire non poter uscire, non poter fare le cose stupide che però danno soddisfazione, vuol dire non poter andare al mare, dover essere vincolati tutti i giorni ad una routine per cui io mi alzo, la droga dura sei ore e se non ce l’ho me la devo procurare, se costa un milione devo trovarlo, quindi devo delinquere, devo rubare, devo essere continuamente e perennemente con l’acqua alla gola.
Pensate a quello che io chiamo “l’andamento tossicomanico” e che è la radice di questa patologia: il tossicomane sta sempre in delle fasi antitetiche che non trovano mai un attimo di rifiato, sta sempre con l’acqua alla gola: o sta bene o sta male, o sta fatto o sta in astinenza, o sta in paradiso o sta all’inferno, ma non trova mai quell’andamento che diceva una vecchia sorella di CRI essere la costante della vita, come fare un golf, cioè un dritto e un rovescio, un dritto e un rovescio e accettare comunque che la vita è un alternarsi di dritti e rovesci che non arrivano mai al godimento assoluto o alla disperazione più totale.
Pensate all’individuo che è sottoposto continuamente a delle sollecitazioni di questa natura; arrivare dopo dieci anni della sua carriera a maledire la droga, maledire il momento in cui ha cominciato ad assumerla, ad avere a volte un’attitudine protettiva nei confronti del più giovane che può essere sfruttata in senso terapeutico (tanto è vero che l’ex gioca un ruolo in molte iniziative terapeutiche). Ecco che allora, il passare del tempo, non è un fattore negativo ai fini della possibilità di sopravvivenza e di ritrovare un nuovo equilibrio.
Dopo dieci anni io parlo di legge del 33 per cento, per cui un terzo dei tossicomani nel frattempo é morto, un terzo dei tossicomani continua ad essere un marginale magari riciclato, in una necessità di compatibilità al consumo di droghe legali, ma comunque sempre ai margini della società, un terzo dei tossicomani ha superato la dipendenza. Ed allora, se questo é il tragitto, se questo é l’evoluzione, che vuol dire fare terapia?
Che vuol dire reinserimento? Noi siamo abituati a considerare terapia il sinonimo dello svezzamento, ma lo svezzamento fisico é la cosa più banale, lo svezzamento fisico non mi restituisce un soggetto sano, mi restituisce un soggetto che continua ad essere dipendente, noi chiamiamo questo dipendenza psichica, io la chiamo dipendenza psicofisica perché é un soggetto a cui probabilmente quelle famose endorfine non si sono ricostituite al cento per cento, oppure nel gioco che avviene a livelli di sistema nervoso tra endorfine e recettore questo passaggio di droga esogena ha turbato comunque il recettore tanto che il cento per cento di endorfina non riesce ad agganciarsi e comunque lascia un soggetto che superata l’astinenza sta male ed il suo vero malessere é dopo l’astinenza per cui dopo l’astinenza non é guarito manco per niente, tanto è vero che ricomincia costantemente a riassumere la droga.
Questa sua riassunzione, che non è un optional ma una costante, rappresenta l’essenza della sua mania e della sua dipendenza. Ed allora ci dobbiamo chiedere che vuol dire fare terapia, che vuol dire fare prevenzione, che mezzi noi abbiamo a disposizione, e con questo cerco di concludere. Io identifico tre obiettivi fondamentali per la terapia.
Il primo obiettivo è quello di evitare l’irreparabile, cioè evitare che si ammazzi in maniera diretta o in maniera indiretta, (poi se abbiamo tempo vedremo perché); il secondo problema è quello della felicità, cioè quello di far fare al tossicodipendente una vita meno infelice di quella che farebbe se fosse lasciato solo, e la terapia può fare questo; terzo obiettivo è quello di accelerare la riscoperta di alternative, intendendo per alternative tutto quello che mi consente la mattina di alzarmi dal letto e di vivere una giornata senza avere bisogno della droga.
Per fare questo abbiamo a disposizione una serie di mezzi che sono modesti ma che vanno impegnati sia sul versante farmacologico sia sul versante genericamente psicoterapico, nel soggetto giusto al momento giusto. Non esiste il “metodo capace diÉ”, non esiste la terapia valida per tutti, non esiste l’oggetto tossicomane da inserire in una catena di montaggio per farlo uscire fuori riciclato e redento.
Tutto questo è della poesia, tutto questo è della illusione ed anche per la prevenzione non esiste la ricetta per attuarla; sarebbe illusorio pensare che parlando di droga o dicendo che la droga fa male noi riuscissimo ad evitare che la droga venga usata, perché il consumo di droga non attiene alla sfera della logica e del razionale ma in quella grande parte dell’organismo dell’uomo che è assolutamente illogico, irrazionale ed a volte perverso.
Tutti sanno che la droga fa male: i ragazzini, i ragazzi, chi è che non sa che la droga fa male? Ma evidentemente non basta saperlo per evitare di prenderla e quindi qualunque messaggio logico “non fare questo perché fa male”, “la droga fa male” ecc, è destinato a servire a poco e quindi prevenzione vuol dire qualcosa di più e questo vi impegna direttamente nelle vostre famiglie, nel vostro ambiente, nella scuola, in quelli che vi circondano.
Bisogna cercare di non arrivare a delle condizioni di malessere per cui le persone più fragili e più deboli siano destinate a pagare le colpe proprie e anche quelle dell’ambiente che li circonda, e quindi vedete che prevenzione vuol dire essere inseriti, vuol dire lavorare con gioia, vuol dire fare sport, vuol dire fare tutta una serie di attività e di impegno che allontani la necessità di essere modificati per sopravvivere. Bene, io credo di aver mantenuto i tempi che mi ero prefissato e a questo punto smetterei la mia introduzione per lasciare spazio al dibattito.