Intervista a Massimo Barra di A. P.
CONOSCIAMO Massimo Barra da molti anni, perché a Roma villa Maraini è un punto di riferimento «storico» per chi ha problemi di dipendenza. Fondata dallo stesso Barra nel 1976, Villa Maraini è un luogo di confine per i tossicodipendenti che non scelgono la strada della comunità. Ed è dentro la grande area della Croce Rossa, tra prati e padiglioni ottocenteschi, nel quartiere Gianicolense, che incontriamo Barra, questa volta non per parlare di tossicodipendenti ma di guerra.
Da aprile, infatti, è vice presidente della Federazione internazionale della società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa e, come dice scherzando, dei suoi tre cappelli questo è quello «rispettabile», come quello di primario nella clinica Madonna del Tufo, ai Castelli romani.
Il tuo lungo lavoro alla Croce Rossa ti ha portato in giro per il mondo, a rincorrere guerre e vite umane. C’è chi pensa che la Croce Rossa ricopra un ruolo troppo istituzionale per essere davvero «super partes».
Quando si parla di Croce Rossa internazionale si parla di una famiglia che ha un padre, una madre e tanti figli: il padre è il Comitato internazionale che ha sede a Ginevra, è composto solo da cittadini svizzeri e ha la prerogativa di intervenire, in applicazione delle Convenzioni di Ginevra, ovunque ci sia un conflitto.
La madre è la Federazione delle società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, che ha sede a Ginevra, è composta di cittadini di tutto il mondo e federa 181 società della Croce Rossa e Mezzaluna rossa. Le 181 federazioni sono i figli, una per ogni stato.
Prima di parlare dell’Iraq, parliamo di un’altra guerra che non si vuole definire tale: Israele e Palestina. Anche alla luce dell’esplodere del fenomeno delle torture.
Ci sono sicuramente, in questa ulteriore guerra, violazione delle Convenzioni di Ginevra, che il Comitato internazionale ha denunciato anche pubblicamente.
La Croce Rossa interviene nelle aree di guerra. Ma il governo italiano afferma di non aver inviato truppe in un conflitto ma solo in una missione di pace. Come si spiega?
Se c’è una forza occupante, una coalizione in un territorio nemico, quella è una guerra, e quindi si applicano le Convenzioni di Ginevra. Si può discutere del fatto che in questa guerra ci sono stati due momenti, ma questo è un concetto politico e non riguarda la Croce Rossa. Indubbiamente, l’applicazione delle Convenzioni di Ginevra è legata al fatto che c’è una attività bellica.
Ed è stato il governo a inviare la Croce Rossa italiana?
Il governo italiano ha finanziato e continua a finanziare l’attività che la Croce Rossa italiana sta svolgendo in Iraq.
Per quanto tempo ancora?
Qui si scontrano due punti di vista: uno romantico, che ci spinge a stare là perché c’è bisogno: noi fino ad ora abbiamo fatto più di cinquantaseimila interventi sanitari. L’altro orientamento è quello di chi dice che noi non possiamo salvare tutto il mondo e che forse sarebbe il caso che andassimo via, anche perché stiamo operando in una situazione molto confusa e anche molto pericolosa.
Nel frattempo, abbiamo mandato una missione in Siria perché c’è un flusso di persone che dall’Iraq va in Siria, e c’è bisogno di avviarle al servizio sanitario siriano.
Avete avuto un ruolo anche nella vicenda degli ostaggi italiani…
Il nostro commissario straordinario, il giorno che hanno sequestrato gli ostaggi italiani, è partito per Baghdad in fretta e furia, e non è ancora tornato. Si è imposto un imperativo: quello di tornare con gli ostaggi. In questo mondo di ragionieri e di burocrati, in cui c’è gente che gode nell’ostacolare chi fa qualcosa, ecco qualcuno che è disposto a spendersi. Il giudizio verrà a posteriori: se riuscirà, tutti diranno che la Croce Rossa è eroica, ma se purtroppo le cose dovessero andare male, allora ci sarà un coro di denigratori.
