Da: “Famiglia Cristiana” n.15 del 9 aprile 2006
Da 50 anni, Barra è legato all’organismo umanitario
Ha iniziato a 8 anni e da allora non ha più mollato, fino a diventare presidente. In questa intervista spiega quali progetti ha in serbo, a iniziare dal finanziamento.
Presidenti della Croce Rossa si diventa. Qualcuno forse ci nasce. Come quello attuale, Massimo Barra, che l’8 maggio festeggia i 50 anni di attività della Cri. Legittimo chiedere: che ci faceva a 8 anni nella Cri? «Sul pianerottolo, di fronte a casa mia, abitava una crocerossina che era moglie di un ufficiale di Marina e non aveva figli. Io passavo più tempo a casa sua che da me e ricordo fin dall’infanzia la divisa delle infermiere volontarie appesa nel suo corridoio. Allora c’era la settimana della Croce Rossa: si mettevano in piazza le tende, i pionieri andavano in giro a chiedere fondi. La mia prima uscita fu immortalata da un fotografo che passava per caso e notò quella specie di san Bernardo con la cassetta al collo. Poi, a 13 anni, entrai nei pionieri».
– Insomma, quasi gliela dovevano questa carica di presidente…
«Questo no, ma ci sono coincidenze che mi fanno pensare. Il giorno di quella mia prima uscita, nel 1955, era l’8 maggio, data di nascita di Henry Dunant, l’uomo che, inorridito dal massacro di Solferino, diede l’impulso a quella che sarebbe diventata la Croce Rossa internazionale. E poi sono nato il 22 agosto, giorno in cui furono firmate le Convenzioni di Ginevra».
– Tra le sue prime intenzioni c’è quel la di rendere la Croce Rossa più indipendente dallo Stato, anche dal punto di vista economico. Qual è oggi la situazione? Come pensa di modificarla?
«Un passo indietro. Noi abbiamo 7 principi fondamentali, richiamati dallo Statuto e accettati dallo Stato, che li ha approvati nel 1965 alla conferenza internazionale di Vienna: umanità, universalità, imparzialità, neutralità, indipendenza, carattere volontario e unicità. Indipendenza vuol dire che la Croce Rossa obbedisce alle leggi dello Stato che la ospita ma deve poter agire sempre per le vittime, senza condizionamenti. Una buona società di Croce Rossa non dipende da una sola fonte di finanziamento, per non rischiare di avere un padrone».
– E quindi?
«Oggi la situazione è sbilanciata a favore del contributo statale, che peraltro si va riducendo. L’organo di “raccolta fondi” nella Croce Rossa non è molto sviluppato proprio perché abbiamo sempre ricevuto contributi statali. Dobbiamo rilanciarlo, perché abbiamo un’immagine e una penetrazione sul territorio che ci rende competitivi».
– La raccolta dei fondi indipendente è poco sviluppata in generale, nel nostro Paese. Perché, secondo lei?
«Di sicuro anche perché i cittadini sono stati disillusi molte volte da iniziative poi finite nello scandalo. La condizione per chiedere soldi alla gente è che ci sia un rendiconto fino all’ultimo centesimo e soprattutto siano controllati dalla realtà locale che li raccoglie. La Croce Rossa italiana ha quasi 600 comitati locali con autonomia amministrativa: è importante che questa autonomia sia difesa».
– Lei ha già avanzato una proposta clamorosa: affidare alla Croce Rossa la gestione dei Cpt (Centri di permanenza temporanea) per gli immigrati e, almeno come progetto pilota, delle carceri. La politica come ha reagito?
«Con attenzione, nessuno mi ha chiesto se ero impazzito. E ho avuto un colloquio di un’ora, molto piacevole e interessante, con il ministro dell’Interno Pisanu. Di Cpt ne gestiamo già 6, io penso che li dovremmo gestire tutti. Non ci interessano gli appalti o le mense, ma la verifica del rispetto dei diritti umani, il fare da ponte tra le autorità e le persone. Un Cpt è un posto dove qualcuno è trattenuto contro la sua volontà, quindi non è molto diverso da un carcere. Chi sta lì è vulnerabile, non c’è bisogno di spiegarlo».
– Lei crede? A me pare che l’aria sia di spedirli fuori in un modo o nell’altro…
«Una parte dell’opinione pubblica può non condividere ma noi non facciamo politica. Noi non diciamo se sia giusto o non giusto questo tipo di accoglienza o non accoglienza. A noi interessano le persone che soffrono, perché questo è il nostro mandato. E d’altra parte i diritti umani sono indivisibili: li prendi o li rifiuti in blocco».
– Quando uno pensa alla Croce Rossa pensa alle ambulanze o alle battaglie. Queste sono, invece, emergenze quotidiane, strutturali.
«La missione della Croce Rossa è di assistere le persone vulnerabili. Il concetto di vulnerabilità è variabile e infatti le attività della Croce Rossa sono assai diverse tra loro. Io credo che la Croce Rossa debba essere l’avanguardia dello Stato, quella che va nelle zone d’ombra, sempre più numerose, in cui lo Stato ha difficoltà ad avventurarsi, pronta a mediare tra inseriti e marginali, ricchi e poveri, sani e malati. Abbiamo un’ideologia di mediazione e non giudicante».
– Ha anche detto: mai più iniziative unilaterali, le missioni sono bilaterali (cioè decise con la società consorella) o multilaterali (con la consorella e la Croce Rossa internazionale). Una sconfessione del suo predecessore, il commissario Scelli, che decise la pur prestigiosa missione in Iraq in polemica con la Croce Rossa internazionale?
«Direi un richiamo all’ortodossia del movimento, che non tollera azioni unilaterali, perché per la sovranità la gente ammazza e si fa ammazzare. Anche questo, come i diritti umani, non è negoziabile: gli interventi unilaterali non si fanno».
– È stato eletto con 623 voti su 637.
«Maggioranza bulgara, imbarazzante».
– Anche bello, no?
«Sì, ma un simile consenso è irripetibile».
-Però l’aiuta, visto che la Croce Rossa ha avuto più commissari che presidenti.
«È vero, e un po’ mi preoccupa. Quello che è avvenuto in passato potrebbe ripetersi. Per questo invito i nostri aderenti, che sono tanti, a vigilare: la Croce Rossa non può cambiare solo perché cambiano i governi o gli orientamenti politici».