Massimo Barra – Direttore Fondazione Villa Maraini
Grazie Signor Presidente, Signor Ministro. Lei prima ha detto che le strategie di riduzione del danno sono condivise dai non-punizionisti e dagli anti-proibizionisti. Io sono un “proibizionista”, uno cioè che crede che certi tipi di droga debbano essere proibiti, come tante altre cose sono proibite per la civile convivenza, non per un fatto morale aprioristico, ma semplicemente e pragmaticamente perchè la droga non porta felicità.
E quindi lo Stato ha il dovere di dire che certi comportamenti è preferibile evitarli. Ciò non di meno sono un sostenitore ed un soddisfatto se finalmente la stampa si è accorta che esiste anche una strategia della riduzione del rischio. Meno male, perchè fino a ieri sera il telegiornale diceva – uno dei tre, perchè adesso non c’è più differenza, perché la RAI non è più lottizzata, quindi TG1, TG2, TG3 sono uguali – che si erano riuniti tutti i rappresentanti delle comunità a Palermo, dimenticando tutti gli altri che non sono rappresentanti di comunità.
Dovendo valutare la 162, lasciatemi criticare tutti quelli che hanno identificato (compreso il Ministro per gli Affari Sociali. non l’attuale, neanche il precedente, ma due Ministri fa) l’unica possibile terapia con le comunità terapeutiche e coloro che hanno demonizzato quelli che non pensavano che il tossicomane dovesse essere punito e mandato in galera. Adesso c’è il rischio che gli altri tendano a rifarsi e che, sentendo l’aria cambiata, vogliano essere altrettanto esclusivi o esclusivisti, in modo da rifarsi di tutte le umiliazioni che hanno avuto da parte di “redentoristi” coloro che pensavano la redenzione come unica possibilità di approccio e di intervento nei confronti di un tossicomane.
A mio giudizio, la politica di riduzione del danno trova la sua logica nella definizione della “tossicomania”: tossicomane non è colui che si droga, ma colui che in una data fase della sua esistenza è incapace di sopravvivere senza droga. Questo è un dato oggettivo, credo che possa essere condiviso da tutti. Si può essere consumatori di droga senza essere tossicomani, ma se si è tossicomani, in una data fase della propria esistenza, si è oggettivamente incapaci di sopravvivere senza droga, e questa situazione palelogica è una situazione oggettiva e riproducibile in laboratorio, per cui tutti gli animali si comportano come un uomo, una volta che siano stati resi dipendenti da determinate sostanze.
Se quindi, in quella fase, è impossibile la redenzione, cioè è impossibile vivere senza droga, noi ci dobbiamo chiedere che cosa vuol dire fare terapia nei confronti di una persona che non direi non vuole smettere, ma non può smettere, o non può volere. Cioè, è in condizioni psico-fisiche tali da non poter volere. Ecco quindi che il tossicomane non è una realtà oggettiva, ma una realtà grigia che comprende il bianco, motivato, che ne ha le scatole piene, che accetta qualunque umiliazione, che è in grado di diventare francescano pur di allontanare questo maledetto oggetto di piacere, ma anche un nero che è incapace anche di superare la frustrazione insita nell’adire un trattamento terapeutico.
Devo dire che i trattamenti terapeutici non è che abbiano fatto a gara per favorire l’approccio del tossicomane. Passi per le comunità perché le comunità in tanto sono terapeutiche in quanto sono selettive del motivato. Non si capisce come ci possano essere dei Servizi territoriali che, scimmiottando le comunità terapeutiche, diventano selettivi dell’utenza, perché l’alternativa al Servizio territoriale selettivo è la disperazione in piazza. E la frustrazione insita nell’adire un Servizio selettivo è molto superiore rispetto alla frustrazione insita nell’adire un Servizio accogliente, disponibile, forse non superattrezzato, ma che almeno ti sta a sentire non per dovere di ufficio, ma quanto meno per condivisione umana della tua situazione.
E allora, se è vero che un tossicomane è sempre una mina vagante, e se è vero che un tossicomane che non si cura è una mina vagante due volte, anche per gli altri, è interesse precipuo dello Stato conoscere, contattare il maggior numero possibile di tossicomani, indipendentemente dalle loro capacitˆ oggettive in quel momento di dare una risposta gratificante alle attese redentoristiche dell’operatore. Questo è il razionale delle unità di strada.
Tuttavia se noi alla stazione Termini con il camper raccogliamo 2110 persone in un anno, e poi le inviamo ai Servizio e il Servizio non le accoglie perché non c’è la competenza territoriale (“perché non sei nostro”: problema di Roma, forse non di città più piccole) o perché lo schema mentale del direttore del SERT, che aveva magari frequentato un corso nella Comunità X o nella Comunità Y, è una mentalità selettiva che quindi cerca tossicomani belli, con gli occhi azzurri, ben motivati, che gli diano il prodotto; oppure gli operatori non sono in grado di sopportare la frustrazione insita nel mancato rispetto del contratto terapeutico da parte dei tossicomani, è perfettamente inutile che noi andiamo a fare unità di strada.
Allora, prima delle unità di strada noi dobbiamo avere Servizi territoriali in tutta Italia che siano in grado di non essere impotenti perché “padri impotenti” è un clichè che non è terapeutico. Di operatori impotenti ne abbiamo le scatole piene, e la “paccoterapia”, cioè la terapia della pacca sulle spalle, serve a poco. Quindi i SERT devono avere tutto il ventaglio delle possibilità terapeutiche o in prima persona o con gli enti ausiliari. Grazie ai cielo il referendum ci fa superare il concetto che il trattamento farmacologico debba essere fatto solamente dal Servizio pubblico e che le comunità terapeutiche siano prevalentemente un servizio privato.
Perché non possiamo ipotizzare per l’avvenire anche servizi privati che usano trattamenti farmacologici? E quando dico “trattamenti farmacologici” non cado nell’errore in cui cadono molti di confondere la morfina e l’eroina con il metadone, perché la morfina e l’eroina sono una cosa e il metadone è un’altra cosa. Il metadone serve a stare non male, la morfina e l’eroina servono a dare piacere e godimento, e il godimento non basta mai, per cui somministrazione controllata di morfina o di eroina è una contraddizione in termini.
Su questo le sperimentazioni già sono state fatte, e forse Avico – che pure ha peccato in altro modo – su questo converrà e ci illustrerà quali sono i risultati di queste sperimentazioni. Allora, il razionale dell’unità di strada è di andare a cercare i tossicomani per strada, in modo da favorire l’approccio con una struttura terapeutica. Evidentemente non pretenziosa, cioè che non pretenda tanto. La cosiddetta “unità a bassa soglia”: “Io ci sono, ti contatto, che vogliamo fare? Domani? Puoi fare una doccia, puoi avere un pasto, puoi avere un pronto soccorso, una terapia farmacologica. Puoi ottenere un intervento più strutturato”.
Come deve essere fatta una unitˆ di strada? Ci sono due tendenze: l’unità strutturata e l’unità informale. Entrambe hanno una loro logica. Io sono per le unità strutturate. E, infatti, la nostra unità è un camper ben visibile, con una bandiera rispettata anche dai marginali – che è la bandiera della Croce Rossa – che quindi dà una serie di servizi, si fa riconoscere. L’altra tendenza è quella della unità assolutamente informale, cioè quello che già negli anni ’70 andava nei bistrots parigini, assolutamente non differenziandosi dagli altri consumatori del bistrot, per attaccare discorso con i ragazzi.
Chi deve stare nell’unità di strada? Anche qui c’è discussione. Sicuramente ci deve stare un ex tossicomane. Cancrini diceva “io, ai tempi miei, usavo anche i tossicomani in servizio”, ma questo forse si poteva fare 20 anni fa. Ma, oggi come oggi, mi sembrerebbe un pò azzardata una unità di strada con un tossicomane che sia tuttora tale. L’ex tossicomane evidentemente ha una possibilità di aggancio, ma non può essere mandato allo sbaraglio.
Non possiamo ripetere l’errore di mandare allo sbaraglio gli ex tossicomani per creare tante altre strutture e avere tanti altri finanziamenti – errore che qualcuno ha fatto nell’ambito delle comunità terapeutiche. Fare terapia è un impegno serio; farlo per strada è ancora più serio, perché si ha a che fare con la gente disperata, non scremata, con tutto quello che succede (e potete ben immaginare cosa succede alla stazione Termini di Roma, o in una qualunque stazione di qualunque città italiana o all’estero) a qualunque ora del giorno e della notte. Ci vogliono stomaci forti, ci vuole un supporto psicologico alle spalle, ci vuole supervisione e, nel momento in cui abbiamo il contatto, altrettanti soldi li dobbiamo spendere a valle per avere lo smaltimento del contatto, perché noi creiamo un’aspettativa e, se non abbiamo poi la possibilità di smaltire l’ aspettativa, è meglio che l’aspettativa non l’abbiamo creata.