Una previsione è impossibile, ma una cosa posso dire: sarebbe dovuto tornare alcuni giorni fa e all’ultimo momento ha disdetto la partenza. Segno, forse, che qualche segnale positivo lo ha.
Parliamo di Nassiriya, dove il rapporto tra popolazione e esercito italiano è ormai di scontro. È così?
Mi sembra di sì. Noi a Nassiriya siamo ausiliari delle forze armate, ma non stiamo facendo attività di sostegno psicologico ai soldati. Interveniamo invece solo sui feriti, soprattutto da ustioni. In generale, tra i feriti ci sono molti bambini e molte donne. Diverso è il nostro intervento nell’ospedale di Baghdad, che è assolutamente autonomo. A Nassiriya invece siamo sottoposti alla catena di comando dell’esercito italiano.
Può succedere che i militari entrino nell’ospedale per prelevare qualcuno accusato di terrorismo?
A Baghdad questo non succede. Ma a Nassiriya l’ospedale non è della Croce Rossa e quindi può succedere.
Parliamo delle torture.
È compito del Comitato internazionale della Croce Rossa, sia in tempo di guerra che in tempo di pace, andare nelle carceri quando lo ritiene opportuno. Ed è da questi sopralluoghi che nasce il famoso rapporto sui maltrattamenti e le sevizie ora reso pubblico. Ma la Croce Rossa è tenuta alla riservatezza.
Ora io aggiungo: riservatezza ed efficacia che a volte sono inversamente proporzionali. Nel senso che se si è troppo riservati, molte cose non vengono mai rese note, e questo non è un bene. Tanto è vero che il casino è scoppiato quando è uscito il Wall Street Journal, e soprattutto quando sono uscite le fotografie.
Il contraltare è che, se la Croce rossa avesse fatto uscire il rapporto con le fotografie, probabilmente nessun governo avrebbe accettato la possibilità che la Croce Rossa facesse le ispezioni. Dunque, la situazione è ingessata e molti hanno paura che, dopo la pubblicazione del rapporto, vi siano conseguenze negative sui governi degli altri settantaquattro paesi in cui la Croce Rossa fa questo lavoro. Io invece ho tirato un sospiro di sollievo.
Ti hanno colpito le rivelazioni sulle torture o in qualche modo te le aspettavi?
Che quando ci sono le guerre l’uomo dia il «meglio di sé» è un fatto risaputo, come lo è che cose analoghe succedono anche in altri focolai di guerra. Mi ha sorpreso la fatuità, la scandalosa stupidità di certi atteggiamenti, che mostrano un fatto nuovo, la mediatizzazione del mondo: sembra quasi che quei militari stessero imitando il Grande Fratello.
Essere tenuti alla riservatezza è un conto, ma dove si colloca il confine con la necessità di divulgare informazioni importanti?
Credo che un pizzico in più di audacia, come ho sostenuto nelle sedi opportune, non sarebbe male, poiché è mutata la comunicazione e dunque è necessario mutare il rapporto con la comunicazione. Non stiamo più alla battaglia di Solferino, che leggevi nei libri di storia. C’è ora un’altra potenza di cui tenere conto, ed è l’opinione pubblica che ha accesso alle informazioni.
Stai dicendo che la Croce Rossa potrebbe aprire una discussione sulla necessità di rivedere il concetto di riservatezza?
L’ha già aperta, tanto che abbiamo creato un gruppo, di cui sono stato nominato presidente a livello della Federazione internazionale, proprio per discutere i limiti tra la segretezza, la discrezionalità e la pubblicizzazione. Perché la priorità deve essere l’interesse delle vittime.
E un equilibrio molto delicato, ma attiene alla sfera dei diritti. Ed è un diritto dell’opinione pubblica non solo quello di essere informata, ma anche di essere consolata, di sapere che c’è qualcuno che segue seriamente le cose e sta provvedendo. Altrimenti non gli resta che vedere gli sgozzamenti in televisione.