A PROPOSITO DI “COMUNICAZIONE”
Frequento la Clinica Madonna del Tufo da oltre 30 anni. Quando iniziai come medico di guardia, il personale di assistenza veniva selezionato prevalentemente tra le ammalate di TBC più volenterose e collaborative. Quando, dopo alcuni anni, arrivò la prima infermiera professionale, fu un avvenimento per tutta la struttura: perfino l’Amministratore delegato del tempo l’accompagnò in reparto presentandola come una “diversa” di livello superiore. Il passare del tempo ha portato ad un lento ma costante processo di miglioramento del numero, della qualificazione e della qualità del personale impegnato a tutti i livelli.
Ciò nondimeno, i rari tentativi di aggiornamento professionale interno erano stati episodici, abortiti sul nascere e di dubbia efficacia. Per questo l’idea di mettere insieme tutti gli operatori, quale che ne fosse la collocazione operativa ed il back-ground culturale ed esperienzale, ha rappresentato una svolta epocale nel modo di intendere la partecipazione dei “dipendenti” alla vita della Casa di Cura. Per la prima volta si è capito che alla base della performance della nostra impresa, che ha come missione quella di produrre salute, creare benessere, combattere il dolore, recuperare funzioni, migliorare la qualità della vita delle persone più vulnerabili per età e malattia e, in ultimo, accompagnare queste ad una morte il più serena possibile, il fattore umano è determinante ed insostituibile.
Quando tante persone tanto diverse tra di loro debbono convivere per tanto tempo al giorno (a volte più di quanto non se ne passi in famiglia) per lavorare insieme, senza essersi scelte ma ritrovandosi per virtù del caso, immediatamente nascono problemi di convivenza e di interazione che nascono da irrisolte problematiche di potere e che portano a conflitti di tale asprezza da mettere in discussione l’organizzazione del lavoro ed il buon esito dello stesso. La comunicazione tra gli attori resta patologicamente influenzata dal conflitto di potere e diventa essa stessa causa di malessere e di patologia. Per questo l’idea di organizzare un corso avanzato di cooperative learning, oltreché rivoluzionaria perché mai nemmeno ipotizzata in passato, ed audace, perché di alto profilo, ed il fatto di averla portata felicemente a termine, ha provocato una presa di coscienza dell’importanza della comunicazione e delle innumerevoli possibili distorsioni cui essa va incontro in tutti gli ambienti e, nella fattispecie, nel nostro ambiente di lavoro.
Le parole chiave di interdipendenza, integrazione, collaborazione, coesione e condivisione per la prima volta sono state poste all’attenzione di un uditorio non aduso a questo genere di riflessione ed abituato più a considerare il gruppo come un insieme di persone e non come un’entità che trascende le singole individualità per vivere di vita propria, obbedendo a leggi dinamiche non immediatamente comprensibili. Ma le dinamiche di una impresa come la nostra non si esauriscono nelle diverse interazioni degli operatori, avendo altri attori un ruolo determinante nel creare il “clima” complessivo del reparto: in primis i ricoverati (detti anche degenti, pazienti, clienti: quale è il termine più adeguato e meno discriminante?), i parenti, i visitatori, le “badanti”.
E ciascuno di questi gruppi può essere selezionato a seconda di diverse attitudini: si pensi al parente che ama il congiunto di un amore folle che non tollera la malattia ed il dolore ed a quello che, mosso da interesse, è più interessato al decesso che alla sopravvivenza del congiunto. O al visitatore reduce da negative esperienze ospedaliere pregresse e quindi affetto da pre-giudizio che lo porta ad una attitudine sospettosa e non collaborativa ed, al contrario, a quello ammirato e sensibile alle cure da noi prestate in situazioni difficili e inusuali per il pubblico. O ancora alla badante interessata solo al suo salario e che interpreta il suo ruolo in funzione della possibile delazione di fatti ed atteggiamenti, a volte distorti, per fare bella figura col committente, da quella seriamente ed affettuosamente impegnata nella advocacy del proprio paziente cui assicurare un “supplemento d’anima”.
Tutte dinamiche che si accavallano, si incontrano e si scontrano come vettori dotati di una forza e di un potenziale esplosivo il cui corso ha iniziato a renderci consapevoli. Consapevoli anche che ognuno di noi ha la possibilità di influenzare positivamente l’ambiente di lavoro e di essere attore e protagonista di un cambiamento e che, per l’igiene mentale, non c’è niente di peggio che considerarsi impotenti di fronte agli atteggiamenti e alle “colpe” degli altri. Non a caso proprio su questo punto essenziale si sono manifestate le maggiori conflittualità e resistenze al cambiamento. Un buon motivo per considerare il corso non un punto di arrivo ma di partenza per un ulteriore lavoro in comune.