Diciamo che abbiamo scherzato. Se dobbiamo stare in piazza solamente per fare scena o per avere finanziamenti, è meglio che non ci andiamo. Noi dobbiamo essere quindi in grado di avere l’unità di strada e, a valle, un sistema che possa essere in grado di adempiere a qualunque necessità. Che cosa mettere su una unità di strada? Se è mia unità che ha un medico – ed è auspicabile, a mio giudizio, che lo abbia – metterei i medicinali di pronto soccorso (per il fatto di avere un medico, a basso costo, in un anno di attività noi abbiamo fatto 32 overdosi fauste alla stazione.
Overdosi che non avrebbero potuto attendere l’intervento di un’ambulanza). E vi dir˜ che il Narcan ci può stare anche se non c’è il medico perché sicuramente quando vediamo una situazione molto grave, non avendo effetti collaterali, noi diamo un Narcan e, con questo sistema, tanti ragazzi hanno salvato la vita dei loro compagni. Le siringhe: c’è qualcuno qui dentro che pensa che un tossicomane non si buca perché non ha la siringa? O c’è qualcuno che pensa che un tossicomane, che già si è bucato tante volte, si va a ribucare perché noi gli abbiamo dato la siringa pulita?
Se c’è qualcuno che pensa così, evidentemente dare le siringhe diffonde la tossicomania. Siccome io credo che nessuno possa pensare che un tossicomane rinuncia a bucarsi perché non ha la siringa (perchŽ non lo fanno neanche in carcere, si bucano con la penna bic), credo che dobbiamo superare il senso di colpa di essere noi stessi dei propagatori della tossicomania: il tossicomane si buca anche con l’acqua del Tevere, anche con le siringhe sporche e usate (anche se adesso ci sta più attento, grazie alla propaganda e alla educazione sanitaria che viene fatta).
Quindi dare siringhe non è un’azione tossicomanigena. Sarebbe tossicomanigeno dare la morfina, perché la morfina crea un mercato grigio, clandestino. Scusa Taradash, non cerco gli applausi dei proibizionisti, dico le cose scientifiche. Profilattici: stesso ragionamento, tanto oramai i profilattici sono anche nei libri degli scout, quindi è rétro parlarne male. (Ho un libro di un’associazione scout africana in cui non solo si vede il profilattico, ma anche come si mette e con dovizia di particolari!)
Noi abbiamo usato come modalità di approccio anche il vitto. Evidentemente il vitto rischia di inquinare un pò la domanda, per cui i nostri, ad un certo momento, si sono sentiti un pò sommersi da richieste di vitto fini a se stesse. Sta a voi giudicare nella vostra realtà locale se il vitto può essere utile come mezzo di aggancio oppure può diventare un handicap. Che coperture deve avere una unità di strada?
Non può andare allo sbaraglio. In una zona come la stazione Termini, ci vogliono delle coperture. Penso ad una intesa con la Polizia. La Polizia a Roma e molto discreta: ci controlla da lontano, però nessun tossicomane si sente osservato, o comunque evita di approcciare il camper perché c’è la Polizia nei paraggi. Quindi un rapporto discreto in cui il camper, l’unità di strada, può essere utile agli stessi poliziotti quando trovano ragazzi in overdose e non sanno che farci, come spesso è avvenuto con reciproca soddisfazione.
Un camper, una unità di strada dovrebbe avere anche una macchina di copertura, per la possibilità di portare in ospedale certe situazioni: malati di Aids, gente che viene dimessa dalle carceri perché ha meno di 200 linfociti e si trova a dover dormire nei vagoni della stazione, peggio di quando stava in carcere, anche perché magari quando lo hanno dimesso non gli hanno dato un foglio con la terapia che deve praticare – cosa che succede puntualmente ancora nelle carceri italiane.
Qualche dato e finisco: in un anno questa esperienza ha contattato 2111 tossicomani, 1895 maschi, gli altri femmine. La cosa interessante è che il 50% non aveva mai avuto contatti con una struttura terapeutica e questo mi pare un buon motivo per fare le unità di strada e per lanciare non in nome di una ideologia, ma in nome di un sano pragmatismo, una attività di riduzione del danno